Cinema

Blade runner, come te nessuno mai

Trent’anni fa il film di Ridley Scott già parlava del presente e del futuro. Allora fu un flop, oggi è di culto. Anche perché è tratto da Philip K. Dick, che continua a essere un business fantascientifico per gli eredi

Philip K. Dick morì d’infarto il 2 marzo 1982, a 53 anni, a quattro mesi scarsi dalla première di Blade runner, di cui aveva visto in anteprima circa 20
minuti. E se non fu proprio come per Boris Vian, stroncato a 39 anni durante la proiezione del suo Sputerò sulle vostre tombe, dopo furiose liti con i produttori, è perché a Dick di quei pochi spezzoni piacque l’atmosfera "da inferno dantesco", benché la sceneggiatura fosse diversa dal suo romanzo, a cominciare dal titolo (il suo era Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, poi semplificato in Il cacciatore di androidi).

Trent’anni con Blade runner e senza Dick; oggi sono diventati entrambi marchi di fabbrica. Uno è "l’equivalente per la seconda metà del Ventesimo secolo di quello che Franz Kafka è stato per la prima" (lo pensa il grande disegnatore di fumetti Art Spiegelman); l’altro è "il film perfetto, quello che mi ha spinto a fare questo mestiere", parola del regista oggi più alla moda, Christopher Nolan, quello della reinterpretazione di Batman e del "dickiano" Inception.

Non è stato affatto facile però arrivare a questo punto. All’inizio Blade runner (noir futurista su un detective che nella Los Angeles del 2019 dà la caccia a quattro androidi assassini chiamati replicanti) fu un flop: 30 milioni di dollari di costo e solo 27 di incasso, mentre il contemporaneo E.T. portò a casa 350 milioni a fronte di un budget di 10. Ed ebbe feroci stroncature: Variety lo definì "melodramma futurista" e la critica Pauline Kiel sul New Yorker fu sarcastica: "Alcune scene hanno sei sottotesti, ma nessun testo e nemmeno contesto".

C’è voluto un lento e costante passaparola, l’avvento dei video, poi dei laser disc e infine dei dvd, per renderlo la pietra miliare odierna, riverito da un intero genere letterario nato sulle sue immagini: il cyberpunk. All’epoca la maggior parte della produzione torrenziale di Dick (33 romanzi di fantascienza, sette mainstream, cinque raccolte di racconti) era fuori catalogo. Oggi invece è continuamente ristampata in tutto il mondo (in Italia lo pubblica la Fanucci). Paradossalmente Dick deve ringraziare proprio il cinema, verso il quale covava un distacco vicino al disprezzo: "Dovrete uccidermi, raccogliermi e infilarmi sul sedile della mia macchina con un sorriso dipinto in faccia per portarmi nelle vicinanze di Hollywood".

È quello che in pratica hanno fatto: ci sono stati ben altri 11 "suoi" film, diretti anche da grandi registi (Steven Spielberg, Paul Verhoeven, John Woo, Lee Tamahori), ma quasi mai fedeli alle storie originali.

È il motivo per cui la figlia Isolde Dick, detta Isa, ha radunato i suoi due fratelli Laura e Christopher (tutti di madre diversa; Dick si è sposato cinque volte) e ha fondato la Esp, Electric sheperd productions, che è al contempo agenzia letteraria e casa di produzione. Anziché aspettare che gli chiedano i diritti, è lei che li propone ai filmmaker (o anche disegnatori per graphic novel) in linea con le idee del padre, per evitare film più rivolti all’azione che al pensiero (Dick si considerava un "filosofo narrativo", meno uno scrittore). Nella sua lista recente di incontri allo Chateau Marmont di Hollywood, dove cala una volta al mese (lei vive a San Francisco), ci sono Terry Gilliam, Michel Gondry, Ridley Scott, Duncan Jones, la Marvel e la Disney. Non solo, in preparazione c’è un biopic, ovvero un film biografico sul padre e Philip Dick dovrebbe avere la faccia stralunata di Paul Giamatti.

© Riproduzione Riservata

Commenti