Targhe

Tra le poche scarsità che affliggono il nostro tempo, generalmente fornito di ogni ben di dio come mai era successo prima nella storia umana, c’è forse quella di cittadini benemeriti. Se uno dà un’occhiata ai muri di una qualsiasi città …Leggi tutto

Tra le poche scarsità che affliggono il nostro tempo, generalmente fornito di ogni ben di dio come mai era successo prima nella storia umana, c’è forse quella di cittadini benemeriti.

Se uno dà un’occhiata ai muri di una qualsiasi città italiana (ma potremmo dire: Fano. Io, perlomeno, ho notato la cosa a Fano) noterà che è tutto un florilegio di dotti appesi ai muri: lì è nato un architetto, qui è vissuto un pittore, là in fondo è morto un commentatore dei testi sacri, in piazza ha fatto qualcosa di retto un retto precettore della gioventù. E sono, in novantanove casi su cento, gente di cui nessuno ha mai sentito parlare.  Viene dunque da sorridere: si capisce presto – la mascheratura è goffa – che quelle targhe non celebrano l’erudizione o la genialità dell’individuo, ma la piccola gloria condivisa di una piccola patria. “Vedete?” sembrano dire quelle epigrafi, sotto e al di là del pomposo testo reale, “qui da noi a Fano, a Cesena, a Monopoli, abbiamo avuto e possediamo tuttora le nostre glorie; e non ci manca niente, e poco ci interessa fuori di queste mura”.

Col pretesto di ricordare un individuo si celebrava dunque un’appartenenza e un’identità collettiva; e tutti sappiamo quanto questo localismo spinto, per non dire campanilismo, abbia ristretto attraverso i secoli gli orizzonti delle élites di tutta Italia, conducendole a un’erudizione miope e sostanzialmente inutile, a una limitatezza ammantata di civismo malinteso.

E noi giustamente ridiamo e diffidiamo di questa deriva, assieme tronfia e sterile; ma non è per questo che sono scomparse le targhe. Le targhe, io temo, scompaiono perché nessuno vuole sublimare e cancellare la propria individualità in una patria comune, per piccola o piccolissima che sia; perché nessuno vuole essere giudicato su basi almeno in teoria oggettive, ciò che è il presupposto di ogni celebrazione, dato che viviamo in un’epoca in cui ognuno si sente grande, e non ha bisogno di dimostrarlo; e infine perché nessuno è interessato alla posterità e a farsi ricordare, dato che ultimamente i posteri esistono poco, così come esiste assai poco il pensiero della morte e, di conseguenza, quello della religione.

Le targhe sui muri, un po’ come le mura cittadine, ma in maniera più raffinata e meno ovvia, tengono assieme una comunità e la definiscono. Si può dire che quei marmi puntellavano le appartenenze, andando a precisare e a titillare l’orgoglio e la consapevolezza di chi li leggeva. Si tratta insomma di ritualità, simboliche e – in senso ampio – religiose: per questo, in un presente quasi privo di riti, sono destinate a scomparire. E di tutto questo, più in grande o scegliendo temi diversi ma paragonabili, hanno d’altronde scritto con competenza e chiarezza Du Boissis-Beaulieu, Boyle, Henzen e Raduleanu*, sicché da parte mia c’è ben poco da aggiungere.

Che altro? Solo che città senza targhe, epigrafi, glorie goffamente e gelosamente conservate sono sempre meno città, e sempre più comune domicilio di gente che non si conosce e non vuole più di tanto mischiarsi.

 

*Nessuno di costoro, che io sappia, esiste o ha mai scritto libri; la loro autorità in materia è dunque, tutto sommato, discutibile, e il farvi appiglio cialtronesco.

© Riproduzione Riservata

Commenti