Cinema

Joaquin Phoenix: '...per me invece il coraggio è l’altra faccia della pazzia'

L’attore che ama i ruoli maledetti è il protagonista di The master, il nuovo lavoro di Paul Anderson

Credits: Illustrazione di Marco Calcinaro, courtesy of The Weinstein Company

di Cristiana Allevi

"Se ho avuto paura di alienarmi il consenso del pubblico con le mie scelte? Eccome, e non so nemmeno se l’ho scampata. Ma ne è valsa la pena, ho trovato un sistema completamente diverso di recitare". Joaquin Phoenix è un coraggioso o un pazzo, dipende da chi lo guarda. Due volte candidato all’Oscar per lo spietato imperatore Commodo nel Gladiatore, ora che si riaprono i giochi per l’ottima interpretazione in The master (dal 3 gennaio sui nostri schermi) dichiara che proprio quel premio "è un’assoluta idiozia che serve solo a mettere le persone le une contro le altre", e lui non ci sta. È un guastatore professionista, il caos non gli fa paura, né quello che provoca lui né quello che subisce: ha lasciato la conferenza stampa all’ultima Mostra del cinema di Venezia per tornare 5 minuti dopo (vincendo comunque la coppa Volpi come miglior attore); ha tentato di "suicidare" il proprio personaggio sullo schermo con Io sono qui del cognato Casey Affleck, annunciando che avrebbe lasciato il cinema per darsi al rap. Ora è protagonista di The master, il film che "ha fatto arrabbiare Tom Cruise" ispirato al leader di Scientology e autore di Dianetics, Ron Hubbard. Paul Thomas Anderson, il regista del film, ha detto che non rivelerà mai le parole di Cruise dopo la visione.

The master è però soprattutto una fotografia dell’America del secondo dopoguerra in cui i protagonisti tentano disperatamente di ridare un senso a tutto. Freddy (Phoenix) torna dal fronte alcolizzato e allo sbando. Da vagabondo incontra un movimento in ascesa, noto come «la Causa», e il suo leader carismatico Lancaster Dodd, di cui diventerà il braccio destro...

Lei che idea si è fatto dei reduci?
Ho visto Let there be light, un docufilm prodotto da John Huston per il governo americano che documenta l’ingresso in clinica psichiatrica di 75 soldati traumatizzati ed entrati in depressione. Mi ha impressionato quanto On the bowery, una specie di film su persone alcolizzate a Manhattan. Mai vista una simile descrizione del problema.

Anderson dice di averla inseguita per 12 anni...
Non volevo coinvolgermi in una cosa così intensa, ero appena uscito dalle riprese di Io sono qui, un film liquido, senza schemi, e mi avevano detto che Anderson può essere rigido. Invece è un dannato genio.

Che cosa l’ha colpita?
Per me la cosa più grandiosa è restare aperto al momento presente, e non mi era mai successo a questi livelli. Paul è uno capace di ridisegnare tutto quello che è stato deciso, e guardi che non sto sparando fesserie per giornalisti.

Non abbassa mai la guardia, vero?
Sono arrivato a smettere di recitare perché non ne potevo più, avevo capito che tutta la macchina del cinema andava contro l’esperienza che cercavo. Oggi non si dà abbastanza valore al mistero della creatività che si manifesta, un evento straordinario che richiede il coraggio di svincolarsi dalle sicurezze.

Freddy è una specie di animale ferito.
Ho visto video di animali selvaggi che si spingono fino ai sobborghi delle città, vengono catturati dai poliziotti che li sedano e il loro cervello smette di funzionare all’improvviso. Sbattono contro i muri, una gamba va a destra e l’altra a sinistra, non c’è più controllo, solo caos e paura. Ecco, io voglio rendere quest’idea.

Come fa a non andare fuori di testa?
Non separo mai, non penso "questo è Freddy e questo sono io". Quando ero un bambino, insistevano dicendo "impara la parte e segui dei riferimenti". Mi ci sono voluti 30 anni per capire che secondo me era sbagliato: ancora oggi sfuggo le situazioni in cui mi chiedono di stare nei binari. Se imparassimo a riconoscere che abbiamo emozioni in conflitto, nello stesso momento, vivremmo meglio, è quello a cui cerco di tornare tutte le volte.

Qual è il confine tra sano e folle?
Dipende, se lo chiede a me, non sono la persona giusta. Per me il disagio è una cosa divertente, forse è il mio modo di provare sollievo visto che sono quasi sempre in imbarazzo.

Quando ha girato I’m still here è successo un pieno perché non avete detto che quella vita sesso, droga e rock’n’roll era una finzione. Lo avevate spacciato per un documentario...
Non ho capito come qualcuno abbia potuto sentirsi attaccato, abbiamo preso in giro solo noi stessi. Qualcosa non funzionava più, dentro di me, volevo mettermi in una situazione che mi ispirasse una nuova direzione, e lì c’erano l’io vero e una creazione di me stesso, come nei reality.

È mai stato interessato a movimenti spirituali o simili?
Mi faccio domande sul senso di quello che faccio, ma non sono mai appartenuto a un sistema. So che vorrei che tutti fossero felici, soddisfatti, se succede essendo cattolici o appartenendo a Scientology non mi interessa. Non credo che ci sia una sola risposta, la vita e le esperienze sono soggettive.

Ha mai pensato di abbandonare le conferenze stampa anziché far scrivere ai giornalisti che è un maleducato?
Una sala con 400 sconosciuti e tutti quei flash puntati addosso è un incubo per me, mi piacerebbe saperci stare, invece nell’impersonale sono a disagio. Mi pesa anche avere 60 persone intorno ogni giorno, su un set, però è un lavoro e va fatto.

Alla fine delle riprese tira il fiato?
Stavolta mi sono avventato su tutti i sacchetti di patatine che ho trovato e non ho smesso di mangiare per settimane. Almeno ho ripreso i 10 chili che avevo perso.

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