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Paolo Cognetti, 'Il ragazzo selvatico'

Uno scrittore in baita, a tu per tu con la parte sconosciuta di sé. Al posto delle parole, il legno e la pietra. Al posto delle persone, animali timidi e silenziosi. Vicino al respiro delle cose, Paolo Cognetti pubblica i suoi appunti in un singolare Quaderno di montagna.

Il ragazzo selvatico, particolare della foto di copertina, © Cavan Images / Gettyimages

"Non c'è modo di essere libero stando seduto". Iniziava così Guaranteed di Eddie Vedder, dalla leggendaria colonna sonora del film Into the Wild. Il nostro Jon Krakauer si chiama Paolo Cognetti, lo scrittore che un giorno si è rintanato in una baita al tempo del disgelo per mettersi in cammino, con calma e con urgenza. Finché anche la baita diventerà una gabbia... Il ragazzo selvatico racchiude il succo di un'esperienza: catalogo di cose udite all'ombra delle foglie, minuscole e stellari intuizioni, silenziose amicizie e pesate citazioni, perché in fondo nessun compagno di viaggio è mai così generoso e socievole come un libro.

Giù il cappello a uno scrittore capace di mettersi in gioco e cambiare scenari e scarpe, stile amici ed editore. Per rimanere fedele a se stesso e ai suoi lettori. Dal Manuale per ragazze di successo (prima raccolta di racconti) all'ispirato Sofia si veste sempre di nero (escluso per un soffio dalla cinquina dell'ultimo premio Strega), il paesaggio urbano era stato coprotagonista delle acide storie create dall'ex sceneggiatore Cognetti. Soprattutto Milano e New York, "finestra senza tende" come l'ha chiamata nella sua atipica guida dedicata alla Grande Mela.

"Avevo così tanti me tra i piedi" scrive l'autore appena giunto fuori dal mondo civilizzato, "che a volte la sera uscivo, e andavo a fare un giro nel bosco per stare un po' da solo". L'Alaska di Paolo Cognetti sono le valli del Gran Paradiso che chiudono a sud la val d'Aosta. Una wilderness tutto sommato rassicurante, plasmata dall'uomo fin dalla notte dei tempi: il paesaggio dove lo scrittore passava le estati da ragazzo. Ma allora perché venire qui? Da cosa scappiamo, sempre, quando scappiamo da casa?

Fuori dalla gabbia, via dal mondo globale. Scarponi ai piedi e nessun motore. Il ritmo delle stagioni che pretende rispetto. Il respiro degli alberi che avvolge l'orizzonte. Il cigolio delle assi che inscatolano la vecchia stalla. Il topo che banchetta coi resti della sera. I ghiri e i tassi, le lepri e i caproni. Fragili caprioli, maestosi stambecchi, timide volpi nelle radure. Tronchi sradicati e sorgenti. Simbiosi fra cani e pastori. La bellezza di andare dove non c'è il sentiero. L'attraversamento come valore in sé. Imitare il fischio delle marmotte. Camminare e leggere le storie scritte nel terreno.

Si scappa da quel sé che non ci appartiene più. Per vedere se nella solitudine della natura un altro io ci aspetta. O addirittura, come suggeriva l'Hagakure, leggendaria raccolta di saggezza degli antichi samurai, per uccidere l'Io. Il ritorno al selvatico è la prova iniziatica di un uomo che vorrebbe imparare a stare da solo. Ma più affonda nel fango vischioso della terra più l'eremitaggio fallisce, entro una costellazione di umane solitudini i cui bramiti, come quelli dei cervi, echeggiano silenziosamente nel bosco. Una società segreta di effimeri. Forse siamo sempre dietro a cercarci anche quando scappiamo.

"Provo rispetto per l'abete rosso..." L'Arboreto salvatico di Paolo Cognetti, stupendo titolo preso a prestito dal nume tutelare Mario Rigoni Stern, è riassunto nel breve, poetico omaggio ai quattro grandi alberi dei duemila metri: abete rosso, pino silvestre, larice, pino cembro. In questa pagina di quaderno, fra prosa e poesia, l'autore giunge al vero senso del luogo, calibrando e centellinando parole esatte per renderlo lirico e universale. Sì, ora un tronco è veramente "quel" tronco, un sentiero "quel" sentiero.

"Ora puoi decifrare ogni paesaggio / con questo: cose fondate sulla propria forma e basta". Il vaticinio del grande Seamus Heaney si compie sul greto di un ruscello bagnato da una lacrima dell'uomo che sta per tornare. Esplorato il limite, il ragazzo selvatico raccatta le sue poche cose e fa dietro front, ritualizzando l'addio alla baita e agli amici immaginari. Lascia il suo "doppio", il temerario Chris McCandless, al destino crudele che ha raccontato Jon Krakauer. Perché proprio la fine è importante in tutte le cose: chi ha detto che il vero eroe è quello che cede all'autodistruzione?

Aleggia il sibilo sinistro delle doppiette sul finale di questa rivoluzione mite, alla portata di tutti. Allora preferisco chiudere gli occhi e immaginare la discesa a valle sulle note di una chitarra acustica con il vocione di Eddie Vedder che sussurra: "Conoscevo tutte le regole ma le regole non conoscevano me. Garantito".

Paolo Cognetti
Il ragazzo selvatico
Terre di mezzo
101 pp., 12 euro

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