Economia

Casa, il crollo (atteso) è arrivato

Ecco perché l'amore tra italiani e mattone è andato in crisi

Il cantiere di una palazzina in costruzione messa in vendita a Pisa, 18 aprile 2012. (Credits: ANSA/FRANCO SILVI)

Era atteso, annunciato. Leggere l’ultimo bollettino dell’Agenzia del Territorio sull’andamento del mercato immobiliare in Italia è come guardare l’esito di una radiografia sapendo già che non si stava troppo bene. Nel primo trimestre 2012 la compravendita di immobili in Italia è crollata del 17,8% e quasi un quinto delle contrattazioni relative alle abitazioni si è volatilizzato (-19,6%).

La casa, che da sola vale il 45% del settore, trascina così al ribasso anche i box (-17,4) e nel complesso il settore degli immobili commerciali perde il -17,6 per cento e quello immobiliare relativo ad attività del terziario scende di  ben 19,6% punti di percentuale. Un andamento negativo che non risparmia le grandi come le piccole città e che segue fedelmente gli avvenimenti economici nazionali e sovranazionali degli ultimi mesi del 2011.

Vale la pena di ricordarli? L’introduzione dell’Imu, che ha appesantito la tassazione e reintrodotto l’imposta sulla prima casa, la perdita di 621 mila posti di lavoro in un anno, lo spread e i tassi di interesse sui mutui che restano alti, le banche in crisi di liquidità che concedono i finanziamenti con il contagocce. “E poi il debito degli Stati sovrani, il rischio Grecia, l’assottigliarsi del risparmio e la spesa dei beni durevoli in calo del 7%” commenta Vincenzo De Tommaso, direttore comunicazione dell’osservatorio specializzato sul settore immobiliare Idealista.it. “Sono tutti segnali che vanno soltanto in un senso” continua. E persino il direttore dell’Agenzia Gianni Guerrieri parla apertamente di un mercato in grave flessione, che non promette nulla di buono nemmeno per il futuro.

Con un Pil in discesa ancora dell’1,4% e il lavoro che arranca, si guarda ai dati attuali con giustificato allarme. Anche perché la flessione delle compravendite di abitazioni si evidenzia ormai “anche nelle maggiori otto città italiane” si legge nel bollettino dell’Agenzia. Le grandi città infatti, registrano complessivamente un tasso tendenziale in diminuzione del 17,9 per cento, bruciando in brevissimo tempo la “ripresina” registrata negli ultimi mesi del 2011. Tra i comuni infatti, “spiccano le forti flessioni registrate a Palermo (-26,5%), a Genova (-21,8%), a Roma e Firenze (entrambe -21% circa). Ma i cali non risparmiano nemmeno Bologna (-18,4%), Torino (-18,1%), Milano e Napoli, che subiscono rispettivamente una perdita del 10,7 e del 9,8%”.

“Il mercato crolla, come previsto” continua De Tomaso “ma nelle città che noi monitoriamo (Milano, Roma, Napoli e Torino) registriamo comunque una buona tenuta dei prezzi. Si sa, il mercato immobiliare funziona amacchia di leopardo,. Più difficile nelle zone periferiche, di fascia bassa, per la vendita di nuove costruizioni. Più resistente nei centri storici o nelle metropoli”.

E’ davvero così? Resisteranno i prezzi al crollo del settore? Nelle province delle maggiori città già citate infatti, il dato tendenziale del settore immobiliare viaggia sul -15,9% con il record registrato nell’hinterland di Palermo, che perde più del 25%. D’altronde, nonostante l’iniezione di liquidità operata a più riprese dalla Bce, riuscire a strappare alle banche un finanziamento immobiliare conveniente nella gran parte dei casi resta un miraggio.

Gli istituti di credito usano il denaro fresco per sostenere se stesse, ripianare i bilanci, acquistare titoli di Stato e quindi alleviare il debito degli stati. Alle famiglie rimane poco, costrette insieme con il mutuo a stipulare costose assicurazioni, a presentare in banca non soltanto il contratto di lavoro a tempo indeterminato ma anche informazioni sullo stato di salute e il fatturato aziendale. Persino l’indagine sul risparmio presentata ieri a Torino da Centro Einaudi e Banca Intesa San Paolo lo ha sottolineato: la casa non è più in cima ai desideri e gli italiani risparmiano più volentieri per far studiare o lasciare un’eredità ai figli. Ed è così. Per forza di cose.

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