E le verdi terre

Parecchie centinaia di chilometri a ovest di Istanbul, ma in quella stessa penisola balcanica, e anzi nel punto preciso in cui fino a poco più di cent’anni fa terminava l’Impero ottomano e iniziava l’Europa latina, c’è un’altra protesta civica di …Leggi tutto

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Parecchie centinaia di chilometri a ovest di Istanbul, ma in quella stessa penisola balcanica, e anzi nel punto preciso in cui fino a poco più di cent’anni fa terminava l’Impero ottomano e iniziava l’Europa latina, c’è un’altra protesta civica di cui è giusto parlare, e che a me pare collegata a quella.

Siamo a Dubrovnik, la città-stato che per secoli ha rappresentato, come Repubblica di Ragusa, l’unico stato libero e indipendente degli slavi del Sud, nonché il ponte commerciale, diplomatico e in un certo senso ideologico fra la corte del Sultano a Costantinopoli e quella del Papa a Roma (giacché Ragusa, pur libera, era comunque sottomessa a entrambe queste potenze e queste idee). Sopra Dubrovnik-Ragusa, nel punto da cui dovevano arrivare i cannoni dei turchi ma per fortuna non arrivarono mai (solo molto più recentemente i mortai dei montenegrini), si erge il Monte Sergio, che in serbocroato si chiama Srđ. Su quel monte, accanto alla fortezza napoleonica e in un punto tale da dominare la meravigliosa città sottostante e il suo Medioevo mai finito, vogliono costruire un campo da golf con diciotto buche e uno da nove, e in più 400 appartamenti e 240 ville, oltre a un hotel a cinque stelle.

Contro questo progetto, il cui impatto ambientale è facilmente immaginabile, si è sollevata una strana coalizione, che va dagli ambientalisti duri e puri al vescovo della città, passando per il sindaco e per le associazioni dei veterani della guerra di indipendenza e per gli ultimi partigiani titini (c’è anche un Museo della resistenza, sul Monte Sergio). La vasta alleanza, schierata in una cittadina che non ha più tradizioni civiche da molto tempo e che non ha neanche la massa critica per esprimere un dissenso davvero organizzato, ha stupito molti; anche se poi questa ha mancato il traguardo principale, ossia il raggiungimento del quorum al referendum cittadino che doveva bloccare il progetto.

Tuttavia, la mobilitazione ha scosso la piccola Croazia e ha sollevato un più ampio dibattito su un modello di sviluppo, turistico e non, che ha già piantato il proprio pesante scarpone qui e là nel paese e nel resto dei Balcani, dopo aver dominato buona parte delle coste mediterranee occidentali negli scorsi decenni. Quello che si è ottenuto, nel caso specifico, è comunque che la Croazia e Dubrovnik si fermino a pensare, prima di autorizzare un progetto così invasivo; ed è già un bel successo.

Ma come si lega una protesta ambientalista, limitata nei numeri e nel “teatro di guerra”, alla guerriglia di Piazza Taksim, alla lotta per la libertà di dissenso e d’espressione? Credo che ci sia soprattutto un filo conduttore, che unisce le lotte per una democrazia che non sia solo consenso e una legalità che non sia solo ligia alle norme: ed è l’urgenza di ripensare uno sviluppo umano meno arrogante, uno che tenga invece in conto due fattori decisivi di ogni comunità della nostra umanità in generale, ossia il passato e il futuro. Se il consenso si pone al di fuori del tempo, e consegna pesanti dati di fatto ai posteri e dimentica le radici, è di fatto un arbitrio; il consenso è invece prima di tutto una responsabilità, gravosa e pesante, e imponente come una fortezza medievale o un bosco di noci al centro di una megalopoli.

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