Banana Yoshimoto
Cultura

Banana Yoshimoto: come arrivare all'integrazione

Una metodologia di analisi sviluppata dalla scrittrice nipponica mostra come affrontare i punti di frizione nel confronto fra le culture

Il fenomeno migratorio, come affermano in molti, si pone come un manifesto contro l’attuale imperialismo economico, nel quale convergono diversi e numerosi aspetti legati alla fragilità sociale e culturale del nostro tempo.

Migranti africani e medio orientali di ogni fascia di età che vedono nella globalizzazione economica la scomparsa delle più antiche tradizioni legate all’essere umano.

La narrativa di Banana Yoshimoto è un capitale interculturale inestimabile per la compressione delle ultime vicende internazionali legate all'integrazione, in quanto non ha soltanto un valore di testimonianza ma consente di ascoltare voci singole e di osservare da angolature diverse, non perdendo di vista, le esperienze degli individui piuttosto che quelle dei gruppi socialmente organizzati.

Una metodologia di analisi, sviluppata negli ultimi anni dalla letteratura femminile contemporanea orientale, come quella indiana di Anita Desai, che mostra come il confronto fra le culture sia una questione ancora complessa da capire, visto le diverse sfumature categoriali che l'integrazione e la migrazione propongono oggi, come centrali, i problemi d'ibridità, creolizzazione, meticciato, contaminazione, incroci d’idee e d’identità.

Se il romanzo maschile europeo propone una rilettura fantastica del mito della nazione e della politica internazionale seguendo la scia dell’attuale Germania, quello dell’autrice giapponese rimane ancora ancorato alla sfera mediterranea e al vissuto delle persone, bambini e adolescenti inclusi, in primo luogo alla loro realtà domestica e secondariamente alla loro dimensione sociale. Le sue opere, e in particolare Sly edito da Feltrinelli, non si impongono per originalità formale o tematica, le sue storie, che rimangono impeccabili dal punto di vista stilistico, ricoprono un’enorme importanza sull’attuale piano umano e sociale.

Il tema più sviscerato e analizzato in tutte le sue sfumature e le sue implicazioni è quello della morte con leggerezza (come l’immagine drammatica diffusa dai media di Aylan Kurdi sulla spiaggia) assenza di gravità umana (l’incapacità di lanciare idee e soluzioni da parte della Comunità internazionale) e insieme con una profondità sapienziale curiosità cristallina.

Dall’Egitto crudele e tormentante di Takashi, a Palmira lacerata dagli scontri bellici dell’ISIS, in tale modo, la scrittrice non denuncia solo l’aggressività e le barbarie dell’uomo cosmopolita ma sottolinea lo stato di insofferenza, come se fosse Sly e violenza in cui vive, oggi, il genere umano.

Scrivere, leggere e capire della morte e della violenza sociale e antropologica, attraverso i personaggi della scrittrice nipponica, può divenire un atto liberatorio, significherebbe infrangere un silenzio di subordinazione culturale durato millenni, e trovare le parole per descrivere e raccontare ciò che da sempre è indicibile, quello che l’umanità non deve o non può oppure non sa dire.

Raccontarla ha permesso invece alla narrativa di Banana Yoshimoto di diventare soggetto, un agente internazionale anziché un oggetto del discorso.

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