Economia

Ci vorrebbero due lire al posto di un euro

Il «denaro a tempo» pensato agli inizi del secolo scorso potrebbe essere oggi la via d’uscita dalla crisi economica. Ma pure monete diverse per il Sud e il Nord dell’Italia aiuterebbero a ristrutturare il nostro debito, esploso anche grazie alla nascita della valuta unica europea.

Per quanto addirittura John Maynard Keynes (1) ne abbia scritto, approvandoli, ben poco si sa degli strani denari pensati all’inizio del secolo trascorso dal mercante alsaziano Silvio Gesell (2) o dal dottor Rudolf Steiner (3). Denari bollati, in decumulo (4), che per essere legali non dovevano durare, pertanto nel dovere di essere spesi o donati in parte, pur di evitarne l’accumulo. Un’idea che pare pazzia, e del resto nella rivoluzione dei consigli in Baviera dopo la Prima guerra mondiale costò al povero Gesell quasi la fucilazione. E violando il monopolio delle emissioni delle banche centrali costerebbe poi pure adesso, tentata, la galera. Riaffiorano ora al più circuiti monetari chiusi, esperimenti su internet maldestri
quanto innocui il cui esito è economizzare moneta, non crearne un’altra, tantomeno una che scada.

Eppure, ci è stata amministrata una follia opposta: l’euro, che oggi è in fallimento. Ma è parsa a quasi tutti una buona idea quando invece era pessima. Limito il tutti, perché nel 1997 sull’Espresso, e nel 2006 in un libro, avevo descritto la commedia dell’euro e il disastro in atto. Quell’euro imposto ai tedeschi da François Mitterrand, e voluto per l’Italia con piglio grottesco da Romano Prodi, è stato una sconsideratezza. Conquistato dall’Italia con l’eurotassa, prestito forzoso mal contabilizzato, generò subito mali. Prodi gongolante aveva promesso tassi più bassi, i prezzi delle case si triplicarono; i salari dei lavoratori produttivi crollarono per l’impossibilità di svalutare; e il potere d’acquisto pure. Ma a una moneta che prendeva ai poveri per dare ai ricchi, e che accresceva l’accumulo com’è nella logica di ogni moneta forte, l’Italia si rassegnò. Predicavano: almeno l’euro ci protegge dalla bancarotta. Altra menzogna. Perché, come scrivevo nel 1997, «non si capisce perché i tassi sul debito italiano debbano divenire quelli tedeschi. Da noi circolano lire, eppure i tassi di interesse al Sud sono più elevati che al Nord; con l’euro sarà lo stesso visto che il debito tedesco è minore di quello italiano».

Ma la carovana d’inetti giornalisti ed economisti approvò all’unanimità che i titoli di stato di un’Italia nella quale la produttività non cresceva, fossero prezzati per anni come quelli della produttiva Germania. Col presente disastro: esito sia in Grecia, sia in Italia, sia in Spagna dell’eccesso di debiti che ne è risultato. L’euro ha significato insomma enorme accumulo di debito, di capitali in eccesso, che appunto per la bassa produttività delle nazioni mediterranee le borse a ragione stanno svalutando. Cosicché il debito italiano torna al valore minore che gli compete, con tassi d’interesse più alti per la logica dei fatti, e non per la cattiveria delle agenzie di rating o di Angela Merkel. E i capitali creati in eccesso si svalutano, giacché il precedente accumulo non trova rendimento. L’Italia non cresce abbastanza per ripagarlo.

A sentirseli descrivere così i fatti certo il lettore può sorprendersi, eppure senza quasi accorgersene egli si ritrova a riconsiderare in altro modo la questione dei denari in decumulo. Come i mutui americani su cui si è costruito un boom speculativo, così l’euro ha implicato sovraccumulo di capitale, di debito emesso dallo stato greco o italiano, collocato per ulteriore insipienza pure all’estero. Ma se l’euro s’è rivelato un denaro creante accumulo in eccesso, è più che lecito pensare, per uscire dai guai, a denari opposti, in decumulo.

Il veridico economista Friedric von Hayek era così persuaso della nocività delle banche centrali da dirsi per la fine del loro monopolio di emissione monetaria. Ed è chiaro a ogni persona sensata che il ritorno alla lira avrebbe una qualche sensatezza. Anzi direi che, essendoci costretti, forse più
consigliabile sarebbe persino tornare a due lire diverse, una per il Sud Italia e un’altra per il resto della nazione. Comunque bisognerà ristrutturare il debito e dunque con le due nuove lire dovrebbe dosarsi nel tempo un decumulo degli attivi di banche, famiglie e fondi denominati in titoli di stato.

Tutto questo implicherebbe una qualche forma di denaro «a scadenza», che proporzioni il decumulo delle passività. Impresa che riuscì mirabilmente alla riforma monetaria tedesca del 1948, quando il vecchio marco venne sostituito dal nuovo distribuendone l’onere tra imprese, banche e risparmiatori, e trasferendo reddito ai profughi dell’Est. Anche quella riforma, cui seguì il boom tedesco, potrebbe dirsi un esempio di denaro in decumulo, come pure sarebbe una ristrutturazione del debito, distribuita nel tempo, e l’introduzione di due lire. Riforme che richiederebbero tuttavia una nuova idea di stato, sperabilmente confederato, che non si curi più della spesa in istruzione e sanità e delle pensioni, da affidarsi per l’appunto alla libera scelta di indirizzare a regime il denaro dove si crede, in forma di trasferimento, dono a scuole o pensioni magari pubbliche ma non più statali. Giacché questo è l’altro esito di un denaro in decumulo come quello di Steiner. Comunque sia l’eccesso di accumulo creato dall’euro e dalle follie delle banche centrali deve essere corretto, pena la depressione. Perciò quei denari in decumulo o la libertà d’emissione, che agli incolti paiono stravaganze, possono avere una loro utile coerenza.

Ma chi può oggi credere che il debito greco possa essere restituito alla Bce o all’Unione europea? Anche il valore del debito spagnolo o italico può nei prossimi anni solo decumularsi. Difficile certo dire di più, per giunta a lettori anestetizzati dalle banalità insegnate dai pessimi economisti di questi anni. Ma a leggere queste brevi righe ci si dovrebbe sentire almeno più liberi, anche se storditi da una libertà di dire cui ci si è disabituati dacché è in recita la commedia dell’euro.

(1)John Maynard Keynes (1883-1946), economista inglese:
contrastando la teoria economica neoclassica, sostenne la necessità che il settore pubblico debba intervenire a sostegno diretto dell’occupazione,
con misure di politica fiscale e monetaria.

(2) Silvio Gesell (1862-1930), mercante ed economista tedesco:
propugnò un denaro «a tempo», per trasformarlo in merce deperibile (Gesell parlò espressamente di «banconote che si arrugginiscono»), allo scopo di regolarne gli effetti sulle ingiustizie sociali.

(3) Rudolf Steiner (1861-1925), filosofo austriaco:
contro l’inflazione speculativa «che distorce valori e prezzi, e genera croniche instabilità finanziarie», sostenne che il denaro dovesse invecchiare e morire. Insomma, denaro «a tempo» che doveva periodicamente essere distrutto.

(4) Per decumulo Gesell, e soprattutto Steiner, intendevano uno dei sistemi attraverso i quali fare «morire» il denaro:
dopo una certa durata il denaro dovrebbe scadere, perdere di valore. Per esempio, il deprezzamento di una moneta coniata nel 2000, la cui durata sia valida per 20 anni, comincerà e crescerà via via che si avvicina al 2020. Il risultato si definisce «decumulo».

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