Economia

Crisi, ecco perché Germania e Usa hanno paura

La storia dei due Paesi spiega la reazione davanti alla crisi

Rosa e Bianco per Obama

La Merkel e Obama a Camp David durante il G8.18 maggio 2012 (Credits: AP Photo/Charles Dharapak)

Il confronto tra le due principali posizioni per la risoluzione della crisi economica internazionale può essere compreso anche sulla base di criteri che riguardano la psicologia sociale delle due principali nazioni che le rappresentano.

Da un lato c’è quella della Germania che sostiene la disciplina fiscale e di bilancio ed il forte controllo dell’inflazione come premesse per ogni possibile politica espansiva sul piano della liquidità e delle spese per rilanciare l’economia reale ed anche di una maggiore integrazione finanziaria e monetaria europea. Dall’altro lato, c’è la posizione degli Stati Uniti, sostenuta ora anche dagli altri principali paesi europei, che afferma la necessità di rispondere alla crisi con maggiori immissioni di liquidità ed anche con una crescita delle spese pubbliche confidando in una ripresa dell’economia che possa progressivamente riassorbire l’incremento del deficit e del debito pubblico.

Queste due posizioni trovano fondamento in diverse scuole di pensiero politico ed economico ma possono essere pienamente comprese se si inquadrano anche nel vissuto culturale e storico di questi due paesi.
La posizione della Germania è il portato di ciò che accadde subito dopo la 1° Guerra Mondiale, in cui le furono imposti rilevanti risarcimenti che i governi tedeschi provarono a fronteggiare mediante la produzione incontrollata di moneta, la crescita dell’inflazione e del debito pubblico che determinarono una fase di grande instabilità economica e sociale in cui trovò terreno fertile il nazismo con tutto quello che ne conseguì fino alla II° Guerra Mondiale.

Così come la posizione degli Stati Uniti – che ha provveduto con sistematiche politiche espansive alle crisi economiche e finanziarie che ci sono state dall’inizio degli anni ’70 del passato secolo – è la conseguenza della Grande Crisi degli anni ’30, successiva al crollo di Wall Street del 1929. Secondo le riflessioni e le valutazioni economiche e politiche si è consolidata la convinzione che la crisi degli anni ’30 si sia prodotta per la scelta delle autorità di governo di allora di avere applicato politiche restrittive immediatamante dopo il crollo dei mercati finanziari aggravando oltremodo la situazione piuttosto che contrapporre allo scoppio della bolla azionaria una politica espansiva che rialimentasse le attività di produzione e di consumo, così come poi tentò di fare il governo Roosvelt con il New Deal, sebbene con ritardo e con effetti parziali.

Le politiche asimmetriche di Germania e Stati Uniti – determinate anche dalle paure storiche di queste due nazioni – possono avere avuto efficacia per molti dei decenni passati ma ora sono alla base della crisi attuale per motivi diversi ma tra loro strettamente connessi.
Da quando i mercati dei capitali sono caratterizzati da grandi banche operanti in tutte le attività finanziarie, la politica espansiva degli Stati Uniti ha contribuito – con la grande liquidità ed i bassi tassi d’interesse – ad accrescere i livelli di indebitamento pubblici e privati, ad alimentare il mercato degli strumenti derivati e strutturati e le operazioni finanziarie più speculative che hanno determinato la grande crisi bancaria del 2008 e i recenti dissesti di altre banche, a creare un mercato dei capitali autoreferenziato e svincolato dai fondamentali dell’economia reale.

Da quando l’Europa si è integrata monetariamente, la politica restrittiva della Germania, insieme al suo processo di unificazione nazionale, che ha avuto costi ben superiori a quelli attesi, hanno contribuito a ridurre significativamente i complessivi tassi di crescita del Vecchio Continente che accrescono oltremodo le difficoltà finanziarie dei paesi europei che hanno più gravi e strutturali problemi economici.

In effetti, tenuto conto di un quadro economico ed istituzionale profondamente diverso dal passato, le ragioni di quelle paure storiche sono ormai ingiustificate e le politiche che hanno prodotto portano, paradossalmente, alle crisi che in principio si vorrebbe evitare e che, tuttavia, questa volta hanno una dimensione ed una scala ben superiori a quelle vissute negli anni ’30 del secolo passato, tenuto conto della crescente e irreversibile globalizzazione.

D’altra parte, nell’attuale contesto, ogni revisione di queste politiche potrebbe essere insufficiente ad invertire l’attuale crisi economica finché non si riuscirà a riportare in ordine l’elemento di grande instabilità e di profonda novità rispetto ai decenni passati, ossia un sistema bancario dominato da banche con dimensioni ed operatività fuori da efficaci controlli e con modalità di governo e di attività in contrasto con l’interesse generale e a servizio solo di una oligarchia di amministratori e manager autorefenziata che ha prodotto risultati negativi per i propri azionisti e per le finanze dei propri paesi e che, tuttavia, è stata finora capace di imporre la propria logica al potere istituzionale che non ha saputo fare altro che reiterare le politiche che ci hanno portato a questa situazione.

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