E delizia

Io mi rendo perfettamente conto che questo non è il blog colto di Panorama (ce ne sono, ce ne sono; in particolare ovviamente Carnation) e che chi viene qui non cerca gran discorsi e parole complesse, e tantomeno riferimenti …Leggi tutto

Io mi rendo perfettamente conto che questo non è il blog colto di Panorama (ce ne sono, ce ne sono; in particolare ovviamente Carnation) e che chi viene qui non cerca gran discorsi e parole complesse, e tantomeno riferimenti a oscuri intellettuali dimenticati o a professoroni fin troppo noti per la loro tromboneria. Per fortuna, colui che voglio presentare oggi non appartiene a nessuna di queste due categorie: si tratta invece di Benedetto Croce, esponente illustre della République des Lettres della vecchia Europa borghese e positivista e figura cui tutto sommato si guarda anche oggi con simpatia.

Sinceramente non so molto di Croce, come filosofo, pensatore politico e tutto il resto. Ma come storico posso dire che era tenerissimo: la sua idea di base è che le epoche di riconciliazione e di attenuazione dei contrasti siano meglio di quelle in cui scoppiano guerre e rivoluzioni e la gente si rincorre con la mannaia. E questo è il motivo per cui la sua Storia d’Italia copre il periodo 1871-1915: perché, in questo modo, il vascello – abbastanza deterministico – della sua storia può sfilare su un fiume piuttosto largo, non del tutto tranquillo ma comunque privo di rapide traditrici e di bionde canterine appollaiate sulle rocce, pronte a perdere i naviganti. Si badi: non è che Croce abbia scritto la sua Storia nel 1915 o a ridosso del 1915; no, lui aveva ben presente la gravità di quanto andava succedendo in quegli anni, e così le tremende conseguenze del conflitto, le quali erano già piuttosto chiare durante la guerra e nei primi anno dopo di essa. Ma perché scriverne? Perché dar loro nobiltà di Storia? La pace è o non è migliore della guerra? La società cosmopolita degli intellettuali illuminati (che sarebbe poi la République des Lettres di cui dicevo sopra) è o non è meglio di un continente finito e dilaniato, in cui anche i saggi sono al servizio di vendette e rancori? E allora basta: non parliamone mai più.

La cosa curiosa è che ho sentito discettare di Croce storiografo a un convegno tenutosi a San Marino la settimana scorsa. E non potevo non collegare il sogno, o forse la finzione di Croce, all’utopia reale della Repubblica posta appena sopra Rimini, che ha di fatto fermato la storia, o per meglio dire ne è uscita, cristallizzando il suo medioevo e le sue libertà civiche. Questo vuol dire dunque che è possibile dire che qui ci troveremo benissimo, e semplicemente accamparci in un posto? O significa addirittura che c’è speranza che la Storia, arrivata a un punto accettabile di pace e di decenza, di colpo termini?

No, purtroppo non succederà. Ci hanno provato anche di recente, a farlo succedere (nell’unico modo in cui si può far succedere una cosa del genere: sperandoci molto): un politologo statunitense, Francis Fukuyama, ha scritto come noto nel post 1989 che la storia era finita; la storia l’ha smentito poco dopo, anche troppo fragorosamente, ma comunque era una visione sbagliata già da prima. Per il semplice fatto che la fine della storia coinciderà con la fine degli esseri umani, e non con una molto improbabile conclusione delle loro azioni per mancanza di scopi, stimoli o idee.

Tuttavia San Marino esiste e ha chiuso la propria, di storia. L’ha fatto, a ben vedere, con un piccolo trucco (far sparire un piccolo pezzo dello spazio e trincerarsi lì) che ovviamente al mondo intero non può riuscire, però per essa ha funzionato. E a tutti noi, che siamo o no sentimentali, che abbiamo o no studiato discipline storiche o roba simile, capita a volte, in certi fortunati momenti, di pensare che è tutto perfetto e che il mondo dovrebbe fermarsi lì; e non c’è bisogno, per capire il sogno di Croce, di appartenere come lui a due categorie notoriamente anche troppo sensibili, quali i pensatori meridionali e i germanofili.

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