Euro

Quale futuro per l'Eurozona (economicamente parlando)

Secondo il Wall Street Journal la banca centrale tedesca potrebbe appoggiare il piano di stimoli della Bce. Ecco le incognite e le opzioni sul tavolo - Cosa può fare Mario Draghi -

Jens Weidmann, il presidente della Bundesbank – Credits: Imagoeconomica

La Bundesbank apre al Quantitative Easing (QE) per l'eurozona. Anzi no. La banca centrale tedesca torna a far parlare di sé. Secondo quanto riporta il Wall Street Journal (WSJ) citando una fonte vicina ai dossier della Bundesbank, l'istituzione monetaria guidata da Jens Weidmann sarebbe pronta a dare il suo appoggio al maxi piano di stimoli monetari della Banca Centrale Europea (BCE) del quale si mormora da inizio anno. E infatti, non appena pubblicata l'indiscrezione, il cross euro-dollaro si è mosso al ribasso, scendendo sotto quota 1,37. Tuttavia, il diavolo si nasconde nei dettagli.

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Non è ancora tempo di QE per l'euro area. Di questo, è sicura la maggioranza delle banche d'investimento globali. Ma è altrettanto sicuro che la discussione all'interno del Governing Council della BCE esiste e una qualche forma di stimolo monetario potrà arrivare già a inizio giugno, a margine delle elezioni europee. Poi, dopo la pubblicazione delle sue nuove previsioni economiche - in giugno appunto - si vedrà. Non è un caso che la fonte del WSJ parli di "significativi stimoli" e "alcuni acquisti di Asset-Backed Security (ABS, cioè titoli garantiti da asset, ndr)" e non di Quantitative Easing in senso stretto. Fra gli stimoli rientrano le classiche misure di politica monetaria dell'Eurotower, quali sforbiciate ai tassi d'interesse e operazione di rifinanziamento a lungo termine. Ma con QE, di contro, si intende l'acquisto diretto, massiccio e prolungato, di asset sul mercato secondario, che siano bond governativi, obbligazioni corporate o ABS, da parte della Bce. E finora, date le attuali condizioni di mercato, nessuno all'interno della Bundesbank ha mai dato segnali di apertura. Né li darà, a meno di un repentino deterioramento della congiuntura. Tutto dipende dai dati.

A far perdere il sonno agli economisti della BCE c'è l'inflazione. O meglio, la deflazione. In cinque Paesi dell'eurozona (Grecia, Spagna, Irlanda, Portogallo, Cipro) l'indice generale dei prezzi al consumo lo dice senza troppi giri di parole: la deflazione è realtà.

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Inoltre, esiste il rischio che questa fattispecie si verifichi anche in Italia e Francia, oltre che in Germania. Ma prima di lanciare un programma di acquisti, la BCE vuole attendere che lo scenario sia definito. Le aspettative di inflazione rimangono ancorate alle stime di marzo, che vedono un tasso dell'1,7% a fine 2016. Nel caso debba essere riviste al ribasso, saranno valutate le opzioni per riportarle sui binari. È in questo contesto che devono esse lette le indiscrezioni del WSJ.

Negli ultimi due mesi il presidente della Bce, Mario Draghi, ha usato ogni arma verbale in suo possesso per non urtare l'umore degli investitori internazionali. Lo scopo più importante è mantenere costante il flusso di capitali che da inizio anno a oggi è entrato nell'area euro, complici le turbolenze sui mercati emergenti e l'escalation della crisi ucraina. Dal 1 gennaio a oggi sono infatti rientrati oltre 150 miliardi di dollari, secondo i calcoli di J.P. Morgan, equamente divisi per tutte le classi di asset. L'obiettivo secondario è quello di dare slancio a una ripresa economica che appare ancora disomogenea, fragile e modesta. Infine, si deve tener presente che l'attuale livello generale dei prezzi nella zona euro è assai lontano rispetto al target della BCE, il 2%. È per questo che, fra le possibilità di Draghi, c'è anche un piano di acquisti di ABS, dati i problemi politici che potrebbero scaturire da un intervento sul mercato dei bond governativi. Non è però chiaro, all'interno dell'Eurotower, quale possa essere la reale efficacia di una mossa del genere. Il mercato europeo delle ABS, secondo i calcoli di Morgan Stanley, vale 1.503 miliardi di euro, ma di questi solo 761 soddisfano i criteri di eligibilità della BCE. Come se non bastasse, si tratta di strumenti il cui mercato ha un volume modesto nei Paesi attualmente in deflazione. Il rischio è quindi quello di non risolvere alcun problema.

Il meeting della Bce del prossimo 5 giugno sarà cruciale. La maggior parte delle banche ritiene che ci sarà una mossa da parte di Draghi. Société Générale ha oggi ipotizzato un'operazione su tre fronti. Prima un taglio di 25 punti base, fino a quota 0,50%, del tasso di rifinanziamento interbancario, poi un taglio di 15 punti base, fino allo 0,10%, del tasso principale, infine una sforbiciata al tasso sui depositi, portato in territorio negativo al -0,10 per cento. Più conservativa è Goldman Sachs, che vede solo un taglio di 15 punti base al tasso principale. Fatalista è invece Nomura, che crede che il QE della BCE possa concretizzarsi entro la fine dell'anno, anche se non è possibile specificare una data. «Dipende dall'evoluzione della congiuntura macroeconomica nel terzo trimestre», ha scritto stamattina la banca nipponica in una nota ai clienti istituzionali. In realtà, è lo stesso concetto usato da Draghi nell'ultima riunione del consiglio direttivo della BCE. Per ora, nonostante i rumor, nulla è cambiato.

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