Don Lorenzo Milani era figlio di una famiglia fiorentina alto borghese e atea. Sua madre era di origine ebraica. Ebbe la vocazione a 20 anni nel 1943 sotto le bombe che cadevano su Milano, la città dove si era provvisoriamente trasferito con i suoi dalla sua città natale.

Ordinato sacerdote nel 1947, fu inviato dalla Curia di Firenze a San Donato di Calenzano, un piccolo centro a pochi chilometri da Prato.

Nella piccola parrocchia a lui affidata fondò le basi del suo impegno pastorale, in particolare modo indirizzato alla missione educativa a favore degli "ultimi", fondando una scuola serale per operai e contadini della zona. 

La funzione educativa della classe operaia divenne per Don Milani una vera ossessione, che lo porterà a forti dissidi con i suoi superiori. Il suo anticonformismo, portato avanti con rigore evangelico, fu la causa del suo trasferimento da Calenzano a Barbiana, un borgo di montagna sperduto e arroccato sui pendii dell'Appennino toscano.

Conoscere i ragazzi dei poveri e amare la politica è tutt’uno. Non si può amare creature segnate da leggi ingiuste e non volere leggi migliori. Non c’è nulla che sia ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali Da "Lettera a una professoressa" di Don Luigi Milani (1967)

Dal 1954, anno del trasferimento, Don Milani proseguirà quanto iniziato in pianura. Raggruppò i giovani della parrocchia e offrì loro una scuola gratuita, che avrebbe loro garantito l'avviamento al mondo professionale aperta 7 giorni su 7, senza sosta. 

In una società cristallizzata, dove l'analfabetismo dei poveri era ancora una piaga diffusa, l'azione ed il pensiero del parroco di Barbiana giunsero come un'eresia. Le reazioni delle gerarchie ecclesiastiche non si fecero attendere: quando fu data alle stampe la sua opera "Esperienze Pastorali", si mise in moto il Sant'Uffizio per bloccarne la diffusione. La spallata alla società tradizionale, che Don Milani volle dare scardinandone il sistema educativo sbilanciato a favore dei più facoltosi, veniva in realtà da un pensiero complesso, da una interpretazione rigorosa della dottrina cattolica, che poneva la fede cristiana e la coscienza individuale ad un livello superiore rispetto all'obbedienza alle leggi dello Stato, che potevano essere interpretate come sbagliate.

Questa convizione, che il parroco di Barbiana pose a fondamento della sua visione della società, strideva pesantemente con la situazione della società italiana degli anni '50, caratterizzata da un immobilismo tanto politico quanto socioculturale. Frasi come "L'obbedienza non è più una virtù" danno la misura di quanto il prete ex buon borghese si fosse spinto in là. Ancor più se questa affermazione Don Milani si ritrova fissata nella sua serie di lettere indirizzate alle istituzioni civili e militari. In "Lettera ai cappellani militari", pubblicata nel 1965 su "Rinascita" scritta in risposta ad un intervento dei religiosi in grigioverde contro l'obiezione di coscienza, Don Milani provoca una dura reazione delle istituzioni tanto che il Tribunale di Roma cita il prete in giudizio per "apologia di reato" assieme al vicedirettore del giornale Luca Pavolini (cugino di Alessandro, segretario del Partito Fascista Repubblicano fucilato a Dongo assieme a Mussolini). Il capo d'accusa è l'incitamento alla diserzione e alla disubbidienza militare.

In risposta alla denuncia Don Milani rimarrà, con il rigore morale che lo contraddistingueva, fedele al principio dell'obiezione affermando che "quando è l'ora, non c'è scuola più grande che pagare di persona un'obiezione di coscienza. Cioè violare la legge di cui si ha coscienza che è cattiva e accettare la pena che essa prevede".

L'altro scritto di Don Milani passato alla storia è "Lettera a una professoressa" del 1967, che il parroco scrive assieme agli allievi della scuola di Barbiana. Lo scritto è una denuncia categorica della disuguaglianza e dell'arretratezza del sistema scolastico italiano, che emargina i deboli relegandoli ad un ruolo marginale e subordinato nella società. Di lì  a poco Don Lorenzo MIlani dovrà caricarsi sulle spalle la sua croce, chiamata morbo di Hodgkin. La salita al suo Calvario personale è breve. Don Milani spira il 26 giugno 1967, a soli 44 anni.

I suoi pensieri risorgeranno l'anno successivo, e i suoi scritti saranno considerati dal movimento studentesco del '68 come testi fondamentali anche se, tra le pagine dell'opera e del pensiero del parroco "eretico" di Barbiana si specchia più l'immagine di Pier Paolo Pasolini che quella di Mario Capanna.

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