Cinema

Geoffrey Rush: 'Tornatore ha tante qualità: sa anche indicarti i ristoranti giusti'

Così il pluripremiato divo australiano: "Amo cambiare ruoli di continuo, ma il mio approccio è sempre teatrale"

Geoffrey Rush in una scena del film (Credits: Warner Bros)

Giuseppe Tornatore lo ha definito “il migliore amico del film, quello che più si è speso per sostenerlo, senza badare al tempo, agli accordi sindacali e a tutto il resto”. Sylvia Hoeks, sua partner di scena in La migliore offerta, non fa che elargire per lui parole di affetto e stima: “E’ un maestro straordinario, sa trasmetterti l’entusiasmo sincero verso questo mestiere: è un uomo divertente, dentro e fuori dal set”.

E lui, Geoffrey Rush, se la ride divertito dietro a uno schermo, collegato direttamente da Melbourne.  Ha già vinto tutti i premi che un attore può desiderare, dall’Oscar al Tony Award, eppure non ha mai perso il gusto di prendersi poco sul serio e di scherzare con tutti, giornalisti compresi: “Su questo schermo mi sento come un grande burattinaio, tra le mie fila c’è Tornatore: mica male”.

Come definirebbe il suo personaggio, un antiquario solitario perennemente in guanti pur di non farsi contaminare dalla vita?
Un ruolo complesso e classico, una figura estremamente solitaria, isolata, con ansie contemporanee: è ricco, non ha nessuno, sembra non appartenere al mondo reale, ed è lì che entra in scena la voglia attoriale di trovare un livello di credibilità per coinvolgere il pubblico nel suo orologio interiore. Poi Tornatore è un regista che non ha paura di ricorrere alle metafore: trovo che il suo film sia una conversazione tra la nuova e la vecchia Europa, dove la seconda è molto ricca, piena di storia, ma profondamente sola e completamente fuori luogo. Proprio come il mio personaggio, un uomo del tutto spiazzato dal mondo moderno. Non che sia autobiografico, s’intende!

Quanto conta la preparazione teatrale nell’affrontare un ruolo?
Io ho studiato a teatro e continuo a lavorarci, il palcoscenico è tutto il mio background, e l’approccio al copione, che sia per cinema o per il palcoscenico, spesso è lo stesso. In questo film c’erano scene di dialogo molto intense che sapevo sarebbero state come a teatro, e scene più intime, dove c’era bisogno di fare prove per scoprirne bene la dinamica.

Com'è stato duettare con un'attrice emergente come l'olandese Sylvia Hoeks?

Meraviglioso. E’ stata lei la mia migliore offerta: un’interprete divina e coraggiosa. In fase di prove è stata fondamentale: ha saputo trovare strati sottili di vita interiore e restituirli con morbidezza sullo schermo. Io invece sono solo un attore di teatro del XIX secolo che si lancia verso la macchina da presa.

Un po’ Marlon Brando, un po’ Mastroianni, secondo Tornatore.
Davvero? Non me l’ha mai detto. Mi paragonava piuttosto a Bob Hope! E lo prendevo come un complimento. E’ un regista fantastico, ha un intuito viscerale di come dev’essere la storia. Seguivo con cura e attenzione le sue indicazioni anche sulle modifiche dei dialoghi, perché sapevo di avere di fronte una partitura subliminale e intricata, in cui ogni elemento era pensato per suonare in una certa maniera. Poi sa indicarti i ristoranti migliori del posto, ed è un’ottima qualità per un regista. Quando è venuto a trovarmi a Melbourne ho ricambiato il favore: i ristoranti italiani impazzivano perché arrivava Tornatore.

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