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Economia

Il Marchionne mattatore che ci piace di più

Dall'Alfa Romeo alla ricerca (sbagliata) del socio estero. Il discorso di oggi all'Unione industriale di Torino è stato spietato. Ma chiaro

John Elkann e Sergio Marchionne (senza barba), presidente e a.d. del gruppo Fiat-Chrysler (Credits: ANSA/ ALESSANDRO DI MARCO)

“È impossibile che il medesimo attributo, nel medesimo tempo, appartenga e non appartenga al medesimo oggetto e sotto il medesimo riguardo”: è la formulazione classica del “principio di non contraddizione” secondo Aristotele. E Sergio Marchionne, a dispetto della sua ottima laurea in filosofia conseguita a Toronto, sembrerenne averlo violato, questo principio, parlando questa mattina all'Unione industriale di Torino.

Già, perchè col consueto garbo da tirannosaurus rex che ormai gli conoscono anche il presidente del Consiglio e i suoi ministri, l'amministratore delegato della Fiat ha detto, contemporaneamente, che "non c'è nessuno che voglia accollarsi anche una sola delle zavorre italiane" ma anche che l'Alfa Romeo "non è in vendita", esortando addirittura “quelli tra di voi che sono sul libro paga di Wolfsburg di ribadire ai vostri proprietari tedeschi un concetto semplice e chiaro: l'Alfa Romeo non è in vendita".

Ma allora, se nessuno vuole le zavorre italiane, ma bisogna chiarire ai tedeschi che l'Alfa non è in vendita, è segno che l'Alfa non è una zavorra. Un bel respiro di sollievo per quelli di Pomigliano...

Comunque stiano le cose, Marchionne ai tedeschi non vuole dare né zavorre né gioielli, e l'ha ripetuto anche in piemontese "per rendere efficace il senso di quello che intendo: Monsù Piech, lassa perde, va cantè nan autra cort! (Signor Piech, lascia perdere, vai a cantare in un'altra corte, ndr)".

Ma se non lo è l'Alfa, quali sono le “zavorre” italiane che nessuno vuole? Mirafiori, Cassino? Melfi? Marchionne non l'ha detta, ma nel salone dell'unione industriali di Torino, in corso Stati Uniti (un bel posto, per il filo-americano manager col pulloverino) Marchionne ha lanciato un'altra bomba mediatica: “Ho cercato costantemente di coinvolgere in questi otto anni un partner straniero per Fiat”, ha rivelato, ed ha ammesso di non esserci riuscito: "In questo ho fallito".

Dunque, fermiamo le bocce. Mentre salvava la Fiat dai debiti – cosa vera, e merito indiscutibile, prendendosi gioco delle banche creditrici e della General Motors (altri due bei meriti, sia detto seriamente) – Marchionne, diavolo d'uomo, non solo si comprava la Chrysler, non solo progettava e poi archiviava “Fabbrica Italia” ma cercava anche un partner per la Fiat! Globale, si deve intendere, visto che di “tattici” ne ha trovati e ne ha persi, come Tata in India e un paio di soci “di quadrante” in Cina e Russia.

Altro discorso, il rapporto con la Volkswagen. Si sa che i tedeschi vorrebbero comprarsi l'Alfa Romeo, e per quanto la casa del biscione veda le vendite ridotte ai minimi storici, Marchionne non gliela vuole vendere: meglio così, se la rilanciasse. Invece va dicendo che la capacità produttiva in Italia è troppa, che bisogna tagliarla... Così, stamattina, è venuta fuori tutta la rabbia del manager verso i commentatori che hanno osservato in questi mesi la contraddizione tra il “no” allo straniero da una parte e dall'altra e la stasi degli investimenti sull' “Italia eccedentaria” dall'altra...

Ma insomma, cosa sta succedendo al manager italo-canadese? La verità è che dopo un triennio di grande riserbo, ha cominciato a parlare e parlare tanto, troppo, provocatoriamente, e sempre col tono di chi non solo guida l'azienda ma ne è, di fatto, l'unico vero capo, come se la proprietà non esistesse. E del resto, un partner straniero è una scelta di cui in altri tempi avrebbe parlato la proprietà, non il capo-azienda! Stamattina è andato di nuovo in scena questo Marchionne-mattatore, solo che ha alzato ulteriormente i toni, dopo l'incontro istituzionale di sabato con il governo che avrebbe dovuto chiudere almeno per un po' la fase delle esternazioni.

“Se si vuole lasciare ai figli un futuro che sia all'altezza delle nostre aspettative di crescita industriale, sociale e civile ci vogliono solo volontà, impegno e lavoro”, ha detto, ed ha poi confermato l'impegno di Fiat verso questo Paese: "Faremo tutto il possibile per contribuire alla risoluzione dei temi in agenda", perchè “la Fiat non è malata, è sana e in ottima forma”.

Marchionne ha quindi annunciato che i target dell'azienda per quest'anno non sono cambiati, nonostate il crollo del mercato: ricavi superiori a 77 miliardi di euro, un utile della gestione ordinaria compreso tra 3,8 e 4,5 miliardi (sarebbe il più alto nei 113 anni di storia di Fiat), un utile netto tra 1,2 e 1,5 miliardi di euro; un indebitamento netto industriale tra 5,5 e 6 miliardi di euro e una liquidità superiore ai 20 miliardi. Infine, una piccola risipiscenza: “La zavorra non sono i lavoratori, lo è il sistema”, ha detto il manager, buttandola in politica. Evidentemente, in quel momento non pensava ai lavoratori Fiom.

“Essere considerati italiani nel business non aiuta, eppure speriamo sempre nel miracolo, per esempio che qualche costruttore straniero venga a investire nel nostro Paese e a risollevarne le sorti. Forse perché nella nostra storia abbiamo subito più di un'invasione e ogni volta ci siamo illusi di aver trovato il salvatore. La Volkswagen? Che venga a investire come produttore in Italia, sarà la benvenuta e farò tutto il possibile per facilitarne l'ingresso. Ma l'Alfa Romeo non è in vendita”.

Infine, l'ultima frecciata. Marchionne ha raccontato di aver saputo che il capo della Volkswagen avrebbe detto di non avere fretta perchè la Fiat, a suo avviso, non sarebbe ancora abbastanza malconcia da dover vendere. “Ebbene, queste spacconate dei tedeschi non mi sorprendono”, ha detto Marchionne. “Quello che trovo stupefacente è che noi in questo Paese abbiamo perso ogni barlume di orgoglio nazionale".

Meno male che lo dice, deve avergli fatto bene l'aria di Roma...

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