Sin dalle prime pagine di questo romanzo, ci si sente circondati da quell'aria tutta britannica di intendere la letteratura: si respira l'umido della pioggia, l'odore dei boschi pervade il luogo in cui ci si trova a leggere e i personaggi prendono vita da una fotografia. Un'sitantanea che capita per caso nelle mani del lettore a cui il narratore sa dare vita. A partire da un istante qualunque della vita dei personaggi incorniciati in quello scatto.

Così comincia il romanzo La gentilezza, prima opera tradotta in italiano (ma già pubblicato in India, Australia e USA) di Polly Samson, scrittrice nonché autrice delle parole delle canzoni di David Gilmour, marito e compagno di vita. Che qui narra di Julian, brillante studente alla facoltà di inglese, con una carriera accademica davanti, che si innamora di Julia, otto anni più grande di lui e già sposata. I due abbandonano tutto in forza del loro amore e vanno a vivere insieme a Londra dove avranno poi una figlia. Ma le cose precipitano in nome di una perfezione agognata quanto immaginata, complice anche la grave malattia della bambina.

Questi, molto sinteticamente, i fatti narrati. Poi c'è tutto quello che rende una storia quella particolare storia: l'ambientazione, con una iniziale immersione nella natura (simboleggiata anche dal falco di Julia), per poi passare alla città dove ha inizio la costruzione di un amore e di una vita nuova; lo stile narrativo, così preciso e puntuale quanto poetico da trascinare il lettore nelle pieghe della vicenda fino a farsi travolgere, e la volontà di disvelare, quasi quella di Samson fosse "un'inchiesta psichica" dentro l'animo umano per misurarne la sincerità.

Perché la gentilezza, si scopre leggendo, spesso è una copertura, un inganno. Così il lettore resta spiazzato, con l'unica certezza del dubbio. Di potersi fidare o no. Infine, John Milton. Il suo Paradiso Perduto è stato fonte d'ispirazione per questo romanzo, è il libro di riferimento negli studi di Julian e pervade tutto il lavoro di Polly Samson. Ne abbiamo parlato con lei.

"Ho iniziato a scrivere il romanzo prima di studiare veramente il poema di Milton. Era un mio grande desiderio poterlo fare e quando ho cominciato a tratteggiare il personaggio di Julian, studente di letteratura inglese, la mia testa è andata subito al Paradiso Perduto. Così gli ho dedicato un anno".

Luci e tenebre sono ingredienti fondamentali di questo romanzo. Un lascito di Milton?

"Volevo che il romanzo fosse aderente alla vita reale e il modo in cui le persone vivono molto spesso è ambiguo: a volte anche la bontà è esercitata per finalità opposte. A me interessa capire come le persone utilizzino la gentilezza per fare cose sbagliate oppure perché siano motivate principalmente da interessi personali. In Paradiso Perduto si parla molto di questo tema, ad esempio argomentando la scelta di Eva a mangiare la mela".

Cos'è per lei la gentilezza?

"Una gentilezza fatta con l'aspettativa di essere ringraziati o addirittura ricompensati, è sempre sospetta. Per me, è connessa all'empatia: per essere capaci di pura gentilezza (cioè slegata da qualsiasi interesse) bisogna riuscire a vivere nella pelle degli altri. Ecco perché i romanzieri sono i più gentili!".

La si può trovare nella vita di tutti i giorni? Questo romanzo vuole essere anche un invito a cercarla?

"Sono fortunata: vivo con la persona più gentile che abbia mai conosciuto nella vita. Non credo che il mio libro sia un invito a cercarla, piuttosto a riconoscerla per distinguerla da due sentimenti spesso contigui alla gentilezza: invidia e interesse personale".

C'è anche una critica sociale e politica sulle relazioni e sul ruolo della famiglia contemporanei.

"Certo. Il romanzo esiste all'interno di questa cornice e del riassetto che sta subendo la famiglia. Il che solleva questioni di tipo morale che hanno a che fare con la verità e l'accettazione dei cambiamenti. Il romanzo va anche a toccare temi di grande attualità come la tecnologia medica e la salute".

Quanto c'è di autobiografico in questo romanzo?

"Direttamente nulla, anche se la storia è ispirata alla vita di mio zio Heino. Che negli anni 30, felicemente sposato ma impossibilitato ad avere figli trova nell'amico Klaus un generoso donatore di sperma che consentirà alla moglie di dare la luce alla loro bambina. Siamo a Parigi e al momento dell'occupazione tedesca, Heino cerca di scappare in America con la famiglia per raggiungere Klaus e mettersi in salvo, ma lui, ebreo, finirà internato. Alla fine della guerra riuscirà a raggiungere la famiglia per scoprire però che moglie e figlia sono innamorate di Klaus, a quel punto nel ruolo di marito e padre. Qualche anno dopo, quando io avevo 13 anni, si è suicidato. Ero molto legata a lui e per me fu uno shock mai veramente superato. Ecco non c'è niente di questo in La gentilezza, ma si ragiona invece sulla domanda di fondo di questa vicenda: che cosa fa di un padre un padre?".

A Milton si è ispirata anche per le parole delle canzoni dell'ultimo album di Gilmour, "Rattle that lock". C'è un elemento di connessione che unisce la scrittura di un romanzo con quella di una canzone?

"Viene impegnata la stessa parte di cervello. Ma per scrivere un romanzo devo trovare risorse in me stessa, mentre per le parole di una canzone la fonte d'ispirazione è la musica, che generalmente viene prima".

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Polly Samson, "La gentilezza", Unorosso - Parallelo45 Edizioni, pp. 290, 15 euro.

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