Il ritorno di Putin

Alla fine, nessuno è un giaguaro per sempre: e Vladimir Vladimirovič Putin non fa eccezione a questa regola. La sua epoca d’oro, quella in cui appariva da un lato come il salvatore o restauratore della Russia, e dall’altro si affermava …Leggi tutto

Alla fine, nessuno è un giaguaro per sempre: e Vladimir Vladimirovič Putin non fa eccezione a questa regola. La sua epoca d’oro, quella in cui appariva da un lato come il salvatore o restauratore della Russia, e dall’altro si affermava come un’icona (specie in Internet), è terminata da un po’. Diciamo pure che negli ultimi anni l’efficienza dell’azione di governo dei siloviki (ossia di quegli uomini provenienti dai ministeri “della forza” che hanno preso il controllo della Russia dopo il periodo di El’cin) si è molto affievolita, e che lo stesso Putin è apparso sempre più imbolsito e invischiato in una spirale – molto russa – di crescente autoritarismo e distacco dalle esigenze e dai sentimenti della popolazione. In questo quadro, anche i movimenti di opposizione – con tutti i loro difetti e i loro lati inquietanti – sono diventati per la prima volta un fenomeno di massa. Mentre l’immagine di Putin si avvicinava a quella di un governante russo dei vecchi tempi, ingessato e permaloso, piuttosto che a quella dinamica e affascinante degli anni 2000.

Ma se c’è un momento in cui Putin si esalta è quando ha ragione e quando può presentarsi come uno dei pochi garanti affidabili di un mondo più multipolare e tendenzialmente più giusto.

L’occasione gli è stata fornita in queste ultime settimane dal comportamento ideologico, incoerente e tutto sommato indecoroso tenuto dai governi occidentali e soprattutto da quello degli Stati Uniti nella vicenda siriana (un solo emblematico esempio, fra tanti: in queste ore, nel corso del G8, Obama ha spinto per il sostegno ai rivoltosi siriani e – contemporaneamente! – ha fatto pressioni perché si adottasse una politica di fermezza nei riguardi dei sequestri di persona con cui i rivoltosi siriani usano autofinanziarsi). Duole dire, a questo proposito, che i media dei paesi “occidentali” hanno fatto molto poco per smascherare l’ipocrisia e la sostanziale infondatezza delle posizioni dei propri governi, fornendo invece una copertura manicheistica e pregiudiziale di una situazione tremendamente complessa e tragica. Ma, in un mondo ancora unilaterale e dominato da una sola potenza, non è facile neanche rimarcare l’ovvio e denunciare un comportamento illogico e apertamente censurabile, quando questo è commesso e rivendicato da chi detiene il potere globale. Putin può farlo, pur se la Russia non ha il potere reale per opporsi nei fatti, perché la retorica multilateralista è nelle sue corde e anche perché gli fa gioco, anche per le reazioni che questo può provocare in Russia, mostrarsi logico e ragionevole ma fermo e indipendente.

In sostanza, Putin, constatando l’ovvietà che a volte anche il mondo occidentale sbaglia, e che come in questo caso i principi democratici e umanitari sono spesso cancellati dalle azioni reali (sempre interessate, e non potrebbe essere altrimenti, ma a volte apertamente arbitrarie e imperialiste), si rilancia come politico e come statista, guadagnando una centralità e una statura che non conosceva da anni. Ma la parte di cui dovremmo preoccuparci è un’altra: che cioè siamo a un punto in cui uno come Putin, non esattamente dunque un cavaliere senza machia o un paladino del diritto di dissenso, è nella posizione di poter urlare “Il Re è nudo”. Segno indubitabile e preoccupante che la dinamica per cui un potere solitario tende poi a ritenersi superiore, e a riconoscere solo in se stesso il diritto e la giustizia (il che legittima qualsiasi arbitrio, non esistendo più una legge esterna e uguale per tutti), è tristemente in atto, e che in generale un mondo senza dialettica fra potenze è un mondo meno libero e più pericoloso.

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