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Economia

Google e l’equazione (im)possibile delle donne al potere

Dopo l’uscita di Marissa Mayer, il sito più visitato al mondo si interroga sulla sua capacità di attrarre i migliori talenti in rosa della Silicon Valley

Larry Page, co-fondatore di Google e attuale ceo in una foto scattata lo scorso aprile a un anno dal suo insediamento al vertice (AP Photo/Paul Sakuma, file)

Questa volta, il re degli algoritmi ha sbagliato i conti. Google, evidenzia un recente articolo apparso su The New York Times , è sempre stata considerata un’azienda dove le donne hanno le stesse possibilità di fare carriera degli uomini. Ultimamente, però, il mito è stato messo in discussione e la clamorosa uscita di Marissa Mayer ha portato la multinazionale americana a interrogarsi su come fare in modo di poter diventare il polo gravitazionale delle (poche) donne della Silicon Valley.

I manager, a quanto pare, sono preoccupati che troppe donne abbandonino i colloqui di selezione e che il ritmo delle promozioni non è pari a quello dei colleghi uomini. Ne è nato, dunque, un algoritmo che evidenzia esattamente quando le donne hanno iniziato a lasciare le poltrone che contano e cosa si potrebbe fare per invertire la tendenza.

Incentivare la socializzazione con altre donne già dal processo di selezione, allungare il periodo di maternità sono due misure che hanno dato risultati, promuovere corsi che invitino le donne a candidarsi per le promozioni (in Google, infatti, ci si candida. Cosa che, dati alla mano, riesce più facile agli uomini). Ma le cose al vertice sono ben diverse. Dall’arrivo di Larry Page, che in qualità di ceo ha riorganizzato Google lo scorso anno, le donne hanno iniziano a essere estromesse dalle decisioni che contano o sono state scavalcate dagli uomini nelle promozioni. E’ così che Mayer ha detto di sì a Yahoo.

Mayer è stata la prima donna ingegnere a lavorare per Google e ha guidato il suo business più profittevole per anni. Ma nel 2010, le è stato dato un nuovo incarico, considerato dai più un demansionamento e poi Page l’ha rimossa dal comitato decisionale che è passato da 15 membri a 11, e da quattro a una sola donna, mentre sono tre le donne che siedono nel consiglio di amministrazione a dieci posti. Page ha “liquidato” anche Rachel Whetstone, responsabile della comunicazione e Shone Brown, che guidava le business operations e adesso è passata a Google.org, il braccio filantropico di Google. L'unica donna rimasta in sella è Susan Wojcicki, responsabile dell’advertising, nonchè cognata di Sergey Brin.

C’è chi fa osservare che si tratti di una naturale selezione basata sul tipo di studi – ingegneristico- informatici – in cui è giocoforza trovare più uomini che donne. Ma non tutti sono d’accordo. La notizia, infatti, è che Google non è un caso isolato: dal 2000 al 2011, il numero di donne che lavorano in ambito informatico è calato dell’8%, arrivano al 25% del totale, mentre il numero di uomini è cresciuto del 16%, secondo i dati dell’Ufficio Nazionale di Statistica.

Google fa sapere che dei 34.300 dipendenti, un terzo è donna e, pur non specificando quanta parte dello staff abbia una funzione in ambito tecnologico, si tratta di una percentuale superiore al 25% rilevato dalle statistiche. Ma l’obiettivo del 50% è ancora lontano. Soprattutto ai piani alti.

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