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Portogallo, conti in rosso e popolazione in crisi

Secondo l'Ocse, pil e debito peggioreranno ancora nel 2012 e nel 2013. Nel frattempo uno studio mostra come i portoghesi potrebbero estinguersi entro il 2204. Secondo Eurostat, però, tutta l'Europa sta diventando un Continente per nonni con pochi nipoti

Anziani a Lisbona (Credits: IMAGOECONOMICA)

L'Ocse lo ha detto chiaramente: il prodotto interno lordo del Portogallo perderà 3,2 punti percentuali nel 2012 e un ulteriore 0,9% nel 2013. Il debito sarà al 114,5% del pil nel 2012, al 120,3% nel 2013. Mentre il deficit sarà al 45% del pil quest'anno e al 2,2% nel 2013. Insomma l'aria che tira è davvero pessima. E la popolazione soffre. E molto. “I portoghesi saranno estinti nel 2204?”. Con questo titolo provocatorio che riecheggia scenari post-atomici da film, il settimanale portoghese Expresso ha voluto pochi giorni fa “attirare l’attenzione su una seria minaccia” per il Paese.

Ovvero, il calo demografico e dell’immigrazione, l’invecchiamento della popolazione e l’aumento, causato dalla crisi, dell’emigrazione dei giovani. Il calcolo è semplice: negli ultimi due anni, la differenza tra nascite e decessi (saldo naturale) e tra emigrazione e immigrazione (saldo migratorio) è sempre di segno negativo, con 85 mila abitanti in meno. Con la crisi economica che porta sempre più giovani all’estero e sempre meno immigrati a Lisbona e dintorni, le proiezioni rimangono negative. “In altri termini – come si legge nel pezzo - il 2204 sarà l’anno dell’estinzione della popolazione portoghese se il paese continuerà, come oggi, a perdere ogni anno 55 mila individui”. Secondo l’Expresso, “si tratta di una cattiva notizia anche perché la riduzione della natalità e l’aumento dell’emigrazione invecchiano una popolazione già anziana, con tutte le conseguenze che questo presuppone in termini di sicurezza sociale, di conti pubblici, di produttività e di crescita economica”.

La crisi demografica, però, non è una questione che riguarda solamente i portoghesi. Secondo i dati Eurostat , infatti, anche per gli italiani e più in assoluto per gli europei, non c’è di che stare allegri. L’invecchiamento della popolazione sembra un dato di fatto, incontrovertibile, con cui dovremo fare sempre più i conti negli anni a venire. Il lato positivo è, ovviamente, che si è allungata la vita media con standard sanitari e sociali più elevati.

L’Italia, per esempio, è il paese con la più alta aspettativa di vita, 81,9 anni seguita dalla Spagna con 81,8. Ma in Europa, soprattutto in tempi di crisi, non sembra che ci sia una strategia destinata ai minori e alle giovani generazioni che, invece, rischiano di essere proprio i sacrificati sull’altare della recessione e delle manovre di austerità.

Ma torniamo ai dati Eurostat. L’età media dei cittadini dell’Ue a 27, al primo gennaio 2010, è di 40,9 anni. Sopra la media e quindi con una popolazione più anziana, sono Germania (44,2), Italia (43,1) e Austria (41,7). Sotto la media, invece, sono i paesi dell’Est, anche se i più giovani sono gli irlandesi (34,3). Per quanto riguarda, inoltre, le fasce di popolazione tra i 65 e i 79 e gli over 80, sono sempre Berlino e Roma a vincere il primato dell’anzianità: in Germania il 15,6% della popolazione è nella prima fascia e il 5,1% nella seconda, mentre in Italia si riscontra il 14,5% e il 5,8%.

Anche davanti al resto del mondo, l’Europa rimane il continente più anziano, destinato a diventare sempre più popolato da nonni con pochi nipoti. Secondo i dati di Eurostat e Nazioni Unite, la percentuale media di crescita della popolazione nel mondo tra il 1990 e il 2010 è l’1,3% all’anno, dove l’Africa fa la parte del leone con un 2,4% mentre il Vecchio Continente registra appena lo 0,1% annuo.

Secondo le proiezioni di Eurostat entro il 2060 ci saranno meno di due persone in età lavorativa (15-64 anni) per ogni anziano over 65, mentre oggi la proporzione è di quattro a uno. Secondo le Nazioni Unite, da qui al 2060, l’unico continente dove la popolazione aumenterà rimane l’Africa con almeno un 1% di crescita annua. Numeri che devono far riflettere, perché cambieranno radicalmente l’idea di società che abbiamo. Numeri che dovrebbero far capire l’importanza di politiche sensibili alle fasce più deboli della società, come minori e anziani. Ovvero il futuro e la ricchezza del passato, elementi inscindibili per la costruzione delle nazioni del domani. A prescindere dallo spread e dall’austerità.

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