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Michael Jackson, Man in the music, per ricordare il re del Pop

Un estratto del libro del giornalista americano Joseph Vogel, una vera autorità in materia

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Michael Jackson, Man in the Music (Arcana), particolare della copertina

Oggi, 25 giugno, sono tre anni esatti dalla morte di Michael Jackson. Per ricordarlo pubblichiamo un estratto da Man in the music. La vita creativa di Michael Jackson di Joseph Vogel, Arcana edizioni (Sterling Publishing Co., Inc).

Jackson utilizzò la propria musicalità intuitiva anche nello scrivere le canzoni. Malgrado non sapesse leggere la musica o suonare bene alcuno strumento, era in grado di rendere l’arrangiamento, il ritmo, il tempo e la melodia di una canzone, compresi i vari strumenti, solo con la voce. “Comincia creando tutto il sound di una canzone” spiega Bill Bottrell. “Di solito non parte dal testo, ma ha in testa l’intero arrangiamento, riesce a sentirlo... Canticchia i vari pezzi. È capace di ricreare i suoni con la voce come nessun altro. Non si limita a cantare le parole, ma riesce a farti capire l’atmosfera di un pezzo di batteria e di sintetizzatore.

È bravissimo in queste cose”18. Spesso incideva queste nuove canzoni fatte solo con voce con un registratore portatile prima di arrivare in studio, altre volte invece chiamava un musicista o un produttore e le dettava direttamente. “Una mattina [Michael] arrivò con una canzone nuova che aveva scritto durante la notte” ricorda l’assistente tecnico Rob Hoffman. “Chiamammo un chitarrista e Michael gli cantò ogni singola nota di tutti gli accordi. ‘Questo è il primo accordo, prima nota, seconda, terza.

Ecco il secondo accordo, prima nota, seconda, terza, ecc. E poi abbiamo assistito a una performance vocale tra le più appassionate e autentiche, dal vivo lì nella regia, con un microfono SM57. Ci cantò tutto l’arrangiamento degli archi, ogni singola parte. Steve Porcaro un volta mi ha detto di averglielo visto fare anche in presenza della sezione d’archi. Ce l’aveva tutto in testa, compresa l’armonia, e non delle semplici sequenze di otto battute. Cantava proprio l’intero arrangiamento in un miniregistratore, completo di pause e riempimenti”19.

Una volta gettate le fondamenta di una canzone, procedeva ad arricchirla, uno strato alla volta, in un processo che poteva richiedere settimane ma anche anni. “La musica è come un arazzo” affermava. “È fatta di strati, bisogna tesserla dentro e fuori, e guardando i vari livelli la si capisce meglio”. Gli piaceva lasciare che la canzone si mostrasse da sola col tempo. Se non era ancora il momento giusto, passava a occuparsi di qualcos’altro per tornarci più tardi. Le persone che hanno lavorato con lui parlano di quanto fosse paziente, concentrato e sinceramente dedito al proprio lavoro. “Era un professionista consumato” ricorda il direttore tecnico Brad Sundberg. “Se la sua sessione vocale era fissata per mezzogiorno, lui arrivava alle dieci con il suo vocal coach Seth [Riggs] e si metteva a cantare le scale. Sì, scale. Io sistemavo il microfono, controllavo l’attrezzatura, facevo il caffè e nel frattempo lui cantava scale per due ore”20.

In studio, Jackson aveva delle preferenze molto specifiche. Prima di cantare chiedeva spesso una bevanda molto calda e caramelle per la gola per rilassare le corde vocali. Gli piaceva che la musica fosse a volume altissimo, tanto che spesso i suoi collaboratori erano costretti a indossare i tappi per le orecchie o a lasciare la stanza. Di solito cantava con le luci spente, perché l’oscurità lo aiutava a immergersi del tutto nella canzone, senza nessun imbarazzo. Cantando, ballava o batteva i piedi, oppure schioccava le dita. Se non aveva ancora scritto il testo, canticchiava dei versi o inventava delle parole a caso mentre procedeva. Tra una sessione e l’altra gli piaceva scarabocchiare su qualche pezzo di carta o giocare con gli animali che portava con sé, come lo scimpanzé Bubbles o il pitone Muscles (che adorava il calore della postazione di regia).

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