Il G20 predica, la Merkel non ascolta

Non si chiama guerra delle valute, ma «cambiamenti di impostazione macroeconomica nazionale che fanno parte di nuovi percorsi di stabilizzazione delle diverse economie», ha detto il ministro italiano dell’economia Vittorio Grilli. Se non è zuppa è pan bagnato; per l’Italia …Leggi tutto

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Non si chiama guerra delle valute, ma «cambiamenti di impostazione macroeconomica nazionale che fanno parte di nuovi percorsi di stabilizzazione delle diverse economie», ha detto il ministro italiano dell’economia Vittorio Grilli. Se non è zuppa è pan bagnato; per l’Italia (e l’Europa) è persino peggio. Vediamo di decriptare la formula oscura emersa al G20 finanziario del Cremlino, ragionando su quel che sta accadendo nell’economia mondiale e partiamo da Tokio.

Il Giappone, paralizzato da vent’anni di crescita zero virgola, decide di far scattare di nuovo la molla della propria economia, cioè l’export, svalutando lo yen. Il nuovo primo ministro Shinzo Abe lo dice chiaro e tondo, fa pressioni sulla banca centrale, fino a cambiare il governatore pur di raggiungere il suo scopo. Che per il momento resta nella sfera dei desiderata, perché i cambi di mercato vedono uno yen ancora relativamente forte.

Gli Stati Uniti, con una bilancia estera in deficit soprattutto con l’Asia e la Cina, tengono il dollaro basso (anzi calante). Grazie a questo sono riusciti a ridurre il disavanzo, le grandi imprese vanno meglio, l’economia è ripartita, ma non abbastanza (un tasso di sviluppo sotto il 3 per cento, per gli americani è stagnazione). Di conseguenza, la Federal Reserve ha deciso di continuare con una politica monetaria espansiva finché il tasso di disoccupazione non sarà sceso al 6 per cento (oggi è ancora attorno all’8). Non c’è da aspettarsi un rialzo degli interessi prima del 2015, dunque il dollaro resterà basso. Quanto all’inflazione, per gli americani è un obiettivo secondario, prima di tutto oggi c’è l’aumento dei posti di lavoro.

Evviva, magari fosse così anche in Europa dove, invece, il presidente della Bundesbank Jens Weidmann ha lanciato l’usuale anatema antinflazionistico: attento Draghi a non deragliare, perché stavolta sono guai. Dietro questa posizione c’è la solita ortodossia monetaria della scuola tedesca, ma anche un calcolo politico: a settembre si vota e se per caso riaffiora anche un refolo d’inflazione la signora Angela Merkel perde la Cancelleria.

Quanto a Pechino, ancora non è chiaro che cosa ha in mente il nuovo boss Xi Jinping che per ora ha rilasciato ameni discorsi sul ritorno alla sobrietà (“Basta con banchetti e tappeti rossi, basta una zuppa e una ciotola di riso”), intanto il renminbi, la moneta del popolo, resta sottovalutata, la crescita si stabilizza sul 7% annuo, mentre scoppiano le tensioni sociali e l’inflazione interna (con tanto di bolla immobiliare) scava come una talpa. Gli occidentali hanno più volte chiesto di rivalutare la moneta, ma i cinesi hanno fatto solo finta.

Dunque, ecco i “cambiamenti di percorso nazionali”. Ciascun per sé e nessuno per tutti. Non c’è coordinamento delle politiche economiche, quindi prevale la logica del più forte e del più astuto, il leone e la volpe come diceva Machiavelli.

Eppure, gli Stati Uniti da tempo chiedono (e lo hanno ripetuto anche a Mosca) che “i paesi in surplus aumentino la domanda interna per sostenere gli aggiustamenti dei paesi in deficit”. E’ il mantra recitato già al G20 del Messico l’estate scorsa. In concreto, vuol dire che nell’Unione europea i paesi nordici con le finanze pubbliche a posto e politiche dei pagamenti in attivo, debbono aumentare i salari, i consumi interni e gli investimenti per attirare le merci dei paesi che sono ancora in rosso (non solo quelli meridionali, ma anche la Francia). Lo stesso deve fare il sud est asiatico nei confronti di Europa e Nord America. Invece, la Cina e la Germania, entrambi paralizzati in attesa del cambiamento ai vertici politici, da quell’orecchio non ci sentono. Ora a Pechino c’è un nuovo imperatore e non si sa cosa vuole. Mentre a Berlino la Kanzlerin manovra per succedere a se stessa.Questa volta i partner hanno fatto una forte pressione sulla Germania, molto più che sulla stessa Russia e sulla Cina. “Il focus si è spostato”, conferma Pier Carlo Padoan, capo economista dell’Ocse, ma scommettiamo che non accadrà nulla di qui a fine anno?

I G20, G7 e tutti gli altri punti G della diplomazia multilaterale, non sono in grado di decidere nulla, e comunque tutti si fanno i fatti loro. L’economia mondiale, nell’attesa, sta come d’autunno sull’albero le foglie. A Roma sono già secche. Questo vuol dire, in parole povere, la formula di Grilli.

La frattura tra nord e sud è la rovina dell’Europa. Quanto all’Italia, il nostro interesse nazionale coincide ancora con la forza dell’export. L’euro sopravalutato ci nuoce. E così una politica economica che vuole il rigore per tutti e la svalutazione fiscale per se stessa (come nel caso della Germania). Ecco perché il prossimo governo, chiunque vinca, dovrà mettere sul tavolo della diplomazia internazionale, la “questione mediterranea”.

 

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