Cultura

Al Prado in mostra Raffaello, mistero di un fuoco che bruciò in fretta

A Madrid l’ultimo settennato di vita e di attività del pittore che morì a soli 37 anni

Col tempo gli artisti perdono colpi? Capita. Fanno eccezione quelli che sanno giocare all’attacco il loro finale di partita. Per dire: esagerando in modestia e ottimismo il pittore giapponese Hokusai era convinto che tutti i disegni che aveva eseguito prima dei 73 anni non fossero degni d’attenzione, e che soltanto verso i 101, scriveva, "tutte le cose mie, anche una semplice linea o un punto, saranno cose vive". In quella progressione i 30 anni risultano non classificati, eppure è da qui che scatta il conto alla rovescia della fascinosa mostra El último Rafael (L'ultimo Raffaello), fino al 16 settembre al Museo del Prado di Madrid, organizzata in collaborazione con il Louvre di Parigi, seconda tappa dell’esposizione. Racconta, attraverso 70 opere, l’ultimo settennato di vita e di attività di Raffaello Sanzio (1483-1520). Il quale di certo non ebbe il tempo di invecchiare facendo faville, come i suoi contemporanei Michelangelo (che toccò gli 89 anni) o Tiziano (quasi i 100), ma morì a 37 anni, come Vincent Van Gogh e Arthur Rimbaud.

Sfatando la leggenda favorevole agli artisti che, cari agli dei, se ne vanno da giovani, il poeta tedesco Gottfried Benn stilò l’elenco di tutti gli eccelsi pittori, scrittori e musicisti morti in tarda età, chiosando: "Non c’è dubbio che la consapevolezza di una fine imminente vale, dal punto di vista psicologico, quanto decenni di invecchiamento".

In effetti non sappiamo in che modo il bip di un allarme di fondo e brutti presentimenti, con conseguenti spinte alla trasformazione, alla leggerezza o alla fretta, si insinuino nella mente e poi nel talento di personalità ultrasensibili come quelle dei veri artisti. Fatto sta che, in questa prospettiva, l’ultimo stile di Raffaello è valutabile con lo stesso metro che usiamo per quello dei grandi vegliardi. Chiamiamo "tardo Raffaello" il trentenne ormai celebre che fin dal principio ha fissato il canone di una bellezza difficilmente perfezionabile, ma che nel 1513, ultimate le Stanze vaticane, prova a fare a meno della dolcezza. Ha ricevuto da Papa Leone X l’incarico di redigere la carta archeologica di Roma: medita di cambiare mestiere, vuole fare l’architetto, e il custode di quell’antichità che alimenta il suo sentirsi un artista moderno.

Fortuna per noi, continua a dipingere, ma con una foga e un desiderio di verità inediti, sintomo di una crisi interiore che rende misterioso il Raffaello terminale quanto lo fu quello iniziale. Nella Santa Cecilia (dalla pinacoteca nazionale di Bologna) la visione cristiana è espressa con passione nuova; personaggi e oggetti sono monumentalmente individuati e il loro splendore è fosco. Sotto un cielo turbolento Raffaello cerca di unire il furore alla grazia, sta annunciando una svolta, ma la lascia in sospeso.

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