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Carmen Pellegrino, 'Cade la terra' - La recensione

Odore di mondo annusato di nascosto: nel paesaggio del tempo trascorso, un romanzo sull'abbandono che livella i destini

cade la terra

Cade la terra, particolare dell'immagine di copertina – Credits: courtesy Paci gallery Brescia IT-Jerry Uelsmann

Radici possenti, forse di un olmo centenario, stanno per inglobare un palazzo del quale ancora si intravede la nobile struttura, la bella facciata a capanna scandita da lesene. Tutt'intorno, un villaggio sparso sul fianco di collina sotto minaccia di un cielo cupo. La copertina di Cade la terra, romanzo d'esordio di Carmen Pellegrino, codifica suggestivamente la drammatica dissonanza che si avverte fra le pagine del libro. Tensione verso l'alto e sprofondamento, smottamento della terra e del cuore: quando la natura recupera il sopravvento sulle umane cose una scia di suggestioni e memorie combatte l'oblio restando come avvinghiata, tenace, ai luoghi che non ci sono più.

Cade la terra. Può succedere in un attimo, come nei villaggi himalayani del Nepal sepolti dall'improvviso urlo della faglia, oppure l'agonia può protrarsi come un lento strisciare di anni, favorito dai sommovimenti della storia (potenti quasi come quelli della natura) o dalle seduzioni del progresso, e prostrare le generazioni fino all'abbandono. Quello che è certo, dalle Alpi alla Sicilia l'Italia è un paese punteggiato di Geografie della memoria e di Spaesati, per usare i titoli dei bellissimi saggi di Antonella Tarpino, preziose mappe (geografiche, etiche, estetiche, letterarie) di luoghi italiani in abbandono tra memoria e futuro.

Sulle macerie del nostro stesso tempo ha piantato radici una letteratura raminga e sciamana, evocativa e marginale, ventosa, petrosa, chiaroveggente. Dagli epigoni novecenteschi - fra i tanti, Corrado Alvaro, Nuto Revelli, Francesco Biamonti, Tommaso Landolfi - ha ricevuto in eredità la mitologia del paesaggio come un archetipo da tramandare. Le rovine come il campo di una battaglia eternamente da ricombattere, contro se stessi e la malinconia del vivere forse prima ancora che contro le magnifiche sorti e progressive.

L'identità letteraria di questi scrittori è magnetica e sfuggente, sono poeti prosatori vagabondi giullari o blogger a seconda delle circostanze come il paesologo Franco Arminio (titoli programmatici, Terracarne e Geografia commossa dell'Italia interna), il cantore Vinicio Capossela (Il paese dei coppoloni, spettacolare fantasy della memoria) e appunto l'abbandonologa Carmen Pellegrino, appena sbarcata nel gruppo con la sua opera prima Cade la terra.

Memoria che combatte l'oblio, dicevo. Purché ci sia qualcuno in ascolto, capace di interrogarne gli enigmi. "Ho tratto dai ruderi una prospettiva capovolta", spiega l'autrice nella nota finale del libro, come un invito alla resistenza "ho visto una possibilità nelle cose lasciate a perdersi, nell'inutile". Ne è nato un romanzo moderno eppure ancestrale, senza confine tra veglia e sogno, verità e immaginazione, passato e futuro, natura e cultura, speranza e disperazione. Tutto è soglia, ineluttabilità, irreale persistenza. Eppure è la materia a impressionare, i boati della terra smossa, le crepe zigzaganti sui muri, i cerchi di schifo sui battiscopa, lo schiaffo di vento sul tronco impassibile dell'olmo.

Vegliano sul piccolo mondo autistico di Alento - paese immaginario ammalorato di rovina - una Madonna della frana, icona della predestinazione, e l'ultima irriducibile abitante: Estella. A lei, alla sua solitudine sensibile ai rimpianti, alla sua "bocca rigida come di chi non è mai stato baciato" la scrittrice affida la memoria di un borgo popolato un tempo da bifolchi ringhianti. Chi sono, chi sono stati, i fantasmi a cui apparecchia la cena? Riuscirà Estella a compiere il miracolo montaliano di barattare col "nulla" l'inganno consueto?

Nello spazio di questa attesa, un'attesa ovviamente senza tempo, scorre la grande carovana dei vinti il cui destino è livellato per sempre dall'abbandono.

Carmen Pellegrino
Cade la terra
Giunti
220 pp., 14 euro

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