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Uber, perché l'amministratore delegato se ne è andato

Sessismo, goliardia e molestie: una grave crisi di reputazione e di leadership impone una riforma aziendale

Travis Kalanick

Travis Kalanick, co-fondatore e ceo di Uber – Credits: Eric Piermont/AFP/Getty Images

Adesso è definitivo: Travis Kalanick ha detto addio a Uber. Qui ricordiamo gli eventi che lo avevano portato a un'aspettativa a tempo indeterminato soltanto a metà giugno.

Prima dell'addio

Con un’email inviata ai dipendenti, il ceo di Uber, start-up valutata 70 miliardi di dollari, ha spiegato che la pausa gli è necessaria per elaborare la scomparsa della madre (deceduta in un incidente pochi giorni fa), per riflettere e lavorare su se stesso e per focalizzarsi sulla costruzione di una leadership eccezionale per l’azienda. La decisione di Kalanick segue di poche ore l’adozione all’unanimità da parte del consiglio di amministrazione di una serie di raccomandazioni sulla cultura aziendale raccolte nel report firmato da Eric Holder.

I risultati dell'inchiesta di Eric Holder

L’ex procuratore generale degli Stati Uniti e oggi partner dello studio legale Covington & Burling era stato ingaggiato dall’azienda a febbraio per investigare sulle denunce di molestie sessuali e sul trattamento dei dipendenti. Il caso era nato dal blog di Susan Fowler, ingegnere ed ex-dipendente Uber, che ha raccontato la sua esperienza di molestie e discriminazione di genere sul posto di lavoro. Il post ha generato una serie di altri commenti che hanno portato alla luce la cultura tossica dell’azienda. Un’indagine separata affidata allo studio legale Perkins Coie, che ha preso in considerazione 215 denunce di molestie sessuali e bullismo ha portato, riferisce il Financial Times, a venti licenziamenti negli ultimi mesi.

Le ragioni della crisi: sessismo e goliardia 

Al cuore dell'inchiesta condotta dallo studio legale c’è anche la cosiddetta “Miami letter”, un’e-mail inviata nel 2013 da Kalanick ai 400 dipendenti prima di un party aziendale tenuto in Florida per festeggiare l'arrivo del servizio nella cinquantesima città. Il tono e il contenuto del memo, svelato la scorsa settimana dal sito Recode, hanno poco a che fare con le comunicazioni istituzionali di un ceo e molto di più con la cultura goliardica da confraternita studentesca. Nel suo messaggio, infatti, Kalanick, entra nel dettaglio dei comportamenti da tenere in caso di rapporti sessuali fra dipendenti e delle cose da non fare per chi eccede con l'alcool. Lo stesso messaggio è stato rilanciato un anno più tardi, quando i dipendenti avevano raggiunto quota 1.800. Il memo dipinge impietosamente una cultura aziendale con gravi problemi etici, difesi nel nome di una rottura con il sistema.

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Parallelamente, attivisti e organizzazioni che promuovono la giustizia sociale hanno puntato il dito contro il disprezzo dimostrato per le norme comunemente accettate nel business, dall’inquadramento degli autisti al tentativo di aggirare i regolamenti sui trasporti. 

Il problema del vuoto di leadership

A conferma delle accuse, l’ultimo episodio di sessismo risale al meeting con i dipendenti. Arianna Huffington, membro del consiglio di amministrazione, ha annunciato l’ingresso nel cda di Ling Martello, ex chief Financial officer di Walmart e Nestlé e ha spiegato che le ricerche dimostrano che la presenza di una donna porta a una maggiore diversità di genere. Per tutta risposta, David Bonderman, membro del consiglio di amministrazione e venture capitalist, è intervenuto dicendo che più donne significa maggiori chiacchiere.

Per il suo commento inappropriato, poche ore più tardi, Bonderman ha rassegnato le dimissioni, ultima uscita di scena di un pauroso vuoto manageriale in cui versa l’azienda. Dall’inizio dell’anno, ricorda il Wall Street Journal, oltre dieci top manager hanno lasciato Uber, fra cui Ed Baker, vice president of product and growth; Charlie Miller, security researcher; Brian Clendon, vice president of maps and business platform e Jeff Jones che, dopo soli sei mesi, si è dimesso dalla carica di presidente per “incompatibilità su valori e leadership”.

Anche Emil Michael, il controverso senior vice president of business che aveva sostenuto la possibilità di ingaggiare investigatori privati per scavare nel passato di giornalisti “nemici”, si è dimesso nelle ultime ore, come raccomando dallo studio legale di Holder. Intanto, le poltrone di chief operating officer e chief financial officer continuano a rimanere vacanti.

I pericoli per l'Ipo 

Le raccomandazioni avanzate dallo studio legale per cambiare la cultura aziendale sono suddivise in dieci categorie con l’obiettivo  - spiega il New York Times - di creare responsabilità per la gestione aziendale, migliorare la supervisione del consiglio di amministrazione e riorganizzare i controlli interni della società. Le indicazioni implicano una professionalizzazione della gestione aziendale a tutti i livelli: dalla valutazione della leadership, all'attenzione alle risorse umane, dalla riformulazione dei valori culturali, all’enfasi sulla diversità e l’inclusione.

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Il problema per Uber, come ha sottolineato Time, è la tempistica di queste controversie. La società, infatti, ha già raccolto 12 miliardi di dollari in investimenti da parte di venture capitalist e starebbe pesando alla quotazione. Considerato, però, che è ancora lontana dalla profittabilità, la crisi di credibilità non danneggia solo l’immagine aziendale, ma rischia di alienare anche il favore di potenziali azionisti.

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