Il sole non sorge più ad Est, intermezzo

Quella del 1956 non è la prima rivoluzione ungherese schiacciata dai russi. Già nel 1849, infatti, un esercito proveniente da Est aveva messo la parola fine al tentativo, fino ad allora coronato da buon successo, di creare uno stato ungherese …Leggi tutto

Quella del 1956 non è la prima rivoluzione ungherese schiacciata dai russi. Già nel 1849, infatti, un esercito proveniente da Est aveva messo la parola fine al tentativo, fino ad allora coronato da buon successo, di creare uno stato ungherese al posto della metà orientale dei domini degli Asburgo.

Ovviamente la rivoluzione del 1849 non ha nulla a che fare con quella del 1956, che ci è comprensibile e verso cui riusciamo facilmente a provare empatia; la prima è invece una tipica sollevazione nazionalistica ottocentesca, fondata su tutta una serie di ragioni e dinamiche che non intendiamo quasi più. E questo non è certamente il luogo in cui fare una storia del risorgimento liberale ungherese e del peculiare movimento nazionale magiaro, volto a costruire uno Stato-nazione su territori in cui vivevano, accanto agli ungheresi e in maggior numero rispetto ad essi, slovacchi, serbi, rumeni, croati, ecc.; e pazienza se questo significava magiarizzare a forza svariati milioni di non-magiari(nessuno di questi popoli, ovviamente, partecipò alla sollevazione; tutti anzi l’avversarono e più di qualcuno prese le armi a sua volta per gli Asburgo).

Per i non addetti ai lavori e per chi non ha intenzione di rompersi la testa studiando i delicati equilibri dell’Europa Orientale, in ogni caso, la rivoluzione del 1848 presenta un paio di episodi a metà tra il tragico e il folkloristico che vale la pena di riportare qui.

Il primo è il parziale boicottaggio della birra, deciso nel 1849 dopo che, stando al mito, ufficiali austriaci avrebbero brindato con boccali di quella bevanda durante l’esecuzione di 13 capi militari e politici della rivoluzione. Dopo di allora e per 150 anni, si giurò all’epoca, nessun ungherese avrebbe effettuato un brindisi o sbattuto fra loro due boccali di cervogia; e pare che gli ungheresi, pur continuando a bere birra in silenzio, abbiano avuto la testardaggine e la commovente coscienziosità storica di osservare tale giuramento. Il divieto, non più operante dal 1999, è anzi tanto radicato che anche oggi i brindisi con la birra sono malvisti ed evitati; state dunque attenti, se capitate a Budapest o dintorni, a non farvi goffamente riconoscere come nemici del patriottismo liberale e derisori del sentimento nazionale magiaro.

La seconda storiella, meno nota, è quella di János Damjanich, valoroso generale dell’Armata rivoluzionaria, finito impiccato con altri dodici nell’occasione già ricordata. Il fatto che il suo cognome suoni più jugoslavo (lato sensu) che magiaro si spiega con la circostanza che Damjanich era in effetti un serbo ortodosso nato in Vojvodina come Jovan Damjanić. Benché combattesse per l’indipendenza e la grandezza ungherese, Damjanić ebbe sempre precisa consapevolezza delle proprie origini; tanto che gli si attribuisce, probabilmente apocrifamente, la frase “I serbi non dovrebbero esistere. Io non avrò pace finché l’ultimo serbo su questa terra non sarà morto; e a quel punto mi ucciderò”.

Non che queste storielle spieghino granché. Illustrano solo un fatto, a mio parere: che voler capire l’Europa orientale e la sua storia non è tanto difficile; è più che altro inutile.

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