Economia

Le metropoli più dinamiche sono in Asia, le più statiche in Italia

La Cina in vetta alla classifica grazie alle performances prodigiose di Hefei, Zhongshan, Jinan e Foshan. Nel Bel Paese i risultati peggiori sono quelli di Napoli e Firenze

Zhongshan (Credits: Marco Cerbo)

Se dovessimo premiare il paese che negli ultimi vent'anni ha registrato la più ampia trasformazione della propria economia alla Repubblica popolare cinese spetterebbe senza dubbio la medaglia d'oro. Lo confermano una serie di ricerche pubblicate negli ultimi giorni. Secondo il Brooking Institute, ad esempio, tra le prime 28 città del mondo per Pil reale procapite e cambiamento nelle modalità di impego addirittura 27 sono cinesi. Le metropoli della Repubblica popolare si confermano al vertice anche nella classifica dell'Overall Economic Index, questa volta con 13 città nelle prime venti posizioni.

Ciò che stupisce, e che rafforza ancora di più la convinzione che sia la Cina la nazione che più è cambiata a livello economico e sociale, è il fatto che non ci siano le metropoli più "note" come Pechino e Shanghai alla base del successo della Repubblica popolare, ma città sconosciute come Hefei, Zhongshan, Jinan e Foshan. La prima, oggi importantissimo hub manifatturiero, ha visto il suo Pil reale pro-capite aumentare del 1102,5% dal 1993 al 2012. La seconda del 910,6%, la terza e la quarta, rispettivamente, dell'871,7% e dell'842,2%.

Entrambe le classifiche testimoniano un cambiamento generale nelle performances delle più grandi economie metropolitane del mondo. Oggi, infatti, tre quarti delle prime trecento si trovano in Asia, America Latina, Medio Oriente e Africa, mentre le novanta metropoli che hanno registrato la crescita più lenta si trovano in Europa Occidentale e in America del nord. Tra queste, l'Italia ha ben sette centri urbani nelle prime trenta posizioni: Napoli (5), Firenze (12), Genova (15), Bologna (18), Torino (20), Milano (24) e Verona (26).

Per quanto siano in tanti a immaginare che questo riassestamento rappresenti l'ennesima conseguenza della crisi finanziaria globale, che avrebbe quindi costretto le metropoli dei paesi sviluppati a fare una brusca frenata, enfatizzando i progressi compiuti da quelle delle nazioni in via di sviluppo, in realtà si tratta di un'evoluzione più che prevedibile che, tuttavia, va monitorata con grande attenzione.

Per quanto i dati relativi alle città del Bel Paese non possano non essere definiti preoccupanti, è naturale, addirittura fisiologico, che le metropoli moderne crescano a un tasso moderato. Al contrario, sono i tassi di espansione degli agglomerati urbani del Sud del mondo che dovrebbero spingerci a fare qualche riflessione. Prendiamo l'esempio della Cina, che almeno sul piano dei numeri ha conquistato la maggior parte delle classifiche relative a crescita e sviluppo degli ultimi anni. Siamo sicuri che il modello di crescita seguito dalle città orientali sia positivo e, soprattutto, meriti di essere copiato?

Personalmente direi proprio di no. Una città come Zhongshan era già chiaro cinque anni fa, quando ci sono stata per la prima volta, che prima o poi sarebbe esplosa. E già allora era più che prevedibile che il suo più grande problema, nel medio periodo, sarebbe stato non tanto quello di mantenere invariato un tasso di sviluppo da record, quanto quello di regolarlo per evitare che una crescita eccessiva diventasse sempre più ingestibile. Traffico esagerato, cavi elettrici che si ammassano ovunque ci sia un minimo di spazio, tassi di inquinamento da guinnes dei primati, grattacieli che crescono come funghi, e una serie di altre caratteristiche negative che non per molto ancora il tasso di sviluppo riuscirà a far passare in secondo piano.

Applicare un piano regolatore ex post è quasi impossibile. Soprattutto in un contesto, come è quello dei paesi in via di sviluppo, in cui le realtà come Zhongshan continuano a moltiplicarsi. Ecco perché non necessariamente il mantenersi ai vertici delle classifiche precedentemente citate è positivo. Ed ecco perché la Cina prima di qualsiasi altro paese dovrebbe cercare di concentrarsi di più sugli effetti del suo sviluppo nel medio-lungo periodo. Anche a costo di trascurare la crescita, se necessario.

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