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Ilva, la chiusura e il fallimento di Enrico Bondi

La strategia del commissario straordinario di prendere tempo ha fallito. E a pagare, nel muro contro muro tra proprietà e magistratura, è ancora una volta la gente di Taranto

Un operaio Ilva. Sullo sfondo la fabbrica (Credits: DONATO FASANO/AFP/GettyImages)

Poco più di una settimana fa Enrico Bondi, l’ottantenne commissario straordinario dell’Ilva, aveva comunicato ai rappresentanti sindacali della Fiom, Fim e Uilm che la presentazione del piano industriale sarebbe slittata a novembre. Ieri, il gruppo siderurgico Riva, proprietario dell'Ilva, ha annunciato 1.400 esuberi nelle sue società dopo il sequestro da 916 milioni di euro effettuato nei giorni scorsi dalla Guardia di Finanza di Taranto su ordine del gip di Taranto, Patrizia Todisco.

L’azienda ha fatto sapere che “il provvedimento si è reso necessario poiché il sequestro sottrae all'Azienda ogni disponibilità degli impianti - che occupano oggi circa 1.400 addetti - e determina il blocco delle attività bancarie, impedendo pertanto la normale prosecuzione operativa della Società”.

Il muro-contro-muro tra una proprietà che nel corso di questi mesi di calvario giudiziario ha perso progressivamente credibilità e una magistratura indifferente verso le implicazioni sociali dei suoi provvedimenti (qui tutta la vicenda giudiziaria ), che sembravano non stare veramente a cuore neanche agli enti locali e al governo, ha portato a un esito fatale, che non sarà facile ribaltare.

Ma la surreale vicenda è tutta, anche, una vicenda di attese incongrue, temporeggiamenti inspiegabili, palleggi di responsabilità inammissibili. Ai quali l’atteggiamento assunto da Bondi, nominato commissario in giugno, non è sembrato saper replicare con forza ma soprattutto con tempestività.

È su questa scelta di attendere che è impossibile non porre l’accento, perché l’arte di rinviare, che è stata preziosa a Bondi negli anni del braccio di ferro con le banche che avevano concorso a creare il dissesto della Parmalat - tutte sconfitte in tribunale ad una ad una, grazie alla capacità di coesistere, anzi sfruttare, i tempi biblici della nostra giustizia – ebbene questa capacità di prendere tempo, non funziona sempre e non vale in tutti i casi allo stesso modo. Eppure è l’arte in cui Bondi eccelle.

Già a Parma però l’attendismo non ha funzionato per intero, perché Bondi, dopo aver risanato finanziariamente la malconcia baracca ereditata da Tanzi (che però industrialmente è sempre andata avanti decentemente da sola) ha cominciato a prendere (o perdere?) tempo sulle successive, indispensabili scelte strategiche, lasciando così dormire nelle casse aziendali quel miliardo e mezzo di euro che faceva gola a chiunque e che ha attratto Lactalis, sicura di poter comprare Parmalat ristorandosi poi con la liquidità che sapeva di trovarvi dentro. Il "delitto finanziario" era stato perfettamente congegnato e se non si fosse intromesso il tribunale sarebbe stato coronato da successo. Così non è stato, ma questa è un’altra storia.

Quando il 9 giugno scorso Letta ha nominato Bondi all’Ilva , non c’era più niente da chiarire sulla drammaticità dell’emergenza in cui versava l’azienda. Si sapeva che non c’era tempo da perdere. Bisognava dimostrare con i fatti che una gestione indipendente da una proprietà così compromessa come quella della famiglia Riva, avrebbe immediatamente preso iniziative drastiche sulla bonifica e sulla gestione dell’impianto, magari severe, dure, sacrificali ma chiare e rapide. E contemporaneamente, con le “stimmate” istituzionali che gli provenivano dalla nomina commissariale, sarebbe stato logico attendersi da Bondi una linea morbida e negoziale con la magistratura, che mettesse le severe toghe tarantine nella condizioni di sentirsi obbligate a dargli quel tempo – purchè fosse poco – che il manager poteva chiedere.

Cos’è successo, invece? Che il carattere proverbialmente spigoloso di Bondi, perfetto in tribunale a sostenere il ruolo della parte lesa, com’era la Parmalat, mal si è adattato a incarnare invece quello della parte lesiva, e i provvedimenti immediati che ci si aspettava sia sul fronte ambientale che su quello industriale evidentemente, almeno agli occhi della magistratura, non sono stati presi.

Inutile dire che a pagare, ancora una volta, è la gente dell’Ilva, la gente di Taranto. E non la "libertà d’impresa" che, come incredibilmente la Federacciai ancora lamentava ieri, sarebbe stata violata a Taranto, a danno dei Riva. Di fronte alla centinaia di morti bianche causate dalla mala-gestio dell’impianto, di quale libertà d’impresa parlano?

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