Cultura

L'architettura responsabile contro l'archistar

Ai quattro angoli del globo giovani architetti costruiscono rispondendo alle esigenze della gente, da Johan Anrys ad Alejandro Aravena a Hu Li, dal Cile alla Cina Tirana. Ma in Italia siamo fermi, schiavi dell'ego glamour dei progettisti

Progetto dello studio Open Architecture di LI HU, Garden School

di Maddalena Bonaccorso

Lo sguardo dell’architettura contemporanea sa osservare da vicino le cose molto piccole. Il tempo delle archistar è finito; avanza una nuova generazione di giovani architetti che vivono nel mondo reale e non più in quello del "distacco" da terra, che usano le mani e sanno quanto pesa una trave, e che utilizzano parole finora sconosciute ai grandi progettisti: parole come responsabilità, ascolto, morale, riuso, autocostruzione. Dignità e spazio pubblico.

Ai quattro angoli del globo, l’architettura è diventata sociale; non è più contenitore fine a sé stesso. E mentre gli studi di progettazione si confrontano con i temi che stanno modificando profondamente il nostro modo di vivere e di abitare - la crisi economica planetaria, gli sconvolgimenti delle guerre, gli insediamenti informali all’interno delle megalopoli, l’inquinamento, gli spazi vuoti da recuperare - l'architettura torna a essere un fondamento della morale. Perché è nella gestione dello spazio che si decide se una società diventa violenta o sceglie di non esserlo, e ogni città è una sfida che solo il rapporto virtuoso tra pubblico e privato può vincere.

L'ESPERIENZA DI TIRANA. E allora, per trovare le idee bisogna andare laddove meno potremmo aspettarcelo. A Tirana, per esempio, dove lavora Johan Anrys, architetto belga di 38 anni e fondatore assieme a Freek Persyn e Peter Swinnen dello studio 51N4E . Qui, nell’Albania che fatica a dimenticare Enver Hoxha e gli anni del comunismo, costruire la modernità vuol dire partire da zero: semplificare e razionalizzare. Adattarsi alle maestranze locali, e modellare il progetto su di esse: rinunciare all’acciaio per usare il cemento, per esempio. Vuol dire ascoltare la gente. La grande sfida per 51N4E è la riorganizzazione di Piazza Skanderbeg, costruita su un progetto italiano del 1936.

Una piazza che misura 80.000 metri quadri, che è il doppio di san Pietro, e che per Tirana vuol dire identità. Questo giovane studio belga ha vinto la gara per la riqualificazione, imponendosi su Daniel Libeskind, e ha le idee chiare.
"La gente vuole partecipare, e chiede una piazza che non abbia più i grandi edifici del potere sopraelevati, e che abbia l’ombra e l’acqua, per potersi riunire e incontrare anche nelle giornate caldissime, che in Albania sono la norma" spiega Anrys. "E allora noi abbiamo pensato a una Skanderbeg che alla fine avesse poco da 'mostrare', poco di gratificante per noi progettisti, ma molto di significante per la gente. Questa scelta per uno studio giovane come noi può essere poco 'pubblicitaria', ma in Albania, dove tutto ciò che era pubblico è sempre stato obbligatorio, per la popolazione è molto importante".

L’architetto e il suo ego smisurato devono quindi sparire, e annullarsi davanti alle richieste della gente.
Anrys, la "sua" Skanderberg l’ha pensata rialzata, per annullare le scalinate dei palazzi-barriera, e bagnata, con cento punti acqua regolabili, digradante verso il centro, piena di alberi; e per creare l’ombra ha progettato portici alla base degli edifici già esistenti. Ha scelto di mantenere il rapporto con la storia e il passato, ma di renderlo futuribile. I soldi sono privati: l’emiro del Qatar ha donato dieci milioni di euro a Tirana nel 2009, e la settimana scorsa ne ha donati altri 6. I lavori procedono spediti.

L'ARCHITETTURA RESPONSABILE IN CILE. Una storia molto diversa ma guidata dagli stessi principi la ritroviamo agli antipodi, in Cile. Dove vive e lavora Alejandro Aravena, 44 anni e già un Leone d’argento alla Biennale di Venezia nel 2008. È direttore di Elemental S.A. , organizzazione con finalità sociali che progetta spazi pubblici, infrastrutture e alloggi; "Noi cerchiamo di rispondere nella maniera più semplice possibile" spiega Aravena "alle richieste più difficili. E quella più difficile di tutte è sempre l’abitazione dignitosa per i poveri. Mettiamo lì tutte le nostre conoscenze per trovare la soluzione minima e massima allo stesso tempo. Quella che assicura il massimo comfort possibile con la minima spesa. Non abbiamo scelta, c’è bisogno di fare così. Di arrivare a un progetto che sia 'irriducibile'. E poi questa filosofia la trasferiamo anche sui progetti che invece realizziamo per le grandi aziende, o i committenti molto ricchi. Cerchiamo di creare risposte normali a domande quotidiane, senza inventare una vita altra, come hanno fatto le grandi archistar fino a qualche anno fa, creando una frattura con la gente. Il conflitto tra l’accademia e la realtà è enorme, e particolarmente in Cile, dove mancano i mezzi, la conoscenza, la realizzazione. Come potremmo voler essere glamour in una situazione del genere?".

I risultati di un’architettura responsabile, che parte dalla società, fa passare i problemi nel filtro di cristallo del progetto e riporta il risultato alla realtà, si vedono eccome: Elemental con il progetto Quinta Monroy, a Iquique, già nel 2004 ha ristrutturato e messo in sicurezza un luogo occupato illegalmente da 100 famiglie, grazie a uno stanziamento del governo di appena 7500 dollari ad abitazione. Usando l’autocostruzione e la partecipazione: gli architetti hanno suggerito una visione d’insieme e progettato tutto ciò che gli abitanti non riuscivano a realizzare - cucine, bagni, scale - e tutto il resto è stato lasciato libero, di essere modificato e vissuto, coinvolgendo la gente in laboratori di costruzione. Il quartiere, oggi, dopo anni di modifiche spontanee, è un esempio per tutto il mondo.
E ora per Aravena si preannuncia un’altra sfida: "Siamo nella short list per la progettazione della Borsa di commercio di Teheran. Lavorare in un paese come l’Iran, ora come ora è il sogno di qualunque architetto. Un paese che ha davanti a sé tutte le possibilità".

L'ITALIA CHE NON VA OLTRE LE ARCHISTAR. "E in Italia siamo fermi" sorride Stefano Boeri, direttore scientifico di Festarch, il festival che ha riunito a Perugia il meglio di questa architettura diversa e sorprendente "perché non riusciamo a riempire gli spazi, né a trovare soluzioni per gli insediamenti informali, né a dare risposte diverse alla richiesta di soluzioni pubbliche aggregative. Bruciamo ogni giorno 65 ettari di terra, per costruire cose nuove. Consumiamo il paesaggio senza averne bisogno e non riusciamo a rigenerare e recuperare i vuoti delle nostre megalopoli".
Nel frattempo, gli insediamenti informali avanzano e vanno a occupare proprio questi vuoti.
San Paolo ha ormai tre milioni di abitanti che vivono in baraccopoli, Rio un milione e mezzo. A Bangkok più di centocinquantamila persone vivono solo nello slum di Klong Toey. Gli architetti delle generazioni passate sono impreparati ad affrontare le emergenze. Ma i giovani, no.

I norvegesi dello studio Tyinn Tegnestue , al secolo Andreas G. Gjertsen and Yashar Hanstad, nemmeno settant’anni in due, da Trondheim partono per qualsiasi destinazione portando in giro la loro architettura sostenibile e necessaria al servizio dei poveri; anzi, realizzata con loro. Hanno creato dal nulla una fabbrica di cannella a Sumatra, hanno costruito la biblioteca del vecchio mercato di Bangkok, e proprio nello slum di Klong Toey hanno realizzato la Comunity Lantern, uno spazio di gioco, studio e integrazione sociale per i ragazzi che è solo l’inizio di un percorso che mira a dotare lo slum di altri spazi e altre possibilità, e che per adesso è valso loro il prestigioso Global Award for Sustainable Architecture.

LE STRUTTURE GALLEGGIANTI DELLA CINA. E Hu Li, il fondatore di Open architecture - studio con sede a Pechino e New Delhi - nella Cina delle megalopoli dove i bambini non hanno mai toccato la terra, progetta piazze e strutture galleggianti; le strutture stanno sotto il livello della terra e sopra è sempre tutto verde, con orti e parchi.
Quindi un’altra architettura è possibile? "Forse sì", chiosa Boeri "ma è ovvio che dobbiamo cambiare noi architetti per primi, come mentalità. Dobbiamo puntare sulla complementarietà, essere pratici, e trovare logiche alternative alla distruzione, alla repressione e alla cementificazione. Non è facile, ma non abbiamo scelta".

E mentre il mondo corre verso il futuro, e i nomi di questi giovani architetti pragmatici e responsabili non arrivano mai alla ribalta della notizia, in Italia siamo ancora qui a discutere del ponte della costituzione di Santiago Calatrava, a Venezia. Inaugurato nel 2008, secondo la Corte dei Conti di Venezia ha avuto bisogno, per errori di progettazione, di "costanti interventi di monitoraggio e manutenzione quantificati in 3,467 milioni di euro". Soldi pubblici buttati. L'ego dell’archistar: il fallimento dell’architettura.

© Riproduzione Riservata

Commenti