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Anna Édes di Dezso Kosztolànyi: la recensione

Considerato il capolavoro dello scrittore ungherese, è un'ottima occasione per riflettere in modo non banale sul concetto di "male"

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La copertina di Anna Edes di Dezso Kosztolanyi (ed. Anfora)

C’è chi lo accosta a Dostoevskij, chi traccia un parallelo con Flaubert, chi vi riconosce delle eco di Thomas Mann. Tutto sommato va bene così. Perché la prima caratteristica di Dezso Kosztolànyi, uno dei più grandi autori ungheresi del 20° secolo, è proprio quella di essere difficile da catalogare, e ancor più da interpretare, nonostante le sue trame non siano complicate o oscure, essendo un autore che – nella grande tradizione del romanzo europeo – accompagna il lettore in uno schema narrativo apparentemente semplice, lineare.

Riassumere Anna Edes, che molti considerano il suo capolavoro, potrebbe sembrare facilissimo: nei giorni immediatamente successivi alla caduta del terrore rosso di Bela Kun, la famiglia medio-altoborghese di un funzionario governativo di Budapest, i Vizy, assume una nuova cameriera, Anna. Nonostante lo scetticismo iniziale della padrona, Anna si rivela la cameriera perfetta, soddisfa ogni esigenza dei padroni, compresi gli appetiti sessuali del giovane nipote. E quando una proposta di matrimonio potrebbe sottrarla al suo lavoro, di buon grado la rifiuta per non lasciare la sua padrona.

Un quadro senza sbavature, dunque, fino a quando un delitto non lo distrugge di colpo. Anna, senza un motivo apparente, uccide nel sonno i padroni. Poi si lascia arrestare docilmente e non prova neppure a difendersi.

Perché lo ha fatto? Chi si aspetta nel romanzo una risposta, rimarrà deluso. I critici, nel corso degli anni, hanno provato a cercarla in varie chiavi di lettura, da quella sociologica, di conflitto di classe a quella psico-analitica.

È un buon esercizio per il lettore cercarla da solo  perché è l’occasione per una riflessione non banale sul concetto stesso di male.

Kosztolànyi non anticipa nulla, ma dissemina il romanzo di simboli, che richiamano alla catastrofe finale. Un senso di morte c’è nell’appartamento stesso della signora Vizy, claustrofobico, impregnato di odore di canfora, come un ospedale, o una farmacia; un senso di morte c’è – naturalmente – nel gusto amaro della medicina abortiva che il nipote induce Anna a bere, nel timore di una gravidanza compromettente. Un simbolo di morte ancora più evidente, e al principio apparentemente incongruo, è la scelta di usare come proemio al romanzo il testo latino del rituale liturgico per i Defunti.

Kosztolànyi era cristiano? Lo è stato in alcuni momenti della sua vita. Non quando scrisse Anna Edes. Eppure la sua riflessione sul male e sulla morte sembra trovare un senso solo nelle parole di un protagonista apparentemente minore, un vicino di casa dei Vizy, il dottor Moviszter, un anziano medico, malato e che nessuno prende troppo sul serio. Il dottore si rivela inaspettatamente il personaggio-chiave del libro, perché è l’unico capace di usare il linguaggio della pietà, un linguaggio inequivocabilmente cristiano, e forse, attraverso la pietà, di dare un significato alla tragedia.

Un grande merito per aver reso accessibile al pubblico italiano questa splendida riflessione sul male va alla piccola ma prestigiosa Casa Editrice Anfora, specializzata nella letteratura mitteleuropea ed ungherese in particolare. Grazie ad Anfora Anna Edes, già tradotto da molti anni in francese e in inglese, è oggi disponibile in una raffinata versione italiana.

Per arrivare a questo risultato, Monika Szilagyi, che ha curato splendidamente la traduzione e l’edizione, ha dovuto affrontare un compito molto impegnativo: il linguaggio di Kosztolànyi è complesso, ricco di sfumature, di costruzioni ardite, che Szilagyi ha saputo rendere con una fedeltà filologica inconsueta, mantenendo il ritmo e le intonazioni, senza con questo compromettere la leggibilità di pagine che scorrono – ma solo apparentemente – in modo facile e lineare.  

Anche nel linguaggio, a ben vedere, è la raffinata ambiguità di Kosztolànyi. Un’ambiguità che non è mai fine a se stessa, non è mai un esercizio di stile, è piuttosto forse una metafora della complessità dell’esistenza, dell’uomo, della Storia.

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Anna Édes
Dezső Kosztolányi
Traduzione di Andrea Rényi e Mónika Szilágyi
2014, p. 196 - prima edizione integrale italiana
Euro 15,00


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