Economia

La Cina prova a rendere lo yuan convertibile

È un'area economica esclusiva dove è possibile testare la convertibilità della moneta locale. Obiettivo: favorire il cambiamento ma in aree limitate da poter tenere sotto controllo

yuan

Tutti gli esperimenti di politica economica la Cina li ha realizzati all'interno di Zone economiche esclusive. Lo ha fatto alla fine degli anni '70 quando aveva bisogno di aprirsi ai mercati internazionali per attrarre investimenti, manager, tecnologie, know how e, contemporaneamente, rilanciare la crescita attraverso le esportazioni.

Ci ha riprovato appena un paio di mesi fa quanto ha inaugurato, a Wenzhou, la prima Zona finanziaria speciale. All'interno della quale sono stati legalizzati i "prestiti informali" dei privati (che in Cina sostituiscono sempre più spesso quelli bancari) e gli investimenti all'estero. E lo fa di nuovo oggi annunciando la creazione, nel breve periodo, di una nuova Zona all'interno della quale sarà possibile testare la convertibilità dello yuan . A Shenzhen, per sfruttare la vicinanza con Hong Kong e probabilmente anche per scaramanzia, visto che fu proprio Shenzhen ad ospitare la prima Zona economica esclusiva cinese. Nella speranza di mettere a tacere chi, in Occidente, critica da anni la Repubblica popolare per aver manipolato l'andamento del tasso di cambio in funzione dell'interesse nazionale.

I motivi che hanno spinto Pechino ad approvare questi esperimenti "finanziari" sono gli stessi che convinsero Deng Xiaoping a liberalizzare (con moderazione) l'economia cinese negli anni '70: favorire il cambiamento in aree limitate in maniera da poterle tenere sotto controllo. E crearne altre nel caso in cui l'esperimento si fosse rivelato un successo.

Non è quindi un caso se, in un momento in cui la Cina ha di nuovo bisogno di cambiare qualcosa per stimolare una crescita che arranca , il governo rispolvera il modello delle Zone economiche esclusive trasformandole in Zone finanziarie speciali (Zfs). Ma visto che lo scetticismo riguardo alla piena convertibilità dello yuan resta forte, Pechino ha già detto che serviranno almeno otto anni per rendere operativa la Zfs di Qianhai. Riservandosi naturalmente il diritto di cambiare idea nel caso in cui l'esperimento si rivelasse più efficace del previsto...

Ufficialmente la Qianhai Shenzhen- Hong Kong Modern Service Industry Cooperation Zone dovrebbe "consentire un'apertura graduale del conto capitale per realizzare la piena convertibilità dello yuan", e c'è chi spera che almeno a Shenzhen diventi presto legale la possibilità per le società della Cina continentale e di Hong Kong di concedere prestiti in yuan.

Attualmente la valuta cinese non è una moneta pienamente convertibile. E' infatti la Banca centrale a fissare il tasso di riferimento rispetto al dollaro che "limiti il più possibile" eventuali perdite. Matenendone il valore entro una banda di oscillazione dell'1% relativamente al livello stabilito. Una scelta che è servita a mantenerne sotto controllo le variazioni e che, come lamenta da tempo l'Occidente, ha reso le esportazioni cinesi ben più competitive di quanto sarebbero state in un regime di massima convertibilità.

Oggi, però, Pechino è consapevole di dover cambiare qualcosa. E non tanto per aiutare l'Occidente ad uscire dalla crisi economica, ma per trasformare la propria valuta nazionale in una moneta che abbia lo stesso peso internazionale del dollaro e dell'euro. O, ancora meglio, che possa sostituire l'euro come alternativa al dollaro. Per farlo, però, è fondamentale limitare i controlli sul conto capitale. E per ora è meglio che questo succeda all'interno di un'area ben definita. Per conservarsi la possibilità di modificare la strategia che entro qualche anno potrebbe definitivamente consacrarla come grande potenza mondiale .

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