Tasse

Tasse: il conto salato di Pisapia e dei suoi fratelli

Il sindaco di Milano, ma anche molti suoi colleghi, era stato eletto «per difendere le fasce più deboli». A quasi metà legislatura il risultato è un aumento generalizzato delle tasse, un salasso molto più consistente dei tagli dei trasferimenti statali ai comuni. Una tosatura che fa inferocire i cittadini che minacciano: «Non vi votiamo più».

Il presidente del Consiglio Enrico Letta e il sindaco di Milano Giuliano Pisapia (Credits: Imagoeconomica)

L’avevano chiamata «la rivoluzione gentile», sperando che il sorriso timido, l’aria imbranata e l’accentuato sigmatismo (la cosiddetta s moscia) nascondessero un piglio fermo e progressista. Popolo, ceto medio e sinistra al caviale si erano ricompattati a maggio del 2011, regalando all’avvocato Giuliano Pisapia l’inaspettata vittoria alle amministrative. Sindaco di Milano, dopo quasi un ventennio di dominio avverso. Prometteva una città più bella e più giusta: verde e solidale. Mezzo mandato più tardi, al suo volto da uomo perbene gli oppositori aggiungono affilati canini, per renderlo più somigliante al conte Dracula.

Coreografia che non è solo arma di dileggio politico. La svolta «arancione» promessa da Pisapia si è trasformata in una tenebra: tasse, tasse e ancora tasse. Su tutto lo scibile tributario: persone fisiche, imprese, servizi, mezzi pubblici, turismo, mobilità. Non si tratta di ritocchi simbolici, ma di sonore stangate. Il bilancio di previsione presentato in questi giorni non lascia adito a strumentalizzazioni: nel 2010, l’anno di interregno con l’ex sindaco, Letizia Moratti, poi sconfitta alle elezioni, sono entrati nelle casse del comune 632 milioni di euro di tasse. Il consuntivo del 2012, rimpinzato dalle amare medicine arancioni, annota 1.243 milioni di «entrate correnti di natura tributaria e perequativa». Detto più gergalmente: le imposte sono raddoppiate. Emblematica la storia dell’abbonamento ai mezzi pubblici per gli anziani: in campagna elettorale Pisapia aveva promesso che sarebbe stato gratuito. Invece è passato da 16 a 30 euro al mese. Ma il salasso è generale. E ben più cospicuo del taglio dei trasferimenti statali, evocati ossessivamente come causa di tutti i mali e diminuiti di 259 milioni: da 737 nel 2010 a 478 nel 2012. Cittadini, sindacati, commercianti, compagni e gran borghesi non nascondono più il disappunto. Il rinascimento meneghino sembra ormai una pia illusione.

Del resto, la vocazione da tassator cortese era stata ben intuita perfino dall’allora segretario milanese della Cgil, Onorio Rosati. A luglio del 2011, due mesi dopo le elezioni, attaccava: «A pagare sono sempre gli stessi. Non ci servono ragionieri che fanno conti da salumiere, ma scelte politiche». Il seguito è stato un profluvio di gabelle: la soglia di esenzione dell’Irpef è stata dimezzata da 33.500 a 15 mila euro, l’Imu è salita del 37 per cento e la tassa sui rifiuti del 31, il costo del biglietto del tram è aumentato del 50 per cento, l’occupazione del suolo pubblico cresciuta esponenzialmente. Senza contare l’area C: un balzello da 5 euro per ogni auto che entra in centro.

A due anni dalle critiche del suo ex omologo cigiellino, Danilo Galvagni, dominus della Cisl cittadina, ribadisce il concetto: «Non si può amministrare scaricando sempre la colpa sugli altri. Prima il buco lasciato dalla Moratti, adesso lo Stato che taglia i trasferimenti... La verità è che non c’è visione strategica, ma solo ragionieristica. Io mi sarei anche un po’ rotto le balle, eh!». Dopo aver scartabellato senza esito sulla scrivania, Galvagni riattacca: «La Milano di Pisapia è la città delle tasse. Ci fosse stata ancora Letizia Moratti, avremmo incendiato Palazzo Marino».

Ossia lo straordinario edificio nobiliare che si affaccia su piazza della Scala: sede del comune dalla nascita del Regno d’Italia. Poco più in là ci sono le sedi dei gruppi consiliari. Giovedì, primo pomeriggio: i sonnacchiosi custodi indicano svogliatamente l’ascensore. Nel silenzio dei corridoi risuona solo qualche sporadico tacchettìo femminile. Fra i banchi di una svogliata opposizione siede anche il piccolo e arcigno Riccardo De Corato, vicesindaco di Milano dal 1997 al 2011, che rivendica: «Albertini ha lasciato 5 miliardi di opere pubbliche. Moratti l’Expo e il progetto di Porta Nuova, che ha cambiato il volto della città. E Pisapia invece per cosa sarà ricordato?». Domanda retorica: per una selva di imposte.

Il Pdl ora cerca di intercettare lo scontento. Il 30 settembre 2013, giorno in cui si comincerà a discutere il bilancio, ha organizzato proprio in piazza della Scala un «No tax day»: «Sarà una lunga maratona oratoria aperta a tutti» spiega Giulio Gallera, coordinatore cittadino del partito.

In consiglio comunale c’è anche lo storico ambientalista milanese Carlo Monguzzi, per vent’anni eletto al Pirellone con i Verdi. Adesso, passato nel Pd, convinto sostenitore di Pisapia, guida la commissione Trasporti. Riccioli grigi e occhialetti sul naso, esordisce: «Abbiamo approvato un buon piano regolatore e migliorato l’esistente, come l’area C e il bike sharing». Ma? «Non siamo riusciti a evitare l’aumento di tasse e tariffe. Invece bisognava trovare misure alternative. Giuliano è un gentiluomo, noi siamo considerati gente perbene, ma alla gente non basta più, è inferocita. Mi fermano sul tram a muso duro per dirmi: non vi votiamo più».

Un altro veterano della politica milanese è Basilio Rizzo dal Giambellino, quartiere cantato da Giorgio Gaber nella Ballata del Cerutti. Eletto per la prima volta nel 1983 con Democrazia proletaria, una vita nell’estrema sinistra, riconfermato per trent’anni filati. Pisapia, nel 2011, ha scelto Rizzo per lo scranno più alto del consiglio comunale: la presidenza. Sulla scrivania della sua elegante stanza a Palazzo Marino campeggia una borraccia d’alluminio: «Prendiamo l’acqua dal boccione, per risparmiare» sorride. Poi l’analisi autoassolutoria: «Abbiamo aspettato vent’anni per governare, ma un momento peggiore non poteva capitare. Lo Stato ci ha  massacrato, altro purtroppo non potevamo fare». Linea difensiva mutuata dall’avvocato Pisapia che, di fronte alle critiche, non perde però il suo aplomb da gran borghese. Due settimane fa, alla festa del Pd, ha spiegato: «Non ho scelto di diventare sindaco per aumentare le tasse, ma per difendere le fasce più deboli. Però l’alternativa era il default. E quindi il commissariamento del comune». Mentre lo scorso maggio, in una lettera al Corriere della sera, ritratteggiava la sua città dei sogni: meno traffico e smog, area C, piste ciclabili, bike e car sharing, rinnovabili e wi-fi. Nulla di dirompente, a dire il vero. «Ci sono meno auto e l’aria è migliorata, ma le domeniche a piedi e l’area C sono misure prese in continuità con la giunta precedente» ammette Damiano Di Simine, presidente di Legambiente Lombardia.

Ma anche sul tema le polemiche non sono mancate. De Corato sostiene che ogni festivo a spasso costi 250 mila euro. Mentre anche influenti elettori di Pisapia sono scettici. Come Fabio Fazio, gran cerimoniere della sinistra in tv, che il 7 aprile 2013, perentorio come il ragionier Ugo Fantozzi sulla corazzata Potemkin, definiva su Twitter le domeniche a piedi una «solenne stupidaggine».

Opinione largamente diffusa tra i commercianti. Seduto a un tavolino in piazza Diaz, Alessandro Prisco, presidente dell’Asco Duomo, associazione che riunisce gli esercizi del centro, si guarda intorno compunto: «Ogni pomeriggio Milano si trasforma in una squallida città di provincia». Scatta in piedi, sistemandosi la montatura nera sul naso: «Si guardi intorno, solo in questa piazza hanno chiuso due storiche agenzie di viaggi e il mitico Hotel Plaza». Come un custode cimiteriale, tiene conto della moria: «La seconda parte di via Mazzini è una desolazione, in via Giardino sono rimaste solo due banche e un compro oro, in via Larga ci sono interi palazzi vuoti. Certo, la crisi ha il suo peso. Ma l’amministrazione è immobile, senza alcuna strategia per il nostro settore, che hanno solo vessato con tasse discrezionali. Del resto noi siamo solo dei biechi individui interessati al vil denaro, da punire in ogni modo».

D’altronde, lo stesso assessore al Commercio, Franco D’Alfonso, lo scorso luglio aveva chiarito che, fosse stato per lui, Milano non avrebbe dovuto concedere spazi a chi era condannato per evasione. Il chiaro riferimento era a Dolce & Gabbana, tra i primi contribuenti della città. I due stilisti avevano reagito con la simbolica serrata dei nove negozi: «Chiuso per indignazione». Ma è stata solo l’ultima gaffe del loquace D’Alfonso. Che a giugno aveva provato a vietare i coni gelato dopo mezzanotte. E due settimane fa aveva mostrato disappunto per le troppe strade con nomi monarchici: «Non è possibile che alcuni dei luoghi più importanti della città abbiano un nome di re». Inevitabile la sfottente replica dell’ex consigliere comunale Stefano Di Martino, di solide simpatie per le case reali: «Invito l’amico D’Alfonso a ritornare sui suoi passi. Nel caso in cui ciò non avvenisse, lo sfido a duello all’alba, invitandolo a scegliere l’arma che più gli aggrada, dai secchi d’acqua alle sciabole».

La vis polemica di D’Alfonso non ha risparmiato i colleghi di giunta: «La macchina comunale è un imbarazzante trabiccolo, con noi al potere non è cambiato niente» ha scritto lo scorso maggio in un articolo pubblicato su Arcipelago Milano, settimanale di fede arancione. Per concludere con un attacco alla sua maggioranza: «Questa giunta è politicamente sola». Critica che si è aggiunta a quella di Marco Vitale, influente economista, grande e ascoltato sponsor di Pisapia: «L’approccio di chi governa è sempre più di puro stampo meridionale, piagnucoloso e mai creativo, propositivo, progettuale. Il sindaco Albertini, creatore della errata teoria che amministrare una città è come amministrare un condominio, era più visibile, più percepibile, nel bene e nel male, dell’attuale sindaco».

Che ha già confidato ai suoi di non volersi più candidare. Lo descrivono scorato e amareggiato. I milanesi volevano un sindaco che facesse la rivoluzione. Avevano dimenticato cosa scriveva Alessandro Manzoni, illustre concittadino. Che «il coraggio, uno non se lo può dare». 

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