Cinema

Venezia 2013, ecco perché Sacro GRA ha vinto il Leone d'oro

In cinque punti le possibili motivazioni che hanno premiato - inaspettatamente - il documentario italiano di Gianfranco Rosi

Gianfranco Rosi

Gianfranco Rosi, regista di "Sacro GRA", con il Leone d'oro – Credits: Ansa / Claudio Onorati

Non me l'aspettavo davvero che il documentario italiano Sacro GRA vincesse il Leone d'oro. L'ho trovato interessante ma anche non così succoso per essere premiato come il migliore dei venti film in concorso. Onore però allo stimabilissimo Gianfranco Rosi. Alla settantesima edizione della Mostra del cinema di Venezia, priva di titoli in gara di folgorante impatto, il mio Leone d'oro, dopo vario rimuginare, l'avrei assegnato a Miss Violence del greco Alexandros Avranas, a cui invece è andato il Leone d'argento. 

Felice per il riconoscimento alla sceneggiatura di Philomena e per il Gran Premio Speciale della Giuria a Jiaoyou (Stray Dogs) di Ming-liang Tsai, così impietosamente lento eppure di assoluto fascino, mi spiace che nell'elenco dei vincitori non compaia in nessun modo Tom à la ferme di Xavier Dolan, ventiquattrenne regista e attore di grande talento (qui  i cinque film che ho apprezzato di più al Lido). A lui la consolazione del premio FIPRESCI della stampa cinematografica. È bello invece cogliere tutta l'emozione della nostra Elena Cotta, che ha vinto la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile. In Via Castellana Bandiera di Emma Dante l'attrice ottantaduenne è stata impressionante nella sua ostinazione muta e dolorosa, con occhi spiritati impossibili da dimenticare: la sua parte richiedeva però poche sfumature, pochissimi cambi di registro. Se il riconoscimento fosse andato alla divina Judi Dench, brava come sempre in Philomena, anche se alle prese con un ruolo non sopra le righe, nessuno si sarebbe lamentato. 

Ripensando al doc di Rosi, che racconta le vite degli invisibili attorno al Grande Raccordo Anulare di Roma, cerco di trovare e analizzare qui le ragioni del suo successo. In cinque punti.

1) Roma vista attraverso il mondo degli umili e della periferia

Il Grande Raccordo Anulare, lungo circa 68 km, è un'autostrada urbana che circonda Roma come un anello di Saturno. Dalla fascinazione del paesaggista-urbanista Nicolò Bassetti, che l'ha percorso a piedi in venti giorni, perdendosi nella sua confusa e accesa realtà, è nata l'idea di un documentario, che ha richiesto tre anni di peregrinazioni, contatti, riprese. Rosi, apprezzato documentarista, è entrato nelle case delle persone di periferia, nella Roma ben lontana dalla basilica di San Pietro e da piazza di Spagna, dalle terrazze dalla vista spettacolare de La grande bellezza di Sorrentino. E anche qui ha trovato spaccati di vita interessanti, individui invisibili che meritano di essere visti. Un punto di vista originale, necessario.

2) Un messaggio di speranza contro la crisi

In un luogo privo di identità come può essere la realtà alienante di traffico e frastuono del Grande Raccordo Anulare, il GRA, Rosi ha scovato individui colorati ma non macchiettistici, di forte personalità. "La grande crisi del nostro Paese non è tanto una crisi economica, che è un elemento ciclico della storia, ma è una crisi d'identità. Per questo per me è stato importante trovare personaggi di grande identità", ha detto il regista nei giorni scorsi. È dal mondo periferico, dai piccoli e dagli umili, che nascono la risposta alla crisi attuale e il seme della ripresa. "Quello della periferia diventa lo spazio di un futuro possibile". Tra i tanti titoli in concorso al Lido, cupi e grevi, Sacro GRA, pur non rifuggendo la realtà, dà speranza.

3) Documentario e cinema: una diga infranta

Il direttore della Mostra Alberto Barbera ha risposto alla crisi economica e alla scarsità di super divi in Laguna puntando su proposte rischiose e aprendo le porte del concorso ai documentari (frontiera già abbattuta a Cannes, dove la Palma d'oro 2004 fu Fahrenheit 9/11 di Michael Moore). Oltre a Sacro GRA ambiva al Leone d'oro anche The Unknown Know di Errol Morris, avvincente ritratto di Donald Rumsfeld. L'impressione è che la giuria guidata da Bernardo Bertolucci abbia voluto premiare la scelta di Barbera e dare dignità di cinema al documentario, mezzo espressivo che diventa sempre più testimone dei nostri tempi. 

4) Nessun film si elevava sugli altri

Ammettiamolo: tra i venti titoli in concorso alcuni erano proprio dimenticabili (da Night moves di Kelly Reichardt a La jalousie di Philippe Garrel) e solo una manciata sono stati i film riusciti (Miss Violence, Tom à la ferme, Philomena...). Ma anche in questo manipolo nessuno torreggiava sugli altri, con compiutezza riconoscibile e ammirabile, come ha fatto l'anno scorso Pieta di Kim Ki-duk. Forse proprio per questa latitanza di capolavori Sacro GRA ha trovato il suo spazio nei cuori dei giurati.

5) Bertolucci, edizione numero 70, l'Italia su cui puntare

In un'annata senza grandissimi film, la presenza di un grandissimo italiano come presidente della giuria, Bernardo Bertolucci, ha probabilmente inciso sulla scelta finale. E poi la Mostra ha toccato la prestigiosa cifra tonda di 70 edizioni e aveva probabilmente bisogno di una sorta di autocelebrazione. Premiare un italiano, e per di più un doc, per la prima volta ammesso al concorso, ha un po' quel sapore. E in un ennesimo anno in cui l'Italia sembra in un tunnel buio, la cui fine si stenta a vedere, in fondo non guasta - in assenza di opere eccelse - dare una spinta al cinema e alla creatività nostrani, da quindici anni rimasti a bocca asciutta al Lido (è dal 1998 di Così ridevano di Gianni Amelio che un italiano non vinceva il Leone d'oro).

© Riproduzione Riservata

Leggi anche

Commenti