(Recensioni e dichiarazioni di registi e attori, in aggiornamento dalla 74^ Mostra del cinema di Venezia, in corso dal 30 agosto al 9 settembre)

9 settembre 2017 - GIORNO 11

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8 settembre 2017 - GIORNO 10

Pallaoro: "Sognavo di lavorare con Charlotte Rampling"

8 settembre 2017, ore 15 La britannica Charlotte Rampling è l'ultima gran dama del cinema a solcare il red carpet della 74^ Mostra del cinema di Venezia dopo Jane Fonda, Helen Mirren, Judi Dench. Il film di cui è protagonista, Hannah, chiude i giochi della corsa al Leone d'oro: ora sta alla presidente di giuria Annette Bening & Co. stilare i verdetti. Charlotte può vincere la Coppa Volpi? Non è la favorita (che è Frances McDormand) ma ha le sue chance.
"La sceneggiatura l'ho scritta proprio per Charlotte, sin dalla prima parola", rivela il regista sceneggiatore di Hannah, l'italiano Andrea Pallaoro. "Vidi Charlotte per la prima volta sul grande schermo ne La caduta degli dei di Luchino Visconti e mi sono innamorato del suo sguardo. Sognavo di lavorare con lei. Le ho mandato la sceneggiatura. Dopo qualche giorno mi ha risposto che era disponibile a incontrarmi. Da allora è nata un'amicizia. Charlotte è un'artista che scava nel mondo interiore dei personaggi". 
Conferma la Rampling: "Ci siamo incontrati a Parigi e ho capito che eravamo sulla stessa lunghezza d'onda. Poi la produzione ha avuto dei rallentamenti, abbiamo passato tre anni a conoscerci, parlando di cinema e della vita. Mi sono sentita sicura con Andrea. Mantiene questa deliziosa calma sul set. Un attore deve sentirsi sostenuto e al sicuro con il regista". 
Pallaoro spiega così il suo Hannah, film in concorso girato in 35 mm: "Il mio obiettivo era penetrare il mondo interiore di questa donna che si sente intrappolata nelle sue incertezze, paralizzata dalle sue dipendenze. Sono attratto da personaggi incompresi ed enigmatici. Ho cercato di favorire un approccio emotivo e sensoriale più che narrativo, senza alcune distrazioni narrative spesso superflue". 

Hannah, quarto italiano in concorso, chiude la Mostra

8 settembre 2017, ore 13 - Nel giorno degli ultimi film al Lido, arriva il quarto e ultimo italiano in concorso, Hannah di Andrea Pallaoro, regista trentino trentacinquenne da anni residente negli Stati Uniti, fattosi notare con la sua opera prima Medeas, che proprio a Venezia fu presentato nel 2013 nella sezione Orizzonti. 
Hannah è un racconto intimo, cupo e silenzioso, che si affida alla divina Charlotte Rampling, ancora una volta alle prese con un personaggio ombroso e ferito. Attraverso la quotidianità e gli stati d'animo di lei, la Hannah del titolo, Pallaoro ricostruisce una vicenda privata di dolore e incertezze. Moglie che ha vissuto per decenni con un uomo rivelatosi una sorta di mostro, Hannah convive con la fatica ad accettare la realtà, l'istinto di insabbiare e rinnegare, la vergogna di chi punta il dito anche contro di lei. Pallaoro, che è anche autore della sceneggiatura insieme a Orlando Tirado, lascia che sia lo spettatore a ricostruire e capire tutto. Scelta stilistica intrigante presenta però alcune falle: il dire e non dire esasperato rischia di stancare e spazientire. I bambini ricorrono frequenti (il nipote, i vicini del piano di sopra, il figlio della datrice di lavoro, le folle festanti in piscina o per le scale): è chiaro che stiano lì, così frequenti, come una freccetta indicatrice che voglia dire "avete capito qual è il crimine commesso dal marito?". Ma forse bastava un dire in più e un non dire un meno. 
Applausi per Hannah alla seconda proiezione per la stampa in Sala Darsena.

La frase del film da ricordare: "Tu non pensi, non parli, come l'uomo con cui vorrei vivere".

Jusqu'à la garde, la bella sorpresa francese

8 settembre 2017, ore 10.30 - Proprio alla fine arriva Jusqu'à la garde e capisci perché un'opera prima è subito in concorso. Debutto alla regia dell'attore francese Xavier Legrand, è una bella sorpresa: un film asciutto (durata: solo 90 minuti, benedetta essenzialità!), tremendo e bello sulla violenza domestica. Come se lo spettatore fosse anch'egli giudice della pratica di affido del piccolo Julien (uno splendido Thomas Gioria, dal viso preoccupato ma fiero, alla sua prima volta sul grande schermo), si insinua nella complicata relazione di due coniugi che si sono lasciati. Myriam (Léa Drucker) cerca di ottenere l'affido esclusivo per salvare i figli dalla violenza dell'ex marito, Antoine (Denis Ménochet) difende la sua posizione di padre emarginato, a cui son stati messi contro i figli.
Mostrando la quotidianità complicata di una famiglia rottasi, che cerca di ritrovare un equilibrio, Legrand fa emergere pian piano dinamiche malate, minacce sommesse, paure taciute. Il tutto impregnato di un realismo intenso. La tensione intanto sale, strisciante, come in una spirale, fino al finale potentissimo che fa scoppiare le lacrime. Lo spettatore è lì, angosciato, arrabbiato, impaurito, ferito, nella vasca da bagno insieme a Myriam e Julien, stretto a loro, tremante. Il dramma famigliare e sociale si fa thriller. 
Applausi alla prima per la stampa in Sala Darsena. Jusqu'à la garde merita qualche premio, di certo. Il Leone d'oro? Perché no. 

La frase del film da ricordare: "Rimanga in linea. Non è sola. Sono con lei".

7 settembre 2017 - GIORNO 9

Kechiche: "L'amore si associa sempre al destino"

7 settembre 2017, ore 16 - Conferenza stampa. Mektoub, My love: Canto Uno è il film in concorso del regista francese di origini tunisine Abdellatif Kechiche. Quel "mektoub" del titolo è il "destino", che quando arriva il tempo dell'amore è l'unico che può decidere. "Il film solleva domande sul significato del destino e l'amore è sempre lì, si associa sempre al destino", spiega Kechiche, che spera dopo la Mostra del cinema di Venezia di girare il terzo dei tre episodi che compongo questa sua trilogia appena aperta (il secondo capitolo è già stato girato). Kechiche è anche produttore del film (ha venduto la sua Palma d'oro per concludere le riprese). 
A parte Salim Kechiouche e Hafsia Herzi, già protagonista di Cous Cous di Kechiche, tutti gli attori sono alla loro prima volta sullo schermo. Recitano tutti con una grande naturalezza, come se fossero spiati nelle loro vite. Mektoub, My love: Canto Uno è ambientato nel 1994 in una Francia cordiale e allegra. "In quel periodo la gente viveva in maniera più armoniosa. Era la fine di un secolo che io ho conosciuto benissimo: penso che per comprendere il presente sia buona cosa comprendere il passato". 
A chi lo rimprovera di avere uno sguardo macho sulla donna, attento immortalare soprattutto le sue forme più burrose, lui replica: "Mi spiace veramente sia passato questo, non c'è niente di macho. Anzi, descrivo solo donne forti, la bellezza femminile". In sala raccoglie l'applauso: guarda caso, però, solo da giornalisti uomini. 
Anche questa volta Kechiche riprende il flusso della vita in maniera naturalistica: "Ho voluto dare al film un look impressionista e la percezione di qualcosa di già vissuto, un'impressione contemplativa". 

La giovinezza carnale (e filosofica) di Kechiche

7 settembre 2017, ore 15 - Abdellatif Kechiche, Palma d'oro a Cannes nel 2013 con La vita di Adele, torna al Festival di Venezia a dieci anni da Cous Cous, che vinse il Gran premio della giuria, nella sua quarta volta al Lido (il suo film d'esordio Tutta colpa di Voltaire venne presentato proprio qui, nel 2000, vincendo come migliore opera prima). Mektoub, My love: Canto Uno, film in concorso in parte basato sul romanzo La blessure, la vraie di François Bégaudeau, è il primo di tre episodi in corso di lavorazione (il secondo è stato già girato). Ambientato nel 1994, segue lo sguardo profondo e sorridente verso la vita di Amin (Shaïn Boumedine), un giovane aspirante sceneggiatore che vive a Parigi e ritorna per l'estate a Sète, cittadina di mare del sud della Francia, vicino Montpellier. Seguendolo in desideri, risate e bicchieri d'alcol, entra nelle vite chiassose dei giovani del posto e delle giovani turiste, francesi, francesi d'origine tunisina, spagnole, russe... Tutti belli, tutte belle. La vita scorre con la naturalezza tipica del cinema di Kechiche, contemplativa ma anche carnale. Sin troppo carnale. Con una certa morbosità nello scrutare il corpo femminile (fastidiosa per le donne), eccolo indugiare su sederi femminei, seni, cosce, bassi ventri e ancora sederi, sederi e sederi che si dimenano al ritmo della musica e anche più veloci, corpi che si strusciano, sederi. Le feste allegre e disinibite in discoteca hanno tempi super dilatati (il film dura 3 ore). Tutti si divertono, tutti premono l'acceleratore. Ma per fortuna, ecco ritornare lo sguardo bello di Amin, che sorride, ma sembra anche estraneo a quella frenesia di sensi. È rapito da quelle sirene estive ma non ci si abbandona. Spesso e volentieri, infatti, con la sua macchina fotografica, preferisce contemplare la vita in altro modo, portando avanti la sua ricerca filosofica. Deliziosa la scena in cui aspetta la nascita di due agnellini, in un sottofondo di musica classica. 
Alla seconda proiezione per la stampa in Sala Grande applausi calorosi. Per molti (uomini soprattutto) Mektoub, My love: Canto Uno è il possibile Leone d'oro. 

La frase del film da ricordare: "Saggio è colui che ha conservato il suo cuore di bambino". 

6 settembre 2017 - GIORNO 8

Cruz: "Mi spaventava vedere Javier con quell'energia cattiva"

6 settembre 2017, ore 15 - Conferenza stampa. Javier Bardem e Penélope Cruz, gli sposi più belli di Spagna, sono al Lido per il film fuori concorso Loving Pablo, amanti anche sul set. Ma amanti in una relazione dai riflessi davvero pericolosi. Interpretano rispettivamente Pablo Escobar, sanguinario re della cocaina, e Virginia Vallejo, volto noto della tv colombiana, che ha conosciuto il lato più passionale e romantico del celebre narcotrafficante come quello più terrificante. 
Bardem, per essere Pablo, si è messo addosso una pancia più che prominente, riccioli neri e stempiatura, oltre a un'aria ora affabile ora cavernosa, che ha spaventato la stessa Cruz, che racconta deliziosamente in italiano: "Sul set mi spaventava molto vederlo così, ma era la sua energia così brutta e cattiva a spaventarmi, non il look. Quasi mi faceva nausea. Avevo molta paura. Dopo tre-quattro settimane di riprese, dopo la scena al carcere La Catedral, ho cominciato a contare i giorni che mancavano perché finisse quella tortura".
Bardem, che è a Venezia anche con un altro film - in concorso - il controverso Mother!, è anche produttore di Loving Pablo, diretto dallo spagnolo Fernando León de Aranoa, il regista di Perfect day. Nonostante siano recenti rappresentazioni di Pablo Escobar sia al cinema che sulla tv (la serie tv Narcos), Bardem era attratto dal progetto: "Come attore ho l'interesse innato di capire la testa delle persone che popolano questa Terra", spiega Bardem. "Escobar era un padre amorevole e una persona che ha creato tanto terrore. Mi piaceva mettere in luce questa contraddizione, che l'ha portato a essere un mostro. Volevo renderlo umano ma non per compiacerlo, per capirlo". 
Loving Pablo è stato girato in Colombia, sui luoghi di Escobar, ma in inglese, scelta alquanto bizzarra visto che sia Escobar che gli attori principali e il regista sono madrelingua spagnoli. È stato scelto inoltre che Bardem e Cruz utilizzassero un inglese con accento colombiano. "Per molti anni abbiamo pensato di girare in spagnolo", specifica Bardem, "ma è difficile lanciare un film con intenti commerciali se non è in inglese. È questa la legge del mercato, di cui siamo tutti responsabili. Secondo me non è così grave, semplicemente così riesci ad arrivare a un pubblico più vasto". 

"Un omaggio alla sceneggiata napoletana, ispirandoci a Grease"

6 settembre 2017, ore 14.30 - Conferenza stampa. Tra proiettili, balletti spiritosi, cantate in napoletano, Ammore e malavita dei Manetti bros. fa ridere tanto. E pensare che nasce come una sorta di sequel di Passione (2012) di John Turturro, stupendo documentario sulla musica partenopea emozionante e poetico. Il produttore Carlo Macchitella ha chiesto ai due fratelli napoletani di realizzare Passione 2. Ma Marco e Antonio Manetti non sono documentaristi e volevano dar spazio a musica più moderna. Ecco che ne è nato un musical napoletano alla Grease: "Abbiamo preso a modello Grease, che ci sembrava il perfetto equilibrio tra parole e musica", spiega infatti Marco. 
L'attore Giampaolo Morelli precisa: "Vedo questo film come un grande omaggio alla sceneggiata napoletana". Non a caso i fratelli Manetti hanno dedicato una scena di Ammore e malavita a Pino Mauro, uno dei grandi interpreti della canzone classica napoletana e della sceneggiata. 
Nella sequenza iniziale del film, un napoletano porta un pulman di turisti stranieri a vedere la "maggiore attrazione di Napoli", dicendo: "Come Parigi ha la Tour Eiffel, come Roma ha il Colosseo, noi a Napoli abbiamo le Vele di Scampia", Vele di Scampia che hanno ospitato film e serie tv Gomorra. In merito, Marco Manetti racconta: "Prendiamo in giro il 'gomorrismo' che racconta una Napoli cupa e scura, con le Vele di Scampia che sembrano diventate il simbolo di Napoli, quando Napoli ha il magnifico golfo. Abbiamo anche cercato di far vedere la positività tipica di un napoletano, che cerca di guadagnare da quella che è una canzonatura della sua città". 

Ammore e malavita, il musical napoletano dei Manetti

6 settembre 2017, ore 11 - Arriva anche il terzo film italiano in concorso, Ammore e malavita dei Manetti bros. (Marco e Antonio Manetti), una commedia gangster che è anche musical napoletano, davvero divertente. È pieno di trovate brillanti, cura stilistica e, soprattutto, napoletanità, in tutte le sue accezioni più solari e travolgenti ma anche in quelle più abusate e sguaiate.
A Napoli Carlo Buccirosso è un boss della camorra che, con la sua sposa Claudia Gerini, ordisce un piano per ritirarsi dalla malavita e godersi finalmente la vita. I suoi protettori sono gli infallibili sicari chiamate "tigri", ovvero Riaz e Giampaolo Morelli (già protagonista di Song'e Napule, film precedente dei fratelli Manetti). Ma quest'ultimo, per amore di una Serena Rossi ricciutissima, tradisce. Genera una spirale di uccisioni e ritorsioni al ritmo di musica e ironia, con tanto di What a feeling, canzone iconica di Flashdance, riscritta in modo esilarante. 
Ecco quindi cadaveri danzanti in spiaggia alla Thriller di Michael Jackson, pallottole schivate con mosse esasperatamente plastiche come in una parodia di James Bond, balletti notturni in ospedale illuminati dalle lucette di una statuina della Madonna. I Manetti bros., anche nei dettagli, colgono piene risate, come quando va in onda un tiggì e nei sottopancia scorre la scritta: "Il Papa istituisce il diaconato per le donne". 
Anche a livello visivo il film è gustoso e attraente. Una prova da grandi artisti, quella dei Manetti, che però ha nella sua napoletanità esuberante il suo pregio come il limite. Che respiro internazionale ha Ammore e malavita? E che possibilità ha nella corsa ai premi? Poche.
In Sala Darsena, alla prima per la stampa, solo applausi. E risate. 
Ammore e malavita arriverà al cinema il 5 ottobre.

La frase del film da ricordare: "Stare sugli scogli di Margellìna, con una birra in mano: questa è la ricchezza".

5 settembre 2017 - GIORNO 7

Aronofsky: "Mother! è un percorso sulle montagne russe"

5 settembre 2017, ore 15 - Conferenza stampa. Mother! dello statunitense Darren Aronofsky, attesissimo al Lido anche se è stato il primo tra i film in concorso a ricevere fischi decisi, è un flusso di coscienza enigmatico che prende vita attraverso il personaggio di Jennifer Lawrence, che torna a Venezia da star, dopo che nel 2008 era approdata come giovane promessa con The Burning Plain - Il confine della solitudine.
È un film partorito in fretta: "Ho scritto la prima versione in cinque giorni", racconta il regista, al Lido con i suoi divi Lawrence, Javier Bardem e Michelle Pfeiffer. "Il film è un'allegoria", dice ancora Aronofsky. "C'è l'invasione della casa. Eccoci che ci riduciamo in una casa. Se qualcuno butta un cicca o delle cartacce in una casa, viene colta l'inopportunità, ma se viene fatto per strada no. Ci sono delle metafore, ma non voglio spiegarvele tutte". 
Bardem afferma: "Ci sono molto letture in questo film. Devi scegliere quella che ti piace di più: la terra, la casa... Ha vari strati e questa è la sua ricchezza". 
Jennifer Lawrence (fidanzata di Aronofsky) riveste il personaggio centrale, quello che ha bisogno di sicurezze e protezione, che non si inoltra mai al di là della soglia della sua abitazione, che cura con pieno trasporto: "È un personaggio totalmente diverso dai precedenti fatti, è un lato di me che non conoscevo. Una parte di me che Darren mi ha aiutato a tirar fuori". 
Pfeiffer, invece, incarna il personaggio più spudorato: "Come ho letto in una recensione, credo che il mio personaggio sia una guglia su una cattedrale che guarda, spia tutti. È una persona che invade ma diventa angelo custode di Jennifer. Capisce subito che ci sono problemi in Paradiso". 
Sulla disapprovazione della stampa, che ha accolto Mother! con dei "buu", Aronofsky replica gentilmente: "C'è sempre un livello di gusto per quanto riguardo i film. Forse a qualcuno Mother! è anche piaciuto. Credo comunque che quest'opera sia il mio urlo alla luna piena che ci sarà stasera alle tre di notte. Mother! è come un percorso sulle montagne russe. E non tutti sono disposti ad andare sulle montagne russe". 

Jennifer Lawrence e Javier Bardem in un film controverso

5 settembre 2017, ore 11 - Oggi è il giorno atteso da molti (tipo da ragazzine con sacco a pelo da ieri assiepate lungo le transenne del red carpet): Jennifer Lawrence arriva con uno dei film in concorso su cui gravitano le più grandi aspettative, Mother! (Madre!) di Darren Aronofsky. E il regista de Il cigno nero e The Wrestler, dallo stile controverso e disturbante, divide anche al Lido. Nella prima per la stampa in Sala Darsena applausi ma anche diversi fischi e "buu"
Mother! in effetti è un film complicato (e complesso?). Che sembra però risolversi in un castello di sabbia. Tante le allegorie e le possibilità di letture. È un'elucubrazione sulla creatività artistica, realizzata a mo' di incubo sempre più orrifico. Ma può essere anche una rilettura della creazione biblica, con il sanguinoso litigio tra fratelli (Caino e Abele) e la "madre" che sacrifica il figlio. O anche una rappresentazione della casa (intesa come ambiente?) distrutta da invasori.
La tensione costante e ricorrente sul finale esplode in visioni sempre più cruenti, affollate, caotiche, drammatiche. 
Javier Bardem è uno scrittore che lotta con i vuoti di ispirazione e la Lawrence è la madre, la casa, la musa che genera, da coccolare e distruggere. Per iniziare di nuovo tutto da capo. Michelle Pfeiffer? È il personaggio più inquientate, provocante e luciferino, rivelatore. Il personaggio.
Nel toto-vincitori Mother! è quel film imprevedibile che può aspirare a molto come a niente.  

La frase del film da ricordare: "Non è colpa tua. Nulla è mai abbastanza. Io devo creare".

4 settembre 2017 - GIORNO 6

Frances McDormand tosta da Oscar?

4 settembre 2017, ore 15 - Conferenza stampa. Tra i giornalisti stranieri c'è già chi vaticinia un nuovo Oscar per Frances McDormand, dopo quello vinto nel 1997 per Fargo. Nel film in concorso Three Billboards Outside Ebbing, Missouri (Tre manifesti a Ebbing, Missouri) di Martin McDonagh è una mamma più che arrabbiata, che cerca la verità per la brutale uccisione di sua figlia. Un'eroina che è anche antieroinaUna tosta che non ha nulla da perdere. Né paura di tirarsi addosso le ire degli abitanti di Ebbing, strana cittadina dove puoi trapassare un pollice altrui con un trapano, buttare una persona dalla finestra e appiccare incendi senza rischiare la minima sanzione. 
Per la sua aria da inaffondabile l'attrice statunitense ha preso spunto da un duro dei western: "Per il mio personaggio mi sono ispirata a John Wayne: ho usato la sua camminata". 
Three Billboards Outside Ebbing, Missouri è un film superlativo, dove rabbia, razzismo e omofobia trovano risposte ancora più rabbiose ma anche imprevedibili svolte gentili e umane. "Il segreto del film è cercare un grano di umanità in ciascuno di noi", dice il regista sceneggiatore McDonagh. 

Una famiglia, dramma italiano con Micaela Ramazzotti

4 settembre 2017, ore 13 - Arriva al Lido il secondo film italiano in concorso, Una famiglia di Sebastiano Riso, dramma che non concede mai spazio alle sfumature e alla speranza (finale a parte), faticando a suscitare l'empatia dello spettatore. Due ore di brutalità umane che scorrono lentissime.
Opera seconda del regista catanese dopo Più buio di mezzanotte (2014), affronta una tematica scottante, quella del mercato nero dei neonati a coppie desiderose di figli. Micaela Ramazzotti è "l'incubatrice" che suo malgrado sforna bambini per gli altri, disperata e fragile. Al solito, ci mette tutta la sua generosità emotiva, ma non basta. Patrick Bruel è "l'orco" che tutto orchestra. 
Pochi e contenuti applausi alla seconda proiezione per la stampa in Sala Darsena. 

La frase del film da ricordare: "Aveva il tuo sguardo. Quello bello. Di quando mi hai guardata la prima volta". 

Three Billboards Outside Ebbing, Missouri: che divertimento!

4 settembre 2017, ore 10.45 - Ecco che arriva un altro valido contendente al Leone d'oro, dopo l'israeliano Foxtrot. Si tratta di Three Billboards Outside Ebbing, Missouri (Tre manifesti a Ebbing, Missouri) del britannico di origini irlandesi Martin McDonagh, già autore di In Bruges e 7 psicopaticiCommedia nera originale e scorretta, dalla sceneggiatura sfavillante (realizzata dallo stesso McDonagh), è uno squisito mix rock di umorismo, violenza, umanità ferite. 
Protagonista una madre combattiva e determinata ad avere giustizia, interpretata con piglio sicuro da Frances McDormand, che si candida alla Coppa Volpi, Helen Mirren permettendo. La rabbia è la molla che tutto scatena in una valanga di reazioni catastrofiche fino a un finale di insperata riconciliazione. Divertente Sam Rockwell, poliziotto razzista incontenibile, a cui solo quel saggio dello sceriffo Woody Harrelson sa ripristinare un briciolo di sale in zucca, guardando al suo cuore (la battuta clou: "Se mi libero di tutti i poliziotti razzisti me ne resterebbero tre e tutti e tre odierebbero i froci").
Applausi entusiasti in Sala Darsena alla prima per la stampa: tra i giornalisti facce rapite e felici.

La frase del film da ricordare: "L'odio non ha mai risolto niente". 

3 settembre 2017 - GIORNO 5

Helen Mirren: "Un film pieno dell'umanità di Virzì"

3 settembre 2017, ore 15 - Conferenza stampa. Vedere il nostro buon Paolo Virzì, con alla sua destra la splendida premio Oscar Helen Mirren e alla sua sinistra quel burbero simpatico di Donald Sutherland, fa un certo effetto. Riempie di gioia. Anche perché The Leisure Seeker, il primo film americano di Virzì, è un buon film, che ha in sé lo spirito generoso e sincero del regista livornese. Più il talento sconfinato dei due super attori. "Mi turbava fare un film non nella mia lingua, ma il libro da cui è tratto The Leisure Seeker era molto appetitoso, con un bellissimo spunto sovversivo", racconta Virzì. "Quando ho detto che avrei voluto Helen Mirren e Donald Sutherland pensavo di allontanare la possibilità di fare il film. Invece prima Donald ha detto imprevedibilmente sì, poi Helen". 
Helen Mirren ha belle parole per il nostro regista: "Il suo sguardo sull'America è generoso, Paolo guarda il mondo con un occhio generoso che amo. È un film pieno della sua umanità". Gli fa eco l'attore canadese: "Mi sembra una persona universale. Ha una visione straordinaria della verità". 
The Leisure Seeker è già stato venduto in 90 Paesi. In Italia uscirà il 25 gennaio 2018, negli Stati Uniti a dicembre. Racconta l'improbabile ultimo viaggio insieme, in camper, di due anziani coniugi, lei malata di tumore, lui di Alzheimer. "È un film sulla libertà di scegliere la propria vita fino all'ultimo istante", spiega Virzì. "Quell'idea di ribellione mi sembrava avesse qualcosa di gioiosa e amorevole. Credo nella libertà di scegliere la propria dignità".

The Leisure Seeker, il primo film americano di Paolo Virzì

3 settembre 2017, ore 11 - Debutta il primo dei quattro italiani in concorso, The Leisure Seeker di Paolo Virzì, e sono applausi, caldi (alla prima per la stampa in Sala Darsena). Finalmente il Lido non brandisce il masochismo italiota e la stampa nazionale non si accanisce contro i prodotti italiani, come normalmente accade qui in laguna. Ma Paolo Virzì piace a prescindere, tanto che già sui titoli di testa, quando compare il suo nome scattano alcuni applausi di stima. E The Leiusere Seeker conferma l'attestato di stima verso il regista livornese. 
Nel suo primo film internazionale Virzì fa ridere, piangere, sentire tutto il calore tragico e dolciastro della vita. Nell'adattamento del romanzo In viaggio contromano di Michael Zadoorian, dosa drammaticità e commedia con delicato equilibrio, come lui sa fare. E poi ha due giganti a rendere tutto così commovente e grande, come sua maestà Helen MirrenDonald Sutherland, mai visto così fragile. Interpretano Ella e John, due coniugi che si sono amati tanti, al finire della loro vita insieme. Lei malata di cancro, lui con i primi disarmanti segni dell'Alzheimer, decisi però a scegliere un "lieto fine" diverso da quello che vuole dettar loro la vita. Un grandissimo amore imperfetto, che ricolma il cuore. 
È improbabile che The Leisure Seeker possa ambire al Leone d'oro, ma sia Mirren che Sutherland si mettono in prima fila per una meritata Coppa Volpi.

La frase del film da ricordare: "È come la stagione delle piogge in Massachusetts. Disastrosa ma necessaria". 

2 settembre 2017 - GIORNO 4

This is Congo: il documentario perfetto di Daniel McCabe 

2 settembre 2017, ore 19.30 - This is Congo, film fuori concorso, è la lezione su come un documentario dovrebbe essere: esaustivo ma essenziale, a tutto tondo e imparziale (per quanto possibile) ma efficace ed emozionante. Il fotogiornalista statunitese Daniel McCabe ci mostra l'altra faccia dell'Africa, al di là dei barconi dei migranti di Weiwei. 
Racconta il dramma senza fine del Congo, Paese perennemente in guerra, da 20 anni, con 5 milioni di morti alle spalle. L'esercito nazionale da una parte, dall'altra oltre 50 gruppi ribelli, i civili nella morsa, disorientati e sempre in pericolo, in fuga, ostaggio. La miseria regna, nonostante il Congo disponga di ricchezze minerarie strabilianti.
Incredibili i rischi che si è preso McCabe, in prima linea durante gli scontri di guerra, sotto il fuoco dei mortai, nell'infida uccisione del colonnello Mamadou Ndala.
Applausi in Sala Perla 2.

La frase del film da ricordare: "La persona che dovrebbe proteggerci è la stessa che potrebbe ammazzarci". 

Clooney: "Io presidente? Perché no". Chiunque meglio di Trump

2 settembre 2017, ore 14.30 - Conferenza stampa. "Io presidente degli Stati Uniti? Perché no, sembrerebbe divertente", risponde George Clooney a chi lo provoca giocosamente. "Vorrei qualsiasi altra persona presidente al posto di Trump", chiosa Matt Damon trovando l'approvazione di George.
Suburbicon di Clooney nasce da una sceneggiatura dei fratelli Coen rimasta ferma per decenni. Nel momento in cui è stata ripresa in mano, Trump era in campagna elettorale e iniziava a parlare di muri, odio e divisioni. Molta di questa conflittualità razziale è finita in Suburbicon. "Anche se man mano che lavoravamo sul film cresceva la nostra rabbia per quello che gli Stati Uniti stavano vivendo, questo non è un film su Trump", precisa Clooney regista, al Lido con le sue star Damon e Julianne Moore. "È un film sui nostri conflitti razziali irrisolti. Le petizione razzista che viene letta nel film è vera, della Pennsylvania del 1957".
Nonostante il presente sia cupo, Clooney guarda comunque al futuro con positività: "Il nostro Paese sta raggiungendo massimi livelli di rabbia. Ma io resto ottimista, credo nella gioventù". 

Suburbicon, la commedia nera di George Clooney alla Coen

2 settembre 2017, ore 11 - Ed ecco Suburbicon a Venezia, con il suo carico di star. George Clooney alla regia, Matt Damon, Julianne Moore e Oscar Isaac tra trame oscure e grottesche, in una commedia nera che alla sceneggiatura ha l'inconfondibile firma dei fratelli Coen. In una comunità idilliaca chiamata Suburbicon gli equilibri si rompono presto con l'arrivo di una famiglia di colore. Dagli animi tanto gentili ed educati dei composti residenti emergono le più brute meschinità. E anche nella famiglia Lodge, contemporaneamente, inganno e violenza danno luogo a una spirale inarrestabile, dove la mancanza di scrupolo va a braccetto con l'idiozia. Dietro la facciata dell'iconica famiglia americana, un ribollire di mostruosità.
Un film gradevole e a tratti divertenti, ma senza particolari colpi di genio.
Applausi moderati in Sala Darsena alla prima per la stampa. 

La frase del film da ricordare: "Noi siamo pronti all'integrazione razziale ma solo quando i negri saranno pronti".

1 settembre 2017 - GIORNO 3

Foxtrot, ecco il primo film da Leone d'oro

1 settembre 2017, ore 22 - Il regista israeliano Samuel Maoz , ex soldato, torna alla Mostra del cinema di Venezia dopo aver vinto il Leone d'oro nel 2009 con Lebanon e subito si candida per un bis. Il suo Foxtrot (in concorso) sorprende, con cambi di registro e scenario improvvisi, unendo la disperazione alla giocosità, la rabbia all'ironia, interni patinati ad esterni fangosi. Forte sia a livello estetico che a livello emotivo. Protagonisti un padre distrutto dalla morte del figlio e un soldato annoiato poco più grande di un bambino. E poi lì, la danza imponderabile del fato, ostinato e imprevedibile, come la presenza di un cammello immobile dietro una curva.
Sullo sfondo il dramma di israeliani e palestinesi in guerra, di chi convive con il sospetto e chi sopravvive alle umiliazioni.
Applausi moderati in Sala Darsena alla prima per la stampa. 

La frase del film da ricordare: "Non importa dove vai, finisci sempre al punto di partenza". 

Robert Redford, Jane Fonda e la vecchiaia

1 settembre 2017, ore 15 - Conferenza stampa. Oggi è la giornata di Jane Fonda e Robert Redford, divi ormai nell'orbita degli ottant'anni, omaggiati dalla Mostra del cinema di Venezia con il Leone d'oro alla carriera (cerimonia di premiazione alle 22.15 in Sala Grande). Lei (ottuagenaria il prossimo dicembre) è luminosa in camicia e pantaloni nivei. È tutta grinta e risposte di spirito. Il biondo ottantunenne Redford è meno energico, ma sincero ed elegante: "Quando sei giovane non ci pensi che puoi invecchiare, cogli tutte le opportunità. Io ero molto atletico... Ora invece devi stare attento a come ti muovi ed è difficile da accettare. C'è una sorta di limitazione, anche creativa, che è triste". 
Fonda e Redford tornano insieme sul set per il film fuori concorso Le nostre anime di notte (Our Souls at Night) di Ritesh Batra, 50 anni dopo A piedi nudi nel parco e 38 dopo il loro ultimo lavoro insieme, Il cavaliere elettrico: "Allora il Sundance (il festival creato da Redford, ndr) faceva i primi passi", spiega Fonda. "Robert ha cambiato il cinema americano, quindi volevo passare anche del tempo con lui e vedere com'era diventato". E baciarlo ancora? "Lui bacia benissimo come a 20 anni", sorride la diva. 
Our Souls at Night è la storia di due vedovi che decidono di non rassegnarsi alla solitudine e di incrociare le loro vite. "È un film sulla speranza: non è mai troppo tardi. Puoi diventare chi avresti voluto essere anche se non lo sei mai stato". 
Redford è anche produttore del film, che ha voluto perché il cinema di oggi è orientato soprattutto verso i giovani e voleva invece rivolgersi a persone della sua età. E anche perché "volevo fare un altro film con Jane prima di morire".

Lean on Pete, quel bisogno profondo di casa

1 settembre 2017, ore 13.30 - Lean on Pete del britannico Andrew Haigh (l'autore di Welcome) è un romanzo di formazione trafitto da una luce diafana, con il volto bello e deciso del diciottenne Charlie Plummer nei panni di un ragazzino alla ricerca ostinata e a tratti disperata di una sicurezza su cui poter contare. E mentre si dibatte, cercando un tetto e una famiglia a cui tornare, ecco che prova a dare al cavallo da corsa Lean on Pete quello che lui non ha: una protezione, qualcuno che si preoccupi per lui. Nel cast anche Chloë Sevigny.
Una storia semplice e lineare, che coinvolge dall'inizio alla fine, pur senza grandi entusiasmi e novità stilistiche. Applausi moderati in Sala Grande, alla proiezione per la stampa.

La frase del film da ricordare: "Ora ci sono io. E gli incubi se ne andranno". 

Robert Redford e Jane Fonda tiepidamente insieme

1 settembre 2017, ore 11 - Applausi tiepidi dalla stampa, in Sala Grande, per Our Souls at Night, il film fuori concorso che unisce due leggende di Hollywood come Robert Redford e Jane Fonda. Sono tiepide anche le emozioni che emergono dalla loro storia d'amore sul grande schermo, due solitudini diverse che decidono di abbracciarsi e non arrendersi all'idea di una vecchiaia che sia desertificazione di sentimenti e sensi. 

La frase del film da ricordare: "Dobbiamo imparare a perdonarci".

31 agosto 2017 - GIORNO 2

Il doc di Weiwei sul dramma dei profughi

31 agosto 2017, ore 21.45 - Milioni di uomini in fuga da guerra e povertà. Il lungo documentario del cinese Ai Weiwei (2 ore e 20 minuti) Human Flow è quanto di più attuale possa esserci: è il primo piano del vastissimo "flusso umano" in corso, milioni di persone disperate che rivendicano il diritto a una vita migliore.
Film in concorso, è una panoramica globale, che parte dall'isola di Lesbo passando dal Bangladesh per planare sul confine greco-macedone fino alla Turchia e alle coste italiane, dal Libano a Parigi fino al muro che separa Stati Uniti e Messico. Entra nei campi profughi, negli accampamenti improvvisati, nella disperazione di chi aveva di certo i suoi motivi per scappare. Ecco siriani, iracheni, curdi, rohingya, palestinesi, eritrei, afgani, messicani... Ed ecco anche le mancanze di un'Europa impreparata e spaventata che, nell'ottica di Weiwei, sembra dimenticare i cardini della Convenzione dei rifugiati che fu la base della rinascita europea dopo la seconda Guerra mondiale.
Il doc è un montaggio attento che manca però di una regia che vada al di là del racconto scrupoloso. Non aggiunge molto ai tanti servizi che si vedono in tv sul tema migrazione. Non si apre al contraddittorio, sembra un romanzo a tesi che strizza l'occhio allo spettatore (con tanto di Weiwei dall'altra parte dell'obiettivo, a fraternizzare con i profughi a mo' di artista illuminato). 
Tanti applausi in Sala Darsena da parte della stampa. 

La frase del film da ricordare: "Quando eravamo nel nostro Paese sentivamo dire che in Europa c'era la democrazia, la dignità e il rispetto".

Del Toro: "L'amore che vince sulla paura"

31 agosto 2017, ore 14.30 - Conferenza stampa. Ovazione dei giornalisti a Giullermo del Toro: la moderatrice deve parlare sopra gli applausi per iniziare la conferenza.
"È il mio film francese, innamorato dell'amore e del cinema": così Guillermo del Toro definisce il suo The Shape of Water, film in concorso al Festival del cinema di Venezia, favola di estetiche simmetrie e acquosi sentimenti.
"Credo che la fantasia sia estremamente politica come genere", dice il regista, già autore di film amati come HellboyIl labirinto del fauno. Anche se è ambientato negli anni '60, The Shape of Water parla di oggi. "La scelta è l'amore che vince sulla paura. Ora che viviamo tempi tesi, ogni mattina dobbiamo dirci di credere nell'amore".

La favola acquatica di Guillermo del Toro

31 agosto 2017, ore 13.30 - Applausi accalorati per The Shape of Water (La forma dell'acqua) di Guillermo del Toro, film in concorso, alla proiezione per la stampa in Sala Grande. Il regista messicano consegna una favola di seducente impatto visivo, dalle atmosfere subacque e algose, ambientata nell'America del 1962: Guerra fredda, corsa verso lo spazio, segregazione razziale. Ma non sono questi i temi centrali: il vero messaggio, di universale respiro, è l'amore che vince contro la paura della diversità
Michael Shannon è assoluto e feroce, Sally Hawkins sembra un'Amélie Poulain (il personaggio de Il favoloso mondo di Amélie) muta e più carnale, Octavia Spencer è sempre lei: anche se è non protagonsita, sembra tale per l'energia che emana. E poi la creatura: un bel tritone che coi suoi verdi marci e gli occhi acquatici cattura l'immaginario.
Non c'è dubbio: The Shape o Water si candida a portare a casa qualche premio.

La frase del film da ricordare: "Se noi non facciamo niente non siamo niente".

Fischiata la nuova sigla

31 agosto 2017, ore 11.30 - Ad aprire la proiezione di ogni film non c'è più la sigla poetica e ricca di suggestioni di Simone Massi, l'illustratore e regista marchigiano che firmava anche il poster della Mostra del cinema, quest'anno curata dallo studio Graphic Design Designwork. E qualche fischio e "buu" accoglie la seconda proiezione per la stampa in Sala Grande, proprio allo scoccare della nuova sigla. Non a torto: la sigla di Massi era tutt'altra cosa a livello di capacità evocatoria.

Dal Libano un processo ai pregiudizi

31 agosto 2017, ore 11 - The insult (film in concorso) del libanese Ziad Doueiri sembra aspirare alle tensioni pirandelliane - dove la verità non sa dove trovare posto - di Una separazione di Asghar Farhadi, ma non ha la stessa sottigliezza che sa raggiungere il regista iraniano due volte premio Oscar. Se la mano alla regia latita in sfumature, il film ha però il grande merito di farci conoscere la realtà poco nota in Italia dei profughi palestinesi, in lotta con gli ebrei, sì, ma emarginati dagli stessi arabi ("Siamo i negri degli arabi", dice il palestinese protagonista). 
A Beirut, un diverbio sciocco basato su pregiudizi porta al processo di un libanese cristiano (Adel Karam) contro un profugo palestinese (Kamel El Basha). Si genera una valanga di violenza ed identità lese che metterà a nudo ferite profonde e nascoste. Aprendo a un'insperata riconciliazione.
In Sala Grande The insult è stato accolto dalla stampa da applausi pacati

La frase del film da ricordare: "Nessuno ha l'esclusiva della sofferenza".

30 agosto 2017 - GIORNO 1

Il mondo Lilliput di Matt Damon

30 agosto, ore 14 - Si comincia! #Venezia74 è l'hashtag da seguire dal 30 agosto al 9 settembre al Lido. Se l'apertura ufficiale della Mostra del cinema 2017 coi super vip (Matt Damon capofila) è affidata al tardo pomeriggio in Sala Grande, la stampa ha già messo i denti sul film che apre i giochi, il distopico Downsizing di Alexander Payne (in concorso): alla prima delle prime applausi per il suo mondo Lilliput in cui rifugiarsi dall'incombente disastro ambientale. In un mondo di piccoletti di 12 cm e poco più, anche i problemi sono piccoli, no? Apparentemente sì.


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