Economia

Il lavoro non c’è e la riforma non serve (per ora)

Gli effetti della legge Fornero si vedranno solo tra qualche anno

(Credits: Mauro Scrobogna /LaPresse)

È triste doverlo ammettere, ma i dati negativi sulla disoccupazione in Europa e in Italia resi noti oggi dall’Ocse non hanno sorpreso nessuno. Come era facile prevedere infatti il trend negativo continua. Nel Vecchio Continente a maggio i senza lavoro sono stati 48 milioni, ben 15 milioni in più di quelli registrati nel 2007 prima dell’inizio dell’attuale crisi finanziaria. E se nell’Unione le cose vanno male, nel nostro Paese purtroppo vanno anche peggio.

La disoccupazione in Italia infatti è destinata a salire, e dopo i valori dell’8,4% del 2010 e del 2011, dovremmo arrivare al 9,4% in questo 2012 e al 9,9% nel 2013. Ma il dato che rende del tutto particolare la situazione del lavoro nel nostro Paese è la pesante carenza di occupazione che colpisce le fasce più giovani. La disoccupazione giovanile , quella che riguarda i ragazzi tra i 15 e i 24 anni, in Italia è passata infatti dal 26,8% del 2010 all’attuale 27,1%. Cifre da vero e proprio allarme sociale, che si sommano all’altro dato preoccupante secondo cui in Italia un giovane su due che lavora, svolge comunque un’attività assolutamente precaria.

È questo dunque lo scenario in cui si troverà ad essere applicata la nuova riforma del mercato del lavoro che, nelle intenzioni del ministro Elsa Fornero, dovrebbe esplicare i suoi maggiori benefici proprio sulle fasce più giovani. “Aver ad esempio puntato molto sull’apprendistato – osserva Roberto Pessi, ordinario di Diritto del Lavoro presso la Luiss di Roma – è certamente una cosa positiva per le giovani generazioni. Peccato però che per apprezzare in pieno gli effetti della riforma ci vorrà prima un riallineamento dell’età pensionabile. In sostanza i circa 500 mila lavoratori a cui è stata differita la pensione con la nuova riforma previdenziale, per almeno tre o quattro anni continueranno ad occupare posti che altrimenti sarebbe stato già possibile affidare a giovani lavoratori”.

Ma i limiti della nuova disciplina lavorativa non sono solo legati alla riforma delle pensioni. Ci sono altri punti deboli che potrebbero alla lunga avere effetti negativi. “Si è voluto puntare tutto sul concetto di flessibilità sia essa in entrata che in uscita – spiega Pessi -, ma in realtà questo rappresentava il problema minore. Ci voleva invece una riforma della disciplina interna del rapporto di lavoro, ossia una rivisitazione di tutte quelle garanzie che attualmente appesantiscono i contratti subordinati. Mi riferisco a ferie, a permessi malattia, e a tutto quel coacervo di garanzie appunto, che nel tempo hanno reso molto meno competitivo e molto meno produttivo il lavoro in Italia”.

A questo proposito è bene ricordare che è stato proprio il premier Monti qualche tempo fa a mettere in evidenza che dall’entrata in vigore dell’euro a oggi, la produttività dell’Italia è scesa del 30% rispetto a quella della Germania. In questo senso dunque, per molti datori di lavoro, le soluzioni tipo co.co.pro o a partita Iva, davano maggiore sicurezza in termini produttivi, perché si sa, inutile nasconderlo, che chi lavora con questi regimi purtroppo a volte va in azienda anche con la febbre oppure ha bassissime pretese in termini di ferie e permessi retribuiti, a differenza di chi ha un contratto subordinato e che per legge può usufruire di tutta una serie di diritti.

“In queste condizioni – sottolinea Pessi - con la riforma che spinge verso una regolarizzazione dei rapporti che dovrebbero diventare tutti subordinati, è possibile che nei prossimi mesi molte aziende, anche di grosse dimensioni, decidano di non rinnovare contratti co.co.pro o a partita Iva, per non dovere in un momento successivo tramutare a loro volta questi rapporti in contratti a tempo determinato o indeterminato”. Una vera e propria minaccia dunque per migliaia e migliaia di lavoratori, soprattutto giovani, per i quali dunque la nuova riforma invece di nuovi diritti potrebbe portare meno lavoro, aggravando una situazione già drammatica.

“Non è un caso infatti – aggiunge Pessi – che le parti sociali, ossia sindacati e Confindustria, abbiano chiesto e ottenuto dal Parlamento piccoli aggiustamenti alla riforma del lavoro che dovrebbero differire l’entrata in vigore delle misure che riguardano alcuni contratti di lavoro, affinché questi possano continuare ad essere utilizzati almeno in questa fase di crisi, secondo la saggia considerazione che, in queste condizioni, è meglio un lavoro precario che nulla”.

Dunque il combinato disposto di un apprendistato i cui effetti si vedranno tra qualche anno, e una riforma dei contratti che potrebbe spingere le imprese a contenere ulteriormente possibili assunzioni, non fanno presagire niente di buono, e non soltanto per i più giovani. Prepariamoci di nuovo a non sorprenderci dunque se e quando i prossimi dati sulla disoccupazione dovessero presentarci un ulteriore peggioramento della situazione.

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