Lei, Laura Chiatti, nel film è Chiara dagli occhi chiari, la ragazza più bella di Putignano. Anche lui, Riccardo Scamarcio, Damiano nel film, è bello e con gli occhi chiari, rampollo di famiglia ricca. Stanno per sposarsi. Anche la mamma di lei e il papà di lui stavano per sposarsi, un tempo, poi tutto finì inghiottito in un gorgo di pregiudizi provinciali.

Si ritrovano tutti alla vigilia del matrimonio di Chiara e Damiano insieme con amici, parenti, fratelli scomodi, momenti rivelatori e qualche incertezza che induce a piccoli tradimenti i due promessi e irrequieti sposi in una sorta di personalissimi addii ai rispettivi celibati.

Ma ogni cosa si potrà ricomporre nel giorno fatidico: chiesa, cerimonia, invitati e via così nella festa e nel ricevimento, pranzo, torta e soprattutto ballo. È lì che al suono e al canto della canzone che dà il titolo al film (e al romanzo di Luca Bianchini che lo ispira), gli amanti d’una volta si ritroveranno morbidamente intrecciati sulla pista. Tanti anni dopo.

Non sarà il ballo del Gattopardo, ma resta comunque un bel passaggio di cinema: Michele Placido è Don Mimì, padre di Damiano; Maria Pia Calzone è Ninella madre di Chiara. Belli e sognanti anche loro nel momento clou che sembra rimettere al loro posto malumori, dubbi e paure di ciascuno al calare del giorno di nozze.

Il film si raccoglie interamente attorno a queste due giornate, specie quella di una vigilia molto elettrica, con spazio, naturalmente, anche al matrimonio, una delicata Over the Rainbow eseguita in chiesa con le sue parole di sogni fatti e desideri espressi tra nuvole lontane e uccelli azzurri capaci di volare sopra l’arcobaleno; il pranzo, il ballo, l’epilogo.

Un percorso narrativo che Marco Ponti (si ricorda il suo film d’esordio Santa Maradona nel 2001, in seguito altre esperienze fra cinema e tv senza particolari segnali di vertice) governa in modo  brillante giocando sulle cadenze dialettali pugliesi e sui diversi piani stilistici della commedia, da quella dell’arte (l’utilizzo qua e là di un personaggio narratore mescolato fra gli altri) a quella italiana più schietta (Placido e Calzone, sia pure in contesti diversissimi e nelle dovute distanze espressive, non sono così lontani dai De Sica-Lollobrigida di Pane, amore e fantasia, che visivamente e non casualmente aleggia nel finale), a quella sofisticata americana.

La struttura geometrica, giocata sulle coppie (c’è anche quella, molto ricreativa, formata da Dino Abbrescia e Luciana Littizzetto – finalmente sostenuta anche al cinema da un dialogo in linea con la sua comicità), dà al film una sua solidità d’impianto che non incide sulla necessaria leggerezza del racconto e dei suoi modi di svolgimento.

Certo, non tutto è risolto e i caratteri galleggiano sempre molto in superficie all’interno di una vicenda che, nella sua natura di genere, resta abbastanza scontata negli sviluppi e nell’epilogo. Tra l’altro con molti e forse troppi “finali”, magari giustificati dalla necessità di concludere le storie dei tanti personaggi. Opera gradevole, comunque. E felicemente recitata, con emotività sentimentale, dalle due coppie “generazionali” Chiatti-Scamarcio e Calzone-Placido.

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