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Mario Draghi, la crisi? Cinque motivi per essere ottimisti

Punto primo i deficit statali si stanno riducendo, secondo la competitività è aumentata. Terzo l’accordo fra i governi sulla supervisione bancaria è stato fatto. Quarto la strada delle riforme sta permettendo un recupero di competitività. Quinto e ultimo i mercati stanno riconoscendo i progressi. Manca l'ultimo tassello: la risposta politica. Lì la battaglia è aperta

Mario Draghi, il presidente della Bce, al suo arrivo alla sede della Confindustria tedesca (Credits: La Presse)

Il fronte del nein zu allem, no a tutto, ormai è infranto. Mario Draghi, anche di fronte al Gotha degli industriali tedeschi, ha impartito la sua lezione. Lui che non si è piegato al diktat della Bundesbank ha detto che oggi guarda con ottimismo all’euro. Vista dal radar di Francoforte la crisi non è affatto sparita dal monitor, ma sono numerose le ragioni per essere meno negativi rispetto a ieri. Almeno cinque. Punto primo i deficit statali si stanno riducendo, secondo la competitività è aumentata.

Terzo l’accordo fra i governi sulla supervisione bancaria è stato fatto. Quarto la strada delle riforme permetterà un recupero di competitività a chi le ha intraprese. Quinto e ultimo i mercati stanno riconoscendo questi progressi. Eppure tra nostalgici delle valute nazionali e falchi del Nord Europa che vogliono imporre la loro linea dura, secondo gli economisti la direzione che prenderà la crisi a tratti appare ancora nebulosa. Forse troppo.

LA DIREZIONE DELLA CRISI, L'OTTIMISMO.

Fino qui tutto bene. I bagni di sangue dell’agosto 2011 in Borsa sono un lontano ricordo, ma gli spread restano ballerini e gli agguati di volatilità e nervosismo sono sempre lì dietro l’angolo. Il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, nel suo intervento a Berlino alla Giornata dell'industria tedesca ha rispolverato il fioretto, sgombrando il campo dagli equivoci. Ha difeso il nuovo programma di acquisto titoli, il cosiddetto Omt, dicendo che "punta a stabilizzare i mercati e che ha già allontanato molte infondate paure sull'euro e sul suo crollo”.

E i dati alla mano gli danno ragione. Se oggi la crisi spaventa meno è perché Italia, Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna si sono impegnate nella dura battaglia di rientro di bilancio. Hanno intrapreso quelle riforme, facendo i compiti a casa, che dovrebbero metterle in salvo dallo spauracchio di un default, anche se poi sono arrivati scontri sociali e derive nazionalistiche a complicare la vita. Dal canto loro anche le aziende europee si sono rimboccate le maniche: hanno recuperato competitività, un fattore senza il quale – segnala Fabrizio Capanna, Managing Partner di JCI Capital London - l’Europa non sarebbe in grado di tener testa ad Asia e Stati Uniti.

LA STRADA RESTA IN SALITA

Anche qui risuona l'eco delle parole del presidente della Bce: ''L'euro supporta il settore industriale da cui la Germania dipende''. Non solo. ''Supporta la crescita, la prosperità, la pace. Perciò è irreversibile''. E fine della storia. Detto così si potrebbe obiettare che è naturale guardare avanti con ottimismo. Ma la battaglia sulla crisi non è certo finita. Con Olanda e Finlandia Berlino ha chiesto che i rappresentanti degli Stati membri facciano parte del nuovo consiglio Bce per la supervisione bancaria.

E c'è anche una richiesta sul futuro meccanismo di stabilità europea: perché possa ricapitalizzare direttamente le banche, una volta stabilito il meccanismo di supervisione bancaria, dovrà esser presa una regolare decisione dell'Esm accompagnata da un memorandum of understanding. Sui principi di fondo l'accordo non manca. Benvenuto quindi davvero ottimismo? La verità è che la diplomazia della politica deve ancora fare la sua parte. E sarà su quel terreno che lì il gioco si farà duro. E il realismo potrebbe avere la meglio.

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