Balotelli, i corner e il vantaggio comparato

Questo sarà un post un po’ tecnico: nel senso che al termine attribuiscono a Coverciano, non al MIT. Durante il mercato di riparazione di gennaio, il Milan si è assicurato il cartellino di Mario Balotelli, coronando una storia d’amore che …Leggi tutto

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Questo sarà un post un po’ tecnico: nel senso che al termine attribuiscono a Coverciano, non al MIT. Durante il mercato di riparazione di gennaio, il Milan si è assicurato il cartellino di Mario Balotelli, coronando una storia d’amore che sembrava non doversi più compiere. Prima di essere un personaggio iconico e forse controverso, il giovane bresciano è un calciatore portentoso: proprio nel momento in cui l’altro “nuovo italiano” rossonero si è inceppato, Balotelli – dodici presenze e undici reti – ha condotto la squadra a un passo da un obiettivo che, per riguardo ai lettori scaramantici, ci asterremo dal menzionare.

Di pari passo con il livello delle sue prestazioni, è cresciuto il peso di Mario all’interno del gruppo: i compagni gli riconoscono non solo le indiscutibili doti tecniche e fisiche, ma anche una sorta di primazia carismatica. In campo, queste considerazioni si riflettono soprattutto sulla gestione dei calci da fermo: se lo sviluppo del gioco aperto rincorre evoluzioni e opportunità contingenti, la responsabilità di una punizione o di un rigore è invece attribuita con una scelta esplicita, sulla base di gerarchie meditate o connaturate ai rapporti interni alla squadra. Per una dimostrazione plastica, rivedetevi l’ultimo Milan-Parma. Fallo al limite: il diciottenne Niang – ancora a secco in campionato – si avvicina fiducioso al punto di battuta: ma trova mezza squadra sulla sua strada. Balotelli prende la palla, la mette nel sette e – bontà sua – va ad abbracciare il reprobo.

Insomma, da tre mesi i calci da fermo per il Milan sono una questione privata di Mario: vale per i rigori (quindici su quindici in carriera), vale per le punizioni, vale ormai persino per i calci d’angolo. Ora, battere un corner non è un’operazione banale. Si tratta di effettuare un cross veloce e preciso a una distanza di oltre trenta metri, con la difesa schierata e un angolo di tiro sacrificato. Pochi calciatori saprebbero farlo meglio di Balotelli. Perché, allora, vedere l’ex City nei pressi della bandierina provoca ai tifosi rossoneri – posso testimoniarlo – violenti attacchi d’orticaria?

Lo spiega bene Alberto Costa sul Corriere di oggi: «È un vezzo sul quale ci permettiamo di dissentire. È singolare infatti che l’attaccante rossonero con più presenza fisica si estranei dalla lotta rinunciando a sfruttare uno di quegli schemi cosiddetti su palla inattiva che nel calcio di oggi fanno la differenza. Mario è comunque più utile in mezzo al traffico dell’area di rigore che accanto alla bandierina». Balotelli è il miglior calciatore della squadra, ma anche le sue risorse sono limitate: se s’incarica di battere il calcio d’angolo, non potrà trovarsi a riceverne la parabola. Ciò è tanto più problematico, quanto più Balotelli è pericoloso davanti alla porta. In termini economici, diremmo che Mario ha un più alto costo opportunità rispetto a un compagno meno dotato nella finalizzazione e nel gioco aereo.

È questa l’intuizione alla base della teoria dei vantaggi comparati, perfezionata da David Ricardo: la logica economica non richiede che un bene sia prodotto da chi può farlo nel modo più efficiente in assoluto, bensì da chi ha un vantaggio relativo d’efficienza – in altre parole, un minor costo opportunità. La portata del principio è generalissima: si riverbera nel commercio internazionale, spiegando perché il Portogallo si dedicasse alla vinificazione e importasse tessuti dall’Inghilterra, pur potendo produrre entrambi i beni a un prezzo inferiore; e informa la divisione del lavoro, mostrando perché un avvocato assumerà una segretaria pur sapendo usare il computer meglio di lei.

A ben vedere, il principio del vantaggio comparato ha anche un fondamentale riflesso morale: ci ricorda che “nessun uomo è un’isola” e che persino i migliori tra noi hanno bisogno dei meno dotati. Mario impari ad aspettare la palla e pensi a segnare. In fin dei conti, il calcio – proprio come il mercato – è un gioco di squadra.

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