Chef: Jean Reno, tante spezie e poco sale

La commedia gastronomica francese strappa con garbo alcune risate, più spesso docili sorrisi, stuzzicando poco il palato del pubblico. Si inserisce tra i tanti recenti film di profilo culinario

Chef (Videa CDE/Nicolas Schul)

Se la narrativa ha deciso di condire i romanzi con ariste e bolliti , visto l'assodato successo dei libri di ricette, il cinema non sembra essere di meno. Del resto Carlo Cracco e Gianfranco Vissani sono nomi nell'immaginario colletivo ben più noti di Gabriele Veneziano (fisico padre fondatore della teoria delle stringhe) o Mario Capecchi (Nobel per la medicina nel 2007). Gli chef arrivano dritto al cuore (o allo stomaco) della gente, dall'alto del loro fare da artisti contemporanei.

Ecco così che dalla Francia, patria della parola "chef", arriva l'ennesima commedia tra fornelli e consommé, che guarda caso si intitola Chef (dal 22 giugno al cinema), diretta da Daniel Cohen. Jean Reno è Alexandre Lagarde, mago pluristellato dell'arte culinaria che gestisce un rinomato ristorante a Parigi. Minacciato dal gruppo finanziario proprietario dei suoi locali e vittima di un vuoto di ispirazione creativa, troverà un aiuto nell'amante della buona cucina Jachy Bonnot (Michaël Youn), "l'uomo che sussurrava alle verdure, e che le ascolta", il cui talento e preparazione sono proporzionali al caratteraccio e alla cocciutaggine.

Tra un battibecco e una sperimentazione, tra cucina tradizionale e follie molecolari, la sceneggiatura strappa ogni tanto con garbo delle risate, più spesso docili sorrisi. Se, al contrario dei presunti chef protagonisti, il pubblico non ha palato troppo fine, può anche capitare di sentirsi alla fine soddisfatti grazie a spezie di un certo acume spruzzate qua e là, a nascondere la carenza di sale. Come certo non sono in dosaggio eccessivo la coerenza e la plausibilità (come mai il truccatissimo Jachy definisce "moglie" Béatrice, interpretata da Raphaëlle Agogué, e poi invece si ricorda che deve ancora sposarla? forse qualche problema di traduzione dal francese all'italiano?).

Di certo aveva fatto molto meglio, prima di Chef, la commedia tedesca Soul Kitchen (2009). Il regista Fatih Akın era riuscito a raccontare con disinvoltura, attraverso la cucina e un'afmosfera conviviale, i margini di una società multiculturale in pieno scontro. In Fuori menù (2008) dello spagnolo Nacho García Velilla lo chef era gay e ovviamente un po' isterico ma anche estroso e pignolo tra piatti e ricette. Con qualche pennellata almodovariana (non a caso ci sono Javier Cámara e Lola Dueñas, attori già visti in Parla con lei e Volver), tra eccessi e altrettanti tentativi di riportare tutto in ordine, nella sua imperfezione il film ha saputo divertire in maniera meno contenuta di Chef.
Niente di buono, invece, bolliva nella pentola dell'hollywoodiano Sapori e dissapori (2007). Le solite scaramucce di cucina e amore tra chef, tra una bella cuoca affermata e nevrotica (Catherine Zeta-Jones) e un affascinante aiuto cuoco sicuro di sé (Aaron Eckhart) e capace di dare il giusto valore alle cose.

Ciak, la nuova commedia gastronomica è servita.

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