Chi è veramente Elena Ferrante?

È celebrata come la scrittrice rivelazione del momento. Ma nessuno sa chi sia e se quello è il suo vero nome. Indagine su un'autrice misteriosa e sui sospettati che potrebbero nascondersi dietro la sua identità

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Stefania Vitulli

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Ultima voce in circolo: la partecipazione allo Strega. Impedimenti nel regolamento non ce ne sarebbero: l’autrice è senza volto e senza nome, a parte uno pseudonimo? Non importa, mica si specifica chi debba ritirare il premio e mica si può discutere sulle "insindacabili" decisioni del comitato. L’altra novità sul brand "Elena Ferrante" è il boom americano: il report completo delle recensioni si può trovare sul sito ufficiale (che in italiano non esiste) Elenaferrante.com. "Author of the Neapolitan Novels" così viene epigrammata l’autrice senza volto in cima alla pagina web e subito sotto epigrafata dall’Economist: "May be the best contemporary novelist you have never heard of" (probabilmente la migliore romanziera contemporanea di cui si sia sentito parlare). In poche settimane (a partire dall’intervista estiva su Vogue che ha preceduto l’uscita del terzo volume della quadrilogia dell’Amica geniale negli Usa, Storia di chi fugge e di chi resta, il 2 settembre scorso) ci hanno messo una firma tutti quelli che contano: New Yorker, Financial Times, New York Times, Wall Street Journal con articoli e articolesse.

Foreign Policy l’ha inserita nell’elenco dei 100 pensatori globali 2014 (unico altro italiano Matteo Renzi) "perché scrive storie anonime e oneste". Per Oprah Winfrey le opere della napoletana ignota sono "deliziosamente addictive" (danno assuefazione, ndr). La adorano come fonte di ispirazione gli scrittori: Elizabeth Strout, Alice Sebold, Amitav Ghosh, Jumpa Lahiri le scrivono lettere e crediti. Eppure, lei non c’è. Da 23 anni solo Sandro Ferri e la moglie Sandra Ozzola, i suoi editori, sanno chi sia davvero Elena Ferrante, nessun altro. Per parlarle, anche gli impiegati dell’editrice e/o, anche l’editor, anche la traduttrice, devono passare dai coniugi Ferri. Lo ha deciso lei, "a tavolino", già in una lettera del 1991 alla Ozzola pubblicata nella raccolta La frantumaglia (e/o, 2003): "Non parteciperò a dibattiti e convegni, se mi inviteranno. Non andrò a ritirare premi, se me ne vorranno dare. Non promuoverò il libro mai, soprattutto in televisione, né in Italia né eventualmente all’estero. Interverrò solo attraverso la scrittura». Questa lettera è anche il migliore indizio per capire che "l’esordiente" Ferrante già nel 1991 i meccanismi dell’ambiente editoriale li conosceva benissimo e se ne voleva, ma soprattutto poteva, sottrarre. O perché li gestiva già, come editor o saggista, o perché ne era già partecipe per via dell’altra sua identità, di scrittrice/scrittore.

Napoli, 1943, ecco che cosa sappiamo di lei oltre che ha studiato i classici, è stata traduttrice, insegnante, madre, ammira Omero, Virgilio, Shakespeare e Cechov, tiene accanto Federigo Tozzi, Alba De Céspedes, Elsa Morante. Pochino. Possibile gestire un anonimato così stretto? "Mi è capitato di proteggere anonimati del genere2 ci spiega l’agente editoriale Marco Vigevani. "Si mette in contratto la clausola dall’inizio. Oppure l’editore stesso o un prestanome risultano autori, pagano le tasse e si fanno poi rimborsare dall’autore effettivo. Il rischio di scippo non c’è, la legge sul diritto d’autore permette in qualsiasi momento di rivendicare la paternità. L’unico altro a dover conoscere il nome vero è il commercialista. È complicato. Paga solo se si è intimi dell’editore o già noti al mondo editoriale. Sconsiglio sempre lo pseudonimo, se prima o poi non diventa trasparente. A meno che di mezzo non ci siano motivi esistenziali forti".

Ma il supersegreto sta dando superfrutti: i primi quattro volumi della saga de L’amica geniale (Storia della bambina perduta è appena uscito in Italia per e/o ) hanno venduto oltre 200 mila copie in Italia e i primi tre 130 mila negli Stati Uniti. Ferrante vende anche in Francia (con Gallimard), Danimarca, Svezia e Norvegia. Dopo i film di Martone e Faenza su L’amore molesto e I giorni dell’abbandono, è prevista una serie televisiva prodotta da Fandango e Rai Fiction: sei episodi sceneggiati da un team guidato dal premio Strega 2014 Francesco Piccolo (chissà che non porti bene). Fin qui il marketing, gli aridi numeri, le operazioni a tavolino. Niente di male. Ma non bisogna dirlo agli editori. Che il tavolino lo negano, sempre e comunque. E lasciano che TotoFerrante si autoalimenti. "Non è importante il nome, ma i libri" dicono. Ma se non è importante, fateci la grazia della rivelazione.

Tra le ipotesi che si sono succedute dal 1992, il colpaccio lo fece Luigi Galella nel 2005 su La Stampa: usò il computer per stabilire sei coincidenze testuali schiaccianti tra L’amore molesto e Via Gemito di Domenico Starnone. Che da allora, nonostante smentite, non si è più tolto dalla spalla la scimmia di questo probabile doppio. L’altro sospettato, il giornalista Goffredo Fofi, rilanciò indicando Anita Raja, traduttrice dal tedesco, collaboratrice di e/o e moglie di Starnone. Altri ipotizzano una triangolazione o un collettivo alla Wu Ming, specie dopo che il livello di scrittura, è passato al "tutto plot", con una voce del tutto diversa da quella di Starnone.

Nel tempo, altri candidati si sono succeduti: Guido Ceronetti, Fabrizia Ramondino, lo stesso Mario Martone, o addirittura la famiglia Ferri, compresa Linda, la scrittrice e sceneggiatrice de La stanza del figlio di Moretti e sorella di Sandro. La Napoli che tanto sta a cuore alle protagoniste della Ferrante, quella dei vicoli lontani dai party letterari di Manhattan, è perplessa: "Trovo onestamente un po’ forzato chiedersi chi e dove sia la Ferrante" commenta lo scrittore e blogger Amleto De Silva. "Conosco migliaia di persone a cui non frega nulla. In mancanza del personaggio, stanno provando a vendersi l’assenza del personaggio". E lo scrittore e giornalista Marco Ciriello ribatte: "A Napoli il problema non si pone, ce ne sono altri. Non si fanno domande sugli scrittori che esistono e si mostrano, figurati su quelli che non si mostrano".

Eppure questa anonima ha conquistato l’America. Chi l’avrebbe detto? Senz’altro i suoi editori. Il "miracolo Usa" di Elena Ferrante non è nato per pura ammirazione. Il lancio ha un nome, da cui deriva proprio una strategia a tavolino, uno step by step degno di una ricetta di Benedetta Parodi: Europa Editions. Casa editrice fondata nel 2005 dai coniugi Ferri, la Europa è la gemella americana di e/o. Da qui è partito l’attacco Ferrante, ragionato in tre punti forti del milieu letterario: ottenere le recensioni meditate dei critici "seri"; occupare le librerie indipendenti ("Che arginano l’editoria da supermercato, dove la Ferrante non si trova" spiega lo stesso Sandro Ferri) e scatenare il "passaparola upperclass", ovvero quello dei salotti di Manhattan. In mancanza dell’autore, si manda in proscenio l’alter ego della Ferrante negli Usa: la sua traduttrice Ann Goldstein. È lei che si fa intervistare quando i giornali accettano la sostituzione, è lei che partecipa ai talk show al posto dell’autrice, è lei che ormai, per ingenuità e confusione, compare per errore come volto di Elena Ferrante negli Usa in qualche fotina didascalica. Anche le promozioni sono perfette per il target femminile radical chic newyorkese: chi sarà la «donna del mistero»? Sono gli editori che, in una geniale presentazione in una piccola libreria di Londra, celebrano la scrittrice fantasma con "vino, pizza e dibattito". Invidia: nel settembre 2015, per l’uscita del quarto e ultimo volume della saga L’amica geniale, negli Usa i librai faranno a gara per un pomeriggio a Ferrante, Chianti e margherita. Operazione a tavolino. Con tovaglia a quadretti.


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