Casa Museo Luigi Pirandello
Arte & Idee

Sprechi Sicilia: 66 funzionari per custodire la memoria di Pirandello

Viaggio nella casa museo dello scrittore, un esempio di dissesto culturale

È un museo ma è più affollato di una casa popolare occupata. In 66 conservano la memoria di Luigi Pirandello, non lavorano di lunedì, non si sa che mansione svolgano, non si comprende dove si possano nascondere. E zero sono i visitatori, tranne sei gatti, avete capito bene, proprio sei gatti che qui in contrada Caos, sede della casa natale, tengono compagnia allo scrittore spolpato e utilizzato come un ammortizzatore sociale da una milizia di stipendiati.

«Sono 66 funzionari, ma i custodi in realtà sono solo 15, e mi permetto di dire che ne servirebbero anche di più», dice il direttore della biblioteca museo Luigi Pirandello di Agrigento, Vincenzo Caruso, offeso con i giornali «che stanno commettendo un errore madornale di calcolo». Insomma, non è solo un disastro culturale quello siciliano, ma il tracollo della ragione, un impazzimento di assunzioni che si vorrebbe perfino implementare se solo si potesse. E infatti per Caruso sono insufficienti i 18 operatori che si avvicendano a turno tre volte al giorno, gli unici in carne e ossa, che in casa dello scrittore dovrebbero vegliarne le ceneri e la memoria.

Sono invece ombre che esistono solo sulla carta, ma che nessuno riesce a vedere con gli occhi, gli altri 48 dipendenti che in un brutto palazzaccio di via Imera, al centro di Agrigento dove è stata allestita la biblioteca, tengono in cassaforte manoscritti, telegrammi quasi tutti inaccessibili e sepolti negli archivi. Non solo si sono “impossessati” della casa in cui Pirandello cominciò il «suo involontario soggiorno sulla terra», ma ne hanno affittata perfino un’altra a suo nome per cui la regione versa 180 mila euro ogni anno a un privato, un affitto sproporzionato, dove ha sede questa biblioteca, «la terza più importante di Sicilia» precisa Caruso, pochi libri negli scaffali e tanti uffici perfino negli scantinati, aperta da lunedì a venerdì dalle 8,30 fino alle 13,00 e mercoledì e giovedì dalle 16 alle 18,30. Dei 66 dipendenti che l’amministrazione regionale sussidia per conservare l’opera e le spoglie di Pirandello, sei sono adesso alloggiati nel piccolo casolare dove lo scrittore è nato, due piani, sei stanze anguste circondate da carrubbi e ulivi generosi, un magnifico rustico affacciato sul mare africano che si sente ansimare nelle giornate di novembre.

Chi volesse comprendere lo straordinario dissesto dei beni culturali dell’isola nella casa dello scrittore troverebbe le origini: tre uomini addetti al servizio biglietteria per un museo di ottanta metri quadrati circa, tre infrattati in una sala con tanto di targa “sala custodi”, l’unico spazio ad essere davvero preservato, una Kobane imprendibile perfino dai peshmerga curdi. E se non bastasse, nella casa parca e umile, da poco restaurata e già scrostata all’interno dall’umidità, nessuno veglia davvero l’autore, nessuna sentinella lo scruta con attenzione, nessun visitatore a mezzogiorno si perde a guardare i copioni in originale dell’uomo che per Leonardo Sciascia ci mostrò cosa provocasse il «brivido del pensare».

Sono ancora una volta i randagi, come già era avvenuto a Morgantina e a Aidone, dove riposa una Venere dalla bellezza eccessiva, ad essersi appropriati della letteratura, una cucciolata di gatti che si introduce indisturbata nelle stanze, ingrassa in giardino e si moltiplica, non più famiglia ma branco che qui ha trovato la sua zona franca, come Vitangelo Moscarda la trovava in manicomio. In questa storia che non ha nulla di pirandelliano, ma che è un eccellente dimostrazione di keynesismo straccione del governo siciliano, il vero spaesato è il visitatore trattato come un accattone che chiede la questua e non come un pagante che genera profitto. L’unica a soccorrere i turisti èla signora Luisa, una donna vispa dall’umore gaio che lavora in questa casa da 25 anni, contentissima perché «pochi mesi fa è venuto anche Andrea Camilleri con Teresa Mannino per girare un documentario della Rai». E mentre questa spumeggiante maschera suggerisce di visitare per prima la biblioteca e poi tornare alla casa natale, fa la sua apparizione un’altra donna che si mimetizza dietro una porta, non un spettro della reincarnazione, un ectoplasma che richiamava Mattia Pascal in una seduta spiritica, ma un’ulteriore prova di assistenzialismo esasperato.

Ma pure peggio riesce a fare la biblioteca di via Imera, dove sostano tre funzionari all’ingresso, questa volta tutte donne, poche teche con documenti inediti scarni e incompleti, alcune locandine scolastiche ingiallite, una misera sistemazione che rimanda alla provvisorietà degli ospedali da campo: più che una biblioteca sembra un assessorato. Non solo non si trovano i ventiquattromila volumi che si dichiara possedere ma non si capisce dove siano gli altri funzionari dei 66 che Caruso dirige, addetti bibliotecari, agenti contabili, ex avventizi comunali stabilizzati, tutti nascosti nel sotterraneo del palazzo, una spianata di scrivanie che è vietata «perché ci sono solo uffici e nulla da vedere» risponde una custode permalosa e guardinga. E fa tornare in mente lo stesso luogo magico partorito dalla confusione ragionata di Pirandello, quella villa della Scalogna che ne “I giganti della Montagna” offriva asilo agli scalcagnati, una compagnia di allegri saltimbanchi spiantati.

I funzionari che lavorano nel seminterrato della biblioteca Pirandello non li ha mai visti nessuno, neppure Alberto Gallà, il ristoratore principe di Agrigento: «Sapevo che fossero in tanti ma non in 66, è peggio dei laboratori della Cina». Non conosce le loro identità neanche l’ex sindaco Marco Zambuto, un renziano istrionico e sciolto, un democratico che vorrebbe far invadere la città di turisti e quindi farla annegare nella floridezza: «Non si possono licenziare, ma non si possono tollerare quei numeri. La Regione li dislochi, quanto meno li utilizzi in maniera intelligente». E non per mettere in gara la letteratura ma per dimostrare che la cultura può essere un sistema snello ed efficiente, vale la pena dire che alla casa Manzoni di Milano i custodi sono 2, e a Recanati, nella casa gestita privatamente dagli eredi Leopardi, il custode è solo uno. E forse è giusto ancora ricordare che la più importante istituzione d’arte italiana, la sterminata galleria degli Uffizi ha 186 custodi per una superficie di 12680 metri quadrati e 45 sale sature di dipinti. Caruso non solo contesta i dati ma rivendica l’indispensabile dotazione di personale, si fa scudo dietro il blasone del Nobel, si ingrandisce e sottolinea che la casa è un monumento nazionale da vigilare notte e giorno: «Chi assolve il turno di notte non può prestare servizio di giorno se non dopo 12 ore. La vigilanza è continua».

Ed è così continua, la vigilanza, che i ladri hanno rubato le telecamere del piazzale, e per ben sette volte hanno scassinato il vicinissimo bookshop del professore di matematica e fisica, Bernardo Barone, il presidente del parco letterario Luigi Pirandello, un lunatico di genio che sogna di fare della casa dello scrittore un viaggio sentimentale. Barone parla di treni, «esiste il treno Pirandello che serve a collegare la valle dei templi alla casa natale. Basterebbe solo potenziarlo», favoleggia e immagina barconi letterari, un palcoscenico galleggiante dove si possa recitare ogni sera a soggetto anche sul mare. «Si sono portati via la macchina del caffè, i libri, i fili di rame, e si capisce il furto di rame, ma non si capisce cosa se ne facciano dei libri» dice Barone. Il professore ha dovuto chiudere nel 2012, attende di ricevere i fondi che gli ha assicurato la Regione ma che ancora non gli ha liquidato, «in ogni caso abbiamo deciso con la cooperativa di riaprire anticipando 10 mila euro. Diamo lavoro a sette ragazzi. E se fosse per me aprirei la casa natale anche di lunedì». E però, per il direttore del museo 66 funzionari non bastano a garantirne l’apertura. «Ripeto, non siamo 66 custodi. Si arriva a quel numero con una sommatoria di qualifiche». Le sembrano pochi? «Sono numeri compatibili con quelli dell’isola. La invito a fare un giro dalle altre parti».

Ed è vero che i numeri della cultura in Sicilia sono quasi dappertutto un’incongruità ma è altrettanto vero che in tutta la provincia di Agrigento su 12 siti archeologici vasti ed estesi, i custodi sono 111, cifre che sono un esempio di virtù rispetto a quelli della casa museo. Non si può tenere aperto tutti i giorni? «Le rispondo con la matematica, per non superare la soglia di straordinari previsti dalla legge regionale servirebbero 26 custodi e non 15. O si cambia la legge o si assumono altri custodi. Contro l’evidenza Caruso sostiene che la casa biblioteca faccia grandi numeri: «40 mila visitatori l’anno e circa 40 mila euro d’incasso». Eppure di questi visitatori non c’è traccia neppure nel pomeriggio, le uniche facce a mutare sono quelle del personale, altri tre uomini, sempre in biglietteria, uno con un quotidiano in mano, altri due che guardano la televisione. E così come di mattina l’eccezione di garbo era la signora Luisa, di pomeriggio la cordialità ha il volto di Lino Cinquemani, un cinquantenne, padre di un figlio di ventotto, che mi accompagna al secondo piano della casa, dove c’è la “bottega” dello scrittore, documenti e taccuini, il libretto universitario dell’università di Bonn, il vaso greco del V secolo in cui le ceneri di Pirandello sono state riposte dopo essere state traslate dal cimitero del Verano di Roma e trasportate in questa casa. «Certo, non ci sono numeri stratosferici. Qui viene gente che ha studiato e che vuol continuare a farlo. Solo qui è possibile ammirare l’urna cineraria di uno scrittore» si giustifica il portiere Lino.

E che dire appunto dell’urna cineraria che si trova a pochi metri da questo fortino, l’oggetto più prezioso che dovrebbe essere vigilato come l’altare della Patria? La verità è che su 66 dipendenti che hanno la missione di proteggere il patrimonio Pirandello, è proprio l’urna, la più abbandonata, una pietra calcarea che lo scultore Marino Mazzacurati ha strappato dalla montagna di Agrigento per incassarne le ceneri secondo le volontà disposte dallo scrittore. Più trascurata della residenza, più dimenticata delle lettere chiuse in cassaforte, il monumento nazionale è un sasso controllato a distanza dalle telecamere perché «non si può pretendere che in una giornata di pioggia qualcuno scenda fin laggiù a presidiarla» risponde il direttore Caruso a questo punto infastidito.

Ebbene, pure il drammaturgo che nella formidabile biografia di Matteo Collura “Il gioco delle parti”, soffriva di inquietudine e piangeva spesso come un bambino capriccioso, scapperebbe nuovamente da Agrigento mettendo in pratica la sottile arte della fuga, evaderebbe dalla “trappola” di casa Pirandello. «Vede, è tutto buio, con il nubifragio di questi giorni è saltato l’impianto elettrico di piazzale Caos, ma nessuno ha pensato bene di ripristinarlo», dice il professore Barone quando la sera è nerastra come lo zolfo e piazzale Caos diventa una camera all’aperto per le coppie che amoreggiano nelle auto. Povero Pirandello, non solo gli hanno abbassato il sipario ma gli hanno staccato la luce elettrica. Era disadattato da vivo, sono riusciti a sfrattarlo da morto.

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