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Classe dirigente, se non c'è ricambio l'azzeramento serve a ben poco

La politica deve capire che quello della formazione è un asset strategico. Parola di Gianni Puglisi

Foto Ansa

di Gianni Puglisi*

La decadenza politica italiana non nasce all'improvviso, è il prodotto storico di questo ultimo tormentato ventennio. Dalla cosiddetta stagione di Mani pulite noi abbiamo vissuto un tempo di azzeramento di ogni idea di classe dirigente. Il messaggio che è passato è che il governo del Paese e ogni sfera dell’agire politico possano essere appannaggio del primo venuto. Abbiamo dunque creato uno stato emergenziale permanente, dove il vuoto politico ha cominciato a essere occupato da soggetti supplenti, provenienti dal mondo imprenditoriale o accademico. Peraltro le eccezioni sono tali per definizione sicché chi ha tentato, dopo Silvio Berlusconi, di occupare la sfera politica da outsider ha fallito. Il fenomeno Grillo non dimostra un sentimento antipolitico diffuso. Non c’è un’avversione per le classi dirigenti ma verso classi dirigenti presunte e improvvisate che non sanno fare il loro mestiere. Che classe dirigente è del resto quella che non va oltre la tassazione per recuperare risorse con cui far funzionare una pletorica macchina statale e un welfare inceppato? Il fatto che l’ascensore sociale nel Paese oggi sia fermo è il segno di una paralisi del pensiero e della volontà; ed è un dramma sociale vasto e profondo. Destinato a peggiorare, ferme queste condizioni, nei prossimi trent'anni, quando arriveranno al pettine i nodi previdenziali. In questi anni come università abbiamo dato uno scossone a un sistema che è sempre stato accusato d’essere chiuso nella sua torre d’avorio. E l’accademia ha certo avuto le sue colpe, in tempi di vacche grasse ha moltiplicato corsi di laurea e costi di gestione, s’è accomodata sul valore legale del titolo di studio non registrando le differenze che pure esistono tra ateneo e ateneo. Oggi è più chiaro, anche di fronte alla fuga dalle università, che va aperta una competizione vera.

Detto questo però va anche detto che le università italiane hanno una media di qualità molto alta rispetto ad altri paesi europei e hanno fatto duri sacrifici in questi anni. Devono tornare a essere attrattive anche per chi ha l’ambizione di essere classe dirigente in Italia. La politica per prima deve però capire che quello della formazione è un asset strategico. Il presidente del Consiglio Enrico Letta ha detto che se si faranno tagli alla cultura e alla ricerca si dimetterà. È un buon inizio. Ma io andrei oltre. Visto il ruolo strategico della formazione, ci sarebbero gli estremi delle dimissioni anche se i fondi per la ricerca e la formazione non verranno incrementati.

*filosofo e rettore Iulm -Istituto universitario lingue moderne

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