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Franco Arminio, 'Cedi la strada agli alberi' - La recensione

Amore e morte, illuminazioni, macerie e spleen nella raccolta di versi del fondatore della Paesologia

Cedi la strada agli alberi

Cedi la strada agli alberi, particolare della copertina – Credits: foto di Franco Arminio

Le poesie d'amore e di terra raccolte da Franco Arminio in un libro dal titolo insolente non sono che "un mucchietto di neve in un mondo col sale in mano". Cedi la strada agli alberi: via, ma come si permette? Al mondo d'oggi, la strada la cedi a un fuoristrada, specie se arriva troppo veloce, al massimo a una signora. Però, raccontava Andrea Zanzotto, di un albero ci si potrebbe anche innamorare, addirittura Apollo potrebbe aver regalato a Dafne lo status di albero per poterla amare frustrato. Così leggendole una dopo l'altra, queste poesie che non andranno a comporre alcun manifesto s'installano da qualche parte fra la mente e il cuore. Stentano a sciogliersi nel sale della dimenticanza. E così ce ne si innamora.

Viene voglia di tenerle accanto, aprire il libro a caso come faccio anche adesso: "Più che l'anno della crescita, / ci vorrebbe l'anno dell'attenzione. / Attenzione a chi cade, al sole che nasce / e che muore, ai ragazzi che crescono, / attenzione anche a un semplice lampione, / a un muro scrostato". Il miracolo della poesia di Arminio è l'allontanarsi del pensiero da ciò che chiamiamo logica, pragmatismo, buon senso, alimentando invece l'ossessione per il tramontare perpetuo delle cose. Ma un'ossessione così sincera, malinconica e mite, così irrorata d'amore e meraviglia, senza cedimenti al rancore della colpa o agli equivoci della nostalgia, da somigliare sovente a un'illuminazione. 

Sono liriche attraversate da un impegno ecologico e civile che costantemente s'interseca al dato esistenziale. Paesi sopravvissuti nell'Irpinia terremotata, vecchi sull'uscio belli come fantasmi ("se ne sono andati tutti, specialmente chi è rimasto"), cani nelle strade di campagna, anime rafferme, entroterra degli occhi: Arminio raduna gli ultimi baluardi contro la modernità omologatrice sapendo benissimo che dal Viaggio nel cratere (come si intitolava il seminale libro di racconti pubblicato nel 2003) si torna spossati e vinti come dalla "notte incomprensibile del non esserci", la stagione in cui le energie migliori sono ormai alle spalle. Eppure, reale o immaginario che sia, onirico, rarefatto, consunto, il passato di un luogo cela l'intima, fisica quotidianità di un tempo da preservare in questo mondo divenuto "sfinito e astratto". 

"Siamo passati in cinquant'anni dall'aratro allo smartphone, senza il momento intermedio del libro" ha detto un altro poeta da tener d'occhio, Paolo Febbraro. Nella sinestesia di questo choc si è gettato a capofitto Franco Arminio dalle Comunità provvisorie (https://comunitaprovvisorie.wordpress.com/) e dalla Casa della paesologia (https://casadellapaesologia.wordpress.com/), i blog dove queste liriche sono nate. La sua lingua metamorfica è capace di assorbire nella stessa casa la sequenzialità della prosa e l'asimmetria a-temporale del verso, l'immediatezza di un post su Facebook e l'eternità di un istante cosmico ("non c'è nessuno al timone dell'universo"), meditazioni sulla morte figlie di un tremore assassino e struggenti consigli sentimentali ("Noi siamo bestie che possiamo farci delle gentilezze"), ironie raggelate ("Io sono uno di quelli che un minuto prima di morire stava bene", come recitava una delle sue Cartoline dai morti). 

Proprio come il paesaggio, anche il poeta è continuamente esposto alla disintegrazione. "Il mondo dei disperati che vogliono distrarsi odia i disperati che invece cantano la loro disperazione", afferma crudamente Arminio nella prose finali intitolate La poesia al tempo della Rete, che ibridano con coerenza questa raccolta. È un destino classico, una mitologia indagata a fondo da Ben Lerner nel saggio Odiare la poesia. Ma in realtà i poeti, forse in Italia più che altrove, oggi sono ignorati piuttosto che odiati. Le vendite anche dei più noti a fatica superano le 1500 copie. Proprio Arminio fa eccezione e chissà che si tiri dietro qualche gruppo di ipersensibili curiosi, per esempio disposti a considerare Quasi leggera la morte, le struggenti Ottave di Osip Mandel’štam (1933) appena pubblicate da Adelphi.

O di attraversare Il prato bianco di Francesco Scarabicchi, altro libro ripubblicato a vent'anni di distanza dalla prima edizione dedicata a Franco Scataglini. Tutti poeti al confine fra geografia e metafisica come Arminio, dentro il medesimo orizzonte estraneo alla deriva materiale della contemporaneità. In quel paesaggio non turistico, non irruente, non normativo ma in un certo senso biologico o meglio biologale - per usare il neologismo con cui Andrea Zanzotto definì la qualità spirituale di un luogo arricchita dagli individui e dalle comunità che lo abitano - c'è un segreto che il poeta si sforza di tramandare attraverso la parola. Qualcosa che non deve essere perduto perché ci appartiene, perché è così vero che "i luoghi, come gli dèi, sono i nostri sogni" (Yves Bonnefoy).

Franco Arminio
Cedi la strada agli alberi
Chiarelettere
150 pp., 13 euro

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