Produttività, ora guardiamo anche al capitale

E se ce la prendessimo anche con il capitale? Sì, proprio così. Tutto il dibattito sulla produttività si è concentrato sul lavoro. Anzi, sul lavoro nell’industria manifatturiera: è di questo che si parla anche nell’accordo separato siglato nella notte …Leggi tutto

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E se ce la prendessimo anche con il capitale? Sì, proprio così. Tutto il dibattito sulla produttività si è concentrato sul lavoro. Anzi, sul lavoro nell’industria manifatturiera: è di questo che si parla anche nell’accordo separato siglato nella notte tra 21 e 22 novembre da Mario Monti e dai sindacati esclusa la Cgil. Nello stesso giorno, l’ istat.it ha diffuso le sue analisi sulla produttività negli ultimi vent’anni. E, sorpresa sorpresa, viene fuori che il capitale ha fatto peggio del lavoro. Non solo, i veri guai non vengono dalla produzione di merci a mezzo di merci, ma dai servizi, dalla pubblica amministrazione e dalle professioni private. Sì, sono proprio loro, i professionisti la palla al piede con un crollo dell’1,6 per cento, mentre la manifattura è cresciuta comunque dell’1,5 in termini di produttività del lavoro.

Allora, governo, sindacati e Confindustria discutono su un falso problema? Nient’affatto. La produttività del lavoro è la chiave per aumentare il prodotto nazionale e il reddito pro capite. E siamo tra i peggiori paesi industrializzati come prodotto per ora lavorata e tra i più cari in termini di costi al lordo delle tasse. I bassi salari dipendono anche dalle basse performance in fabbrica e in ufficio. Susanna Camusso lo sa. Si è tirata indietro per ragioni politiche e chissà se concederà un domani a Pierluigi Bersani quel che ha negato oggi a Monti. Vedremo. Ma nemmeno lei, capo del più grande sindacato, tutta attenta a non farsi scavalcare a sinistra dalla Fiom, ebbene nemmeno lei ha messo sul piatto della bilancia l’inefficienza del capitale.

Gli stessi ricercatori dell’Istat sono rimasti colpiti dai dati che hanno analizzato. Dal 1993 al 2011 la produttività del capitale è scesa dello 0,6 per cento l’anno. Nello stesso periodo la produttività del lavoro è salita in media dello 0,9 per cento. Durante questo ventennio ci sono state tre cadute del prodotto lordo, la più grave delle quali nel 2009. I dati, quindi, tengono conto degli effetti combinati di recessioni e riprese, insomma non dipendono dalla congiuntura. Ancora più eclatante è la scarsa produttività del capitale nei settori che dovrebbero essere trainanti, cioè le tecnologie dell’informazione. Qui le cose sono andate pesino peggio della media annua, con una discesa dell’un per cento.

Gli imprenditori non hanno investito? No, il rapporto tra input di capitale e ore lavorate è cresciuto dell’1.6% in media. Forse potevano fare di più, soprattutto dopo il 2003 si registra una scorta di sciopero degli investimenti: quelli in nuove tecnologie si sono addirittura fermati. In ogni caso, impianti e macchinari sono aumentati nel ventennio, ma il valore aggiunto è cresciuto molto meno.

Che vuol dire? Una prima risposta è che il capitale è stato impiegato in modo poco efficiente. E non è solo colpa dei lavoratori. Nelle statistiche internazionali, l’Italia figura tra i paesi che hanno non solo i sindacati più vecchio stile e i lacci e laccioli più rigidi, ma anche la qualità del management e della governante aziendale tra le peggiori. E’ evidente che i manager italiani non meritano tutti i bonus che intascano. Quanto alle grandi famiglie del capitalismo, quelle che ci hanno portato tra i sette grandi paesi dell’Occidente, basta guardare corsa sta accadendo tra padri, figli, nipoti, tra i Caprotti, i Marzotto, i Pesenti, i Merloni, gli Agnelli. Grandi nomi, gradi firme.

Per capire meglio le cifre e le formule e per conoscere in dettaglio l’analisi dell’Istat, rimando al testo integrale.  Qui basti ricordare i parametri usati dall’Istat. La produttività è il rapporto tra una misura del volume dell’output realizzato e una misura del volume di uno o più fattori, richiesti per la sua produzione. Quella del lavoro si misura come rapporto tra l’indice di volume del valore aggiunto e l’indice di volume dell’input di lavoro, ossia è il valore aggiunto per ora lavorata. Il valore aggiunto è la differenza tra il valore della produzione di beni e servizi ed il valore dei costi intermedi sostenuti a fronte di tale produzione. La produttività del capitale è il rapporto tra l’indice di volume del valore aggiunto e l’indice di volume dei flussi dei servizi resi dallo stock esistente di capitale, ossia il valore aggiunto per unità di input di capitale.

Le statistiche sono difficili da interpretare e talvolta contraddittorie. Lavoro, capitale, tecnologie si intrecciano e l’efficienza dell’uno migliora quella dell’altro, mentre tutte insieme generalo la produttività totale, cioè quell’indice che rappresenta davvero la grande zavorra italiana.

Ben venga allora ogni sforzo per portarci oltre il 42esimo posto nella classifica della competitività stilata dal club di Davos, il Word Economic Forum, nel quale Mario Monti è ospite fisso e d’onore. Ma tutti i fattori debbono dare il loro contributo e non puntare il dito l’uno contro l’altro. Sembra l’apologo di Menenio Agrippa, però qualche volta gli antichi romani avevano ragione.

Misure di produttività – 21-nov-2012 – Testo integrale

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