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Perché l'Europa non può fare a meno del gas della Russia

L'equilibrio energetico del Vecchio Continente dipende da Mosca, e Bruxelles non può permettersi di sostenere le provocazioni di Kiev

Gazprom

– Credits: rostislav foursa / Alamy

Se Gazprom decidesse davvero di bloccare i flussi di gas verso l'Ucraina, quest'ultima non sarebbe certo l'unico paese a ritrovarsi in grosse difficoltà. Soprattutto considerando che l'escalation di instabilità in Africa del Nord lascia spazio a ben poche alternative. 

Cosa è successo

Il punto di vista del colosso energetico russo è molto semplice: Gazprom non lavora a credito, quindi se Kiev non paga le forniture non possono che essere interrotte. In realtà la Russia aveva già chiuso i rubinetti del gas lo scorso giugno, quando il debito di Kiev nei suoi confronti aveva superato, secondo stime russe, il tetto dei 5 miliardi di dollari, nella speranza di indurre l'Ucraina a rispettare i termini dei pagamenti precedentemente stabiliti. A fine 2014, a fronte di un debito più che dimezzato, tutto sembrava essere tornato alla normalità, seppure a ritmi e quantità ridotte, ma l'ultimatum di ieri rischia di mettere di nuovo a rischio la stabilità energetica dell'Ucraina e dell'Europa.

Il gas russo, la politica e l'Europa

La Russia, con una quota di mercato di poco superiore al 30 per cento, è il principale fornitore di gas europeo, e il 50 per cento di queste risorse transita attraverso l'Ucraina. Il punto è che il braccio di ferro tra Kiev e Mosca non può essere risolto con un semplice trasferimento bancario. La prima, infatti, ha accusato la seconda di non essere stata ai patti, procedendo all'acquisto di quantità di gas inferiori a quelle concordate (si parla di 47 milioni di metri cubi al posto di 114), usando come giustificazione un aumento del prezzo non concordato. E non è tutto: una settimana fa il Primo Ministro Dmitry Medvedev aveva incoraggiato Gazprom a prendere in considerazione l'ipotesi di coprire il fabbisogno energetico delle repubbliche separatiste di Donets e Lugansk, di cui Kiev avrebbe smesso di occuparsi ufficialmente per "una improvvisa rottura dei gasdotti che collegano questi territori al resto del paese". 

Provocazione ucraina

Secondo Forbes, la principale responsabile di questa seconda impasse sarebbe proprio l'Ucraina, che avrebbe calcato la mano per dimostrare alla Russia di poter fare a meno di lei, proprio perché sostenuta dall'Europa (alla quale il Premier Arseny Yatsenyuk avrebbe confermato l'intenzione di potenziare le capacità estrattive del paese proprio per permettere a Bruxelles di cancellare definitivamente la Russia dall'elenco dei suoi partner energetici. Una proposta certamente interessante, se solo fosse realistica e praticabile...). 

Economicamente parlando, sono i numeri a mettere in evidenza l'assurdita della situazione. L'Ucraina (che tra l'altro è sull'orlo del default e continuerà ad avere bisogno del sostegno del Fondo Monetario Internazionale per sopravvivere), non accetta di pagare un po' di più il gas russo, ma è d'accordo a comprare risorse europee a prezzi ben più alti, forse perché convinta che Bruxelles non smetterà mai di aiutarla non potendo permettersi di pagare l'alto prezzo del suo eventuale fallimento. I paesi del Vecchio Continente, infatti, non sono così contenti di sostenere Kiev anche sul piano energetico sia perché hanno già un problema di approvvigionamenti da risolvere, sia perché il loro "nuovo" partner non è certo noto per la sua affidabilità e la sua puntualità nei pagamenti. 

E se il gas russo diretto in Europa passasse dalla Turchia?

Nel frattempo, anche la Russia ha bisogno di trovare un modo per mantenere l'Ucraina isolata continuando però a vendere gas all'Europa, visto che le risorse che ha allocato in Asia non bastano a far quadrare i bilanci. Ecco perché si è adoperata per convincere la Turchia a costruire, entro il 2016, e sempre ammesso che riesca a trovare i fondi per finanziarlo visto che anche Mosca è in crisi, un nuovo gasdotto (ribattezzato Turkish Stream) che, attraversando il Mar Nero, dovrebbe permettere di trasferire ai confini dell'Europa almeno la metà del gas che attualmente transita tramite l'Ucraina. 

Una partita senza vincitori

Se venerdì le forniture verso l'Ucraina verranno definitivamente interrotte, una ulteriore escalation di tensioni nella regione diventerà inevitabile. Il problema è che anche a fronte di una evoluzione di questo tipo sarà impossibile concludere che la Russia abbia avuto la meglio. L'Europa, non potendo permettersi di fare a meno delle risorse energetiche russe (che tuttavia, complici le difficoltà derivanti dal problema Ucraina, negli ultimi mesi sono state progressivamente ridotte), di certo continuerà a importare da Gazprom tramite altri canali, strategia che inevitabilmente ridurrà la credibilità politica di Bruxelles. Senza dimenticare che, come sottolinea Nicolò Sartori, responsabile del programma Energia dell'Istituto Affari Internazionali di Roma, che altri canali realmente affidabili al momento non esisto. O meglio, quelli che ci sono non sono suficienti, quindi una soluzione va trovata. L'Ucraina non può che continuare a bluffare, perché non ha i mezzi per investire nella produzione nazionale ne' per coprire il proprio fabbisogno energetico con importazioni europee. E la Russia? Il semplice fatto che voglia trasportare gas in Europa passando dalla Turchia dimostra che non ha alcuna intenzione di fare a meno di uno dei suoi principali partner energetici. E in ogni caso, complice la crisi dei prezzi del petrolio, non può nemmeno sostenere un ulteriore taglio delle esportazioni. 

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