Draghi pessimista: non c’è ripresa, colpa dei governi

La Bce ha lasciato invariato il tasso di riferimento allo 0,75% e ciò ha deluso molte aspettative, soprattutto nello stesso giorno in cui la Banca del Giappone ha lanciato una politica monetaria molto aggressiva con l’obiettivo di far uscire il …Leggi tutto

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La Bce ha lasciato invariato il tasso di riferimento allo 0,75% e ciò ha deluso molte aspettative, soprattutto nello stesso giorno in cui la Banca del Giappone ha lanciato una politica monetaria molto aggressiva con l’obiettivo di far uscire il paese dalla depressione. Il problema a Tokio non è contenere l’inflazione, ma al contrario farla crescere almeno al 2% nel giro di due anni. Obiettivo tutt’altro che facile. Nell’euro zona i prezzi salgono già poco meno del due per cento l’anno, né la Bce intende spingerli più in alto. E tuttavia, deve affrontare un problema simile a quello giapponese, perché anche l’Eurolandia è entrata in una fase di crescita zero (decisamente sottozero in paesi importanti come l’Italia e la Spagna).

La decisione di non toccare i tassi è venuta al termine di un’ampia discussione per capire che cosa fare se, come tutto fa credere, nella seconda metà dell’anno l’economia europea resterà ferma. La politica monetaria rimane “accomodante per tutto il tempo necessario”, ha ripetuto Draghi il quale ha aperto la porta a una nuova serie di misure per sostenere il credito alle imprese, attraverso le banche o anche direttamente. I prestiti sono scesi di quasi un punto negli ultimi dieci mesi. L’agenzia Bloomberg ha parlato di un documento riservato nel quale si discutono alcune opzioni convenzionali e soprattutto non convenzionali. Tenendo conto che il rifinanziamento del sistema creditizio dello scorso anno non ha funzionato allo stesso modo nella zona euro. Ci sono paesi, e tra questi l’Italia, in cui i quattrini forniti dalla Bce al tasso favorevole dell’un per cento, sono rimasti in cassaforte. Il peso dei Btp scaricati dalle banche straniere su quelle italiane e soprattutto l’ammontare crescente dei crediti a rischio o del tutto inesigibili, paralizzano le banche.

L’esempio di Cipro dimostra la vulnerabilità di un sistema bancario troppo esposto e troppo fragile, l’effetto leva resta ovunque altissimo, le banche debbono aumentare il proprio capitale. E questo non è compito della Bce. Lo ha ripetuto Draghi ribadendo che il salvataggio cipriota non può essere considerato un precedente o un esempio da seguire. L’Eurotower, ha rivelato il presidente, era contraria all’ipotesi di prelievo forzoso sui depositi.

La domanda interna alla zona euro ristagna per mancanza di fiducia e i governi stentano a portare avanti le riforme strutturali per aumentare la competitività. Tocca alla politica monetaria far da supplente, mentre la politica fiscale appare paralizzata e inutilizzabile. Tutto ciò mette Draghi sotto pressione. Anche ieri ha ribadito che “non esiste piano B”, non c’è nessuna possibilità di uscita dall’euro, nemmeno della piccola Cipro. “La moneta unica non è una porta girevole”. Allora, dovrà dovrà far ricorso a tutta la sua immaginazione. La mossa della Banca del Giappone, ad esempio, crea tensione sui cambi: offre alle merci nipponiche un vantaggio competitivo destinato ad aumentare le difficoltà dell’economia europea. “Il tasso di cambio non è un obiettivo della nostra politica, ma dobbiamo tener conto del suo impatto sulle imprese”, ha detto Draghi.

Il consiglio della Bce del 4 aprile, dunque, è stato dominato da una grande preoccupazione sulla tenuta della economia europea e ha gettato le basi per una nuova fase di politica monetaria aggressiva. Nello stesso tempo, cresce la consapevolezza dei limiti che la banca centrale ha, sia all’interno del suo mandato (più ridotto rispetto a quello della Federal Reserve) sia più in generale. La ripresa è compito di chi investe, delle imprese, delle banche, ma anche dei governi che debbono creare le condizioni per un impiego produttivo del capitale. Invece, proprio il fattore politico incide nel modo più negativo.

Draghi ha invitato a rimborsare gli arretrati della pubblica amministrazione: “E’ una delle principali politiche di stimolo che un paese possa prendere e in alcuni casi valgono alcuni punti di pil”. Il riferimento all’Italia è esplicito. Ma il tira e molla sul provvedimento, da un anno oggetto di braccio di ferro tra il ministro del Tesoro Vittorio Grilli e il ministro dello sviluppo Corrado Passera, con sulla testa la mannaia della Ue, è un paradigma del corto circuito tra politica ed economia.

A Roma la confusione aumenta (Draghi non ha voluto commentare, ha solo confermato di aver risposto alla telefonata di Giorgio Napolitano). A Madrid non si vedono passi avanti. Mentre a Berlino la campagna elettorale ha paralizzato ogni decisione. Angela Merkel vuol vincere con i voti dei conservatori i quali dicono apertamente (e lo scrivono sui loro giornali) che l’Italia è ricca abbastanza per pagarsi da sola i propri debiti. Altro che Cipro, altro che prelievo forzoso. Se Roma dovesse arrivare a chiedere l’intervento dell’Unione europea, sarebbe un massacro. Draghi lo sa e lo ha detto a Napolitano. Ma gli altri attori dell’eterna commercia all’italiana non sembrano rendersene conto.

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