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Economia

English is compulsory here - Qui l'inglese è obbligatorio

Il Politecnico di Milano ha aperto la strada dei corsi in lingua obbligatori, ma il fenomeno sta esplodendo in tutte le università. E ormai nel 55 per cento delle imprese si comunica quasi solo in «British».

di Damiano Iovino e Zornitza Kratchmarova

Enzo Biagi raccontava che il suo illustre collega Alberto Ronchey amava inserire parole inglesi nei suoi articoli e, se lo obbligavano a tradurle, metteva l’italiano fra parentesi. Un aneddoto d’altri tempi, quando l’inglese era patrimonio di pochi, mentre oggi è sempre più usato. Lo dimostra la polemica nata a Milano, dove un centinaio di docenti del Politecnico ai primi d’agosto ha presentato ricorso contro la decisione dell’ateneo di tenere tutti i corsi di laurea magistrale «esclusivamente in inglese», a partire dall’anno accademico 2014-2015.

Del resto, che la tendenza sia questa lo rivelano i numeri dei corsi in inglese nelle università italiane: l’offerta è passata da 102 nel 2011 a 130 quest’anno, il 28 per cento in più. E sono state più di 80 mila le iscrizioni ai test di ammissione ai corsi di laurea in lingua inglese in medicina e chirurgia, per 10.173 posti, e in odontoiatria, dove ce ne sono 931.

L’inglese non cresce solo nell’università, ma in tutti gli ambienti di lavoro, dalla pubblicità alle forze armate, dalla medicina alla finanza. E non ai vertici aziendali, perché già ai primi gradini della scala gerarchica è necessario conoscere l’inglese. Alla Fiat Sergio Marchionne parla inglese con tutti, anche con gli italiani. Il capo, si sa, fa tendenza. Nel 2011 la Fiat ha investito 80,3 milioni di euro in formazione. E secondo le statistiche della Gidp Hrda, l’associazione che unisce 3.850 direttori del personale in Italia, lo studio delle lingue assorbe il 30 per cento delle spese di formazione delle medio-grandi imprese italiane. Un buon investimento per un’azienda come la Fiat, presente in 190 paesi con attività industriali e in 44 con servizi finanziari. Molte riunioni al quartier generale di Torino si svolgono in conference call con le sedi estere. L’inglese era la lingua comune anche prima dell’acquisizione dell’americana Chrysler. Per questo, da tempo i comunicati stampa sono in versione bilingue e, se è difficile pensare che in fabbrica tutti parlino inglese, i capisquadra lo conoscono, perché capita che debbano coordinarsi con i colleghi stranieri. Negli uffici un impiegato che aspira a un futuro più roseo non può esentarsi da un minimo di British culture.

Anche alla Ferrari l’inglese è di casa. Tutti gli ingegneri lo parlano «fluently» e anche molti dei meccanici conoscono il linguaggio tecnico: nella gare di F1 le comunicazioni tra il team e i piloti sono in inglese.

Analoga è la situazione alla Fincantieri: il 30 per cento del fatturato viene dalle commesse militari, che per i due terzi arrivano dall’estero. Non a caso i 500 laureati assunti negli ultimi anni parlano tutti inglese. Per i medici non è diverso: «È tassativo, per un giovane che voglia laurearsi, conoscere l’inglese come l’italiano» avverte Francesco Montorsi, professore al San Raffaele di Milano, una dei centri di formazione clinica che, al pari delle università di Pavia e Statale di Milano, da tre anni hanno avviato corsi di laurea in medicina in inglese. «È la lingua unica del progresso» riassume Montorsi, ricordando che «i congressi si svolgono in inglese. Se vuoi fare il medico di base forse puoi farne a meno, ma rischi di essere aggiornato con due anni di ritardo».

Conferma la tesi Gianluca Vago, direttore del corso di laurea in medicina internazionale all’Humanitas: «Dovrebbe essere un prerequisito per questa professione, visto che i manuali più aggiornati sono in inglese. La ricerca è talmente veloce che un libro appena stampato è già vecchio. Ma se aspettiamo che lo traducano diventa arcaico».

Come all’ospedale San Raffaele, anche all’Humanitas l’inglese si usa anche sul lavoro: «Capita sempre più spesso che alle nostre riunioni partecipino medici stranieri, dunque l’inglese è d’obbligo» spiega Vago, che ai congressi internazionali ha visto diminuire il ricorso dei colleghi alle cuffie per la traduzione. «Sempre più spesso lavoriamo in conference, attraverso internet, e senza inglese questo sarebbe impossibile».

La globalizzazione della professione ha creato uno slang da camera operatoria, «inevitabile perché purtroppo la sintassi italiana per esprimere un concetto a volte prevede l’uso di 10 parole mentre in inglese ne bastano quattro» dice Montorsi. «Per non parlare dei nomi intraducibili di tecniche e strumenti». Il problema è ben presente (da tempo) nel mondo della pubblicità, dove l’inglese viene creativamente storpiato in uno strano «angliano»: così si dice che devi «lookkare giovane», cioè sembrare giovane; o ti ricordano che bisogna «challengiarsi», cioè essere pronti ad affrontare una sfida. Carlo D’Innella, che è stato uno dei protagonisti del rutilante mondo della pubblicità milanese sin dai primi anni Settanta, ricorda che «il consumer marketing è nato nel mondo anglosassone e perciò, quando è sbarcato in Italia, certi termini e certi linguaggi erano così radicati che non
valeva la pena di tentare di tradurli. Allora eravamo in pochi a parlare inglese, oggi tutti devono saperlo meglio, infatti ho mandato le mie figlie a studiare all’estero».

Anche alla Procter & Gamble Italia «è impossibile lavorare se non si conosce l’inglese» sottolinea il direttore delle relazioni esterne, Paolo Aruta «Quando entrai in azienda, 24 anni fa, non conoscevo l’inglese: il primo passo fu un corso intensivo di 15 giorni». Oggi Aruta non avrebbe superato la selezione per entrare in un’azienda dove a capo c’è un siriano, Sami Kahale, che ha sposato un’italiana e parla correntemente la nostra lingua, ma sul lavoro usa solo l’inglese. Raccontano che il direttore commerciale Jerome Garbi, arrivato quattro anni fa dalla Francia, sia molto fiero del suo italiano e ami farne sfoggio, ma solo fino a quando Kahale non lo richiama all’ordine: «Switch to English (torna all’inglese, ndr)», anche se alla riunione partecipano solo italiani.

Da un’indagine della Gidp Hrda risulta che il 55 per cento delle 3.178 aziende medio-grandi in Italia (con più di 250 dipendenti) sono multinazionali, quindi l’inglese è la lingua franca. Anche le piccole e medie imprese (da 50 a 250 dipendenti) non possono stare sul mercato senza quadri e dirigenti che lo conoscano. La lingua più richiesta dalle aziende è appunto l’inglese (64 per cento), seguito da francese, tedesco e spagnolo.

Pure le forze armate hanno deciso di mettere l’inglese come materia professionale nei programmi delle accademie militari e delle scuole per i sottufficiali. Sul ponte di comando delle navi della Marina militare si parla in italiano, ma quando si comunica da una nave all’altra, o da una nave a un velivolo, si usa obbligatoriamente l’inglese. Del resto, siamo o non siamo nella Nato, ovvero la North Atlantic treaty organization?

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