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Economia

Italia-Svizzera, ecco la posta in gioco nell'accordo sul segreto bancario

Avanzano le trattative con le autorità elvetiche per un' intesa bilaterale sui capitali esportati. Ma Berna vuole una contropartita sostanziosa

Il premier Mario Monti e la presidente della Confederazione Elvetica, Eveline Widmer-Schlumpf (Credits: la Presse)

Le trattative sono in corso e stanno facendo progressi. Ma l'esito finale della partita rimane ancora incerto. Si può riassumere così il lungo confronto tra Italia e Svizzera per giungere a un accordo anti-evasione , che impedisca ai cittadini del nostro paese di sottrarsi alla mano pesante del fisco quando detengono depositi di denaro nella Repubblica Elvetica, per lo più illegali o non dichiarati.Secondo alcune previsioni (tutte da verificare), l'intesa potrebbe portare nelle casse dello stato una cifra compresa tra 10 e 25 miliardi di euro.

Dopo anni di stallo, il confronto tra Roma e Berna sembra stia subendo un'accelerazione, soprattutto dopo l'incontro di ieri tra il presidente della Confederazione Svizzera, Eveline Widmer-Schlumpf, e il premier italiano Mario Monti. In realtà, dal summit di ieri non è emerso granché di significativo, se non la chiara volontà di entrambe le parti di proseguire nelle trattative, per giungere a un accordo  condiviso.

LA POSTA IN GIOCO.

Nel confronto bilaterale tra Roma e Berna, c'è infatti una posta in palio piuttosto significativa, che ha già portato il governo elvetico ad accordarsi su questi temi con altri paesi europei , come la Germania, la Gran Bretagna o l'Austria. Le trattative ruotano tutte attorno al problema del segreto bancario , che la Svizzera custodisce gelosamente, poiché le permette di attirare una montagna di capitali dall'estero.

L'EURORITENUTA.

Negli anni scorsi, in seguito a un pesante pressing dell'Europa, il governo di Berna si è convinto ad accettare un compromesso con le autorità dei principali paesi dell'Ue: l'introduzione dell'Euroritenuta, un sistema di tassazione, che sembrava inizialmente accontentare tutti (o quasi). In cambio del mantenimento del segreto bancario, Berna ha accettato di applicare una direttiva europea (in vigore anche in altri paesi Ue) che oggi prevede un prelievo del 35% sui redditi da capitale incassati in Svizzera dai cittadini residenti in altre nazioni del Vecchio Continente. Il gettito, viene in gran parte girato dal governo elvetico agli altri paesi europei che riescono così a combattere alcuni tentativi di evasione fiscale da parte dei propri contribuenti.

GETTITO DELUDENTE.

Peccato, però, che il sistema dell'Euroritenuta abbia mostrato sinora parecchie falle, nonostante l'aliquota fiscale sia abbastanza elevata. Le entrate derivanti dall'imposta sono state infatti nell'ordine di appena mezzo miliardo di euro all'anno (di cui un centinaio di milioni, nel 2010, sono andati all'Italia). Poca roba, insomma. L'imposta ha infatti ancora un campo di applicazione piuttosto limitato, poiché riguarda  soltanto le persone fisiche (e non le persone giuridiche come le società o i trust) e grava esclusivamente sugli strumenti finanziari che producono interessi (escludendo dunque le azioni, le polizze, i fondi di investimento).

GLI ACCORDI BILATERALI .

Di fronte ai risultati non troppo esaltanti dell'Euroritenuta, alcuni paesi europei si sono dunque convinti a siglare con la Svizzera dei nuovi accordi bilaterali che entreranno in vigore nel 2013 e che in alcuni casi (come per la Germania) devono tuttavia essere ancora ratificati dal Parlamento. Lo scopo di queste nuove intese, ancora una volta, è quello di evitare che alcuni contribuenti europei riescano a sottrarsi all'imposizione fiscale sui capitali esportati in Svizzera. Nello specifico, i cittadini tedeschi, inglesi o austriaci che hanno i soldi depositati nei forzieri elvetici potranno scegliere se percorrere due strade alternative. La prima consiste nel rinunciare al segreto bancario, consentendo  alle autorità svizzere di fornire informazioni sui loro capitali al paese di residenza (seppur con molti limiti), con il rischio concreto di finire sotto la lente del fisco nazionale.

La seconda scelta prevede invece il mantenimento del segreto bancario, in cambio di una contropartita: il pagamento di un una “mega-tassa” sulla ricchezza posseduta (che viene incassata da Berna e girata ai governi degli altri paesi). Si tratta di un'imposta patrimoniale liberatoria sul capitale, che varia da paese a paese e a seconda al periodo di tempo (calcolato fino al 2010) in cui i soldi dell'investitore sono rimasti nei forzieri delle banche elvetiche. Per i cittadini tedeschi, per esempio, il prelievo patrimoniale è compreso tra il 21 e il 41% del capitale, per gli inglesi tra il 19 e il 34% e per gli austriaci tra il 15 e il 38%. Dopo aver versato l'imposta liberatoria, inoltre, chi detiene capitali in Svizzera dovrà pagare ogni anno una tassa sui rendimenti finanziari ottenuti, che in genere è allineata a quella in vigore nei rispettivi paesi di origine.

GLI OSTACOLI A ROMA.  

Dopo l'accordo stipulato da altre nazioni, anche l'Italia sembrerebbe ora intenzionata (ma il condizionale è d'obbligo) a siglare con Berna un' intesa simile. Tuttavia, secondo Roberto Lenzi, esperto di diritto finanziario e titolare dell'omonimo studio di consulenza patrimoniale, le trattative potrebbero incontrare sulla propria strada alcune difficoltà impreviste. Innanzitutto, come sottolinea Lenzi, gli accordi rischiano di essere ostacolati dalla farraginosità del sistema fiscale italiano dove le regole sono spesso poco chiare  e il livello dell'imposizione viene modificato negli anni con una certa frequenza.

LE CONTROPARTITE PER BERNA.  

Inoltre va ricordato che un accordo di questo tipo costringerà Berna a subire la fuga di una parte dei capitali italiani timorosi del fisco, verso altre  piazze finanziarie come per esempio Singapore. Per questo, la Svizzera chiede in cambio all'Italia due sostanziose contropartite. La prima è di essere eliminata dalla blacklist, cioè la “lista nera” di paesi a fiscalità agevolata, su cui le autorità del nostro paese hanno imposto delle significative limitazioni negli scambi di denaro (una misura che danneggia i rapporti commerciali tra i due paesi).

La seconda richiesta della Svizzera è di permettere alle istituzioni finanziarie elvetiche di avere un migliore accesso al mercato italiano, con  la possibilità di vendere prodotti e servizi agli investitori del nostro paese, senza la necessità di aprire un'apposita filiale a sud delle Alpi ed essere completamente assoggettate alle regole nazionali. E' proprio questa richiesta, secondo Lenzi, che potrebbe ostacolare maggiormente le trattative.  “Non va sottovalutata la capacità di pressione delle lobby bancarie del nostro paese, che non vedono certo di buon occhio l'ingresso sul mercato di scomodi concorrenti stranieri”.

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