Economia

Fiat, Marchionne ha esagerato. E la Fiom si è appellata alla statistica

Così il sindacato è riuscito a far assumere 145 suoi iscritti

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Sergio Marchionne amminsitratore delegato del gruppo Fiat-Chrysler (Credits: Fabio Ferrari - LaPresse)

“La Fiat di Marchionne è andata oltre quella di Valletta che a suo tempo tentò di confinare gli operai comunisti e iscritti alla Cgil, ma non pensò mai di espellerli come è accaduto a Pomigliano”. È contenuto in questa frase il succo del commento che Giorgio Airaudo, responsabile settore auto della Fiom, esprime sulla sentenza del Tribunale di Roma che oggi ha condannato il Lingotto ad assumere 145 lavoratori discriminati per il fatto di essere iscritti proprio al sindacato dei metalmeccanici della Cgil.

Finora infatti, su circa 2.200 assunzioni avvenute presso la newco di Pomigliano , nessuno risultava iscritto alla Fiom. Un’anomalia che ha spinto il sindacato guidato da Maurizio Landini a rivolgersi alla giustizia civile che gli ha dato ragione, visto che è stato statisticamente dimostrato che le possibilità che ad oggi non risultasse assunto nessun iscritto alla Fiom erano di una su dieci milioni. A 19 operai che si sono costituiti parte civile con il sindacato nel processo, il giudice ha inoltre riconosciuto un indennizzo di tremila euro a testa.

“Questa sentenza insieme a quella precedente che ammetteva la presenza della Fiom all’interno dello stabilimento di Pomigliano – sottolinea Airaudo – chiarisce finalmente che i lavoratori di quell’insediamento produttivo potranno iscriversi a qualsiasi sindacato e saranno finalmente rappresentati in fabbrica anche da nostri delegati. La decisone del Tribunale di Roma riafferma il diritto civile e democratico, confermando quello che dovrebbe essere ovvio per tutti, e cioè che chiunque può essere assunto in una fabbrica indipendentemente dalla tessera sindacale che ha in tasca”.

Un principio di diritto quest’ultimo espresso chiaramente dalla norma a cui ha fatto riferimento il giudice che ha emesso la sentenza. “Si tratta del decreto legislativo 216/2003 – spiega a Panorama.it l’avvocato Paolo Di Candilo, esperto di diritto del lavoro e fondatore dello studio omonimo – che tutela i cittadini contro comportamenti discriminanti sotto tutti gli aspetti, da quelli etnici a quelli lavorativi, appunto. Un profilo giuridico questo che prende avvio con la legge 125/1991 che risolveva le discriminazioni di genere tra uomo e donna. C’è da notare inoltre – aggiunge l’avvocato Di Candilo – che la legge prevede in modo specifico che possano essere utilizzati tutta una serie di mezzi, e tra essi anche quello statistico, per provare l’avvenuta discriminazione. Si tratta di casi molto rari, ma previsti comunque dal codice”. Ed è proprio quello che è avvenuto nella vicenda di Pomigliano in questione.

A questo punto però non si può escludere che Marchionne, come già fatto in passato , utilizzi questa vicenda a proprio favore per confermare l’impossibilità ad operare in Italia e per spingere ancora di più su quel processo di internazionalizzazione già avviato da tempo. “Non ci sorprenderebbe un atteggiamento di questo tipo – commenta Airaudo - anche se in realtà ci interessa sempre meno. La cosa fondamentale infatti è capire cosa intende fare il nostro Paese con la propria industria automobilistica che rappresenta un patrimonio inestimabile a livello mondiale. Bisogna puntare decisamente per un rilancio dell’auto, magari anche con marchi stranieri che acquisiscano i nostri stabilimenti. Ma questo lo può fare solo un governo che abbia il coraggio di chiamare Marchionne, farlo sedere ad un tavolo con le parti sociali e chiedergli finalmente se davvero vuole andarsene dall’Italia”.

In attesa della prossima mossa di Marchionne, altre sigle sindacali, come Ugl e Uilm, hanno invece già deciso cosa fare, annunciando la propria intenzione di ricorrere contro la sentenza di Roma, perché temono che ora, per far entrare i 145 operai della Fiom in fabbrica, a rimetterci siano i propri iscritti già assunti o in procinto di esserlo.

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