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Investimenti esteri in Italia: perché bisogna stimolarli al più presto

Nel nostro paese, le imprese straniere hanno un valore aggiunto e una produttività superiore alla media. Per questo il governo vuole attrarle, con il piano Destinazione Italia

Il premier Enrico Letta (credits:Guido Montani/Ansa)

Dismissioni del patrimonio pubblico, incentivi di vario tipo e semplificazioni normative. Sono i pilastri del piano Destinazione Italia che viene discusso oggi dal Consiglio dei Ministri, con un obiettivo ben preciso: incentivare gli investimenti stranieri nel nostro paese, che da anni sono ridotti all'osso e non stimolano più la crescita economica. Il governo non metterà in cantiere un vero e proprio decreto ad hoc, bensì un programma di interventi che dovrebbe tradursi in misure concrete entro l'autunno.

IL MADE IN ITALY E GLI STRANIERI

La crescita degli investimenti esteri a sud delle Alpi è senz'altro uno dei principali fattori che può consentire all'Italia di imboccare nuovamente la strada della ripresa, dopo una recessione che dura da quasi 5 anni. Purtroppo, per l'esecutivo di Enrico Letta, il lavoro da compiere appare oggi molto impegnativo, visti i risultati ottenuti finora dal nostro paese sul fronte della competitività internazionale. A dirlo, sono i dati contenuti in un'analisi pubblicata lo scorso anno da Confindustria, che ci assegna un triste primato: tra le maggiori nazioni industrializzate d'Europa, l'Italia è quella che attrae minori capitali produttivi da oltreconfine.

LE AZIENDE IN FUGA DALL'ITALIA

Se si considerano i flussi netti di investimenti diretti esteri (cioè quelli risultanti dalla differenza tra investimenti e disinvestimenti), il nostro paese raccoglie ogni anno circa 22 miliardi di euro di capitali, contro i 37 miliardi della Spagna, i 43 miliardi della Germania, i 61 miliardi della Francia e i 116 miliardi della Gran Bretagna. Tirando le somme, gli investimenti stranieri netti annui in Italia sono poco superiori all'1% del pil, contro il 4,8% del Regno Unito.

Eppure, a giudicare dai numeri, una maggior presenza estera nella Penisola farebbe molto bene all'economia nazionale. Le aziende straniere, infatti, in Italia sono soltanto lo 0,3% del totale ma danno lavoro al 7% degli occupati e generano oltre il 12% del valore aggiunto e il 24% della spesa in ricerca e sviluppo di tutto il paese. In altre parole, le imprese estere sono mediamente più produttive e il loro ingresso in Italia dovrebbe dunque essere salutato con favore. Il guaio è, sempre secondo l'analisi di Confindustria, che ci sono delle regioni del paese, come quelle meridionali, dove la presenza straniera è oggi praticamente inesistente, tranne qualche eccezione. In Lombardia, le società con capitale estero danno lavoro al 44% degli occupati, in Piemonte a più del 10% e in Veneto a oltre il 6% (dati aggiornati al 2009). Al Sud, invece la quota di lavoratori impiegati in società controllate dall'estero è quasi sempre sotto l'1%. Dallo 0,8% della Puglia si arriva allo 0% del Molise, mentre la Calabria, la Basilicata e la Sicilia sono sotto lo 0,5%.

IL GOVERNO LETTA E IL DECRETO DEL FARE

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