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LeBron, il subcreatore

Tra le grandi narrazioni religiose che tentano di mettere ordine nel mondo e di dargli un senso, due hanno assunto nella storia dell’Occidente un rilievo particolare, anche perché si sono scontrate letteralmente manu militari per alcuni secoli: predestinazione e libero …Leggi tutto

Tra le grandi narrazioni religiose che tentano di mettere ordine nel mondo e di dargli un senso, due hanno assunto nella storia dell’Occidente un rilievo particolare, anche perché si sono scontrate letteralmente manu militari per alcuni secoli: predestinazione e libero arbitrio. Da un lato c’è l’idea – in un certo senso più semplice ed elegante, più pulita – che un Dio creatore, onnisciente e onnipotente non possa far altro che decretare ab aeterno il destino entro cui si dipana la storia del mondo e del genere umano. Dall’altro c’è l’idea al tempo stesso più consolante e più spaventosa della subcreazione del mondo da parte dell’uomo tramite le sue deliberazioni in uno spazio in qualche modo libero dalla determinazione divina. Queste due idee hanno avuto una peculiare declinazione interna al cristianesimo nel conflitto tra protestantesimo e cattolicesimo a partire dal XVI secolo, ma esistevano già nell’antichità greca in modalità filosofica (epicurei vs. stoici) e hanno assunto e continuano ad assumere molteplici vesti (si pensi al dibattito tra Spinoza e Leibniz o a quello tra esistenzialisti e  loro detrattori nel Novecento) sopravvivendo magari in versione laicizzata, come capita spesso alle idee religiose.

Sono certo che mi perdonerete questa noiosissima premessa quando capirete che in questo post voglio parlare di pallacanestro e di LeBron James.

Per i pochi che si fossero appena risvegliati da un coma decennale spiego chi sia LeBron James: semplicemente, per mezzi fisici parametrati sulla media degli altri giocatori della sua epoca, il più potenzialmente devastante giocatore di pallacanestro che sia mai esistito. Nato nel 1984, venne chiamato nel 2003 a giocare nell’NBA, la superlega professionistica statunitense, direttamente dalla high school, la qual cosa ne fa un veterano della lega già a 28 anni e il detentore, al momento, di tutti i record di precocità: è stato il più giovane giocatore di ogni tempo a realizzare una “tripla doppia” (27 punti, 11 rimbalzi e 10 assist in un’unica partita, il 19 gennaio 2005, a poco più di 20 anni), il più giovane vincitore del premio come miglior giocatore dell’All Star Game, il più giovane giocatore a raggiungere in sequenza i 1000 punti in carriera, poi i 2000, i 3000, i 4000, eccetera (al momento va per i 20000).

Quando ancora era un ragazzino del liceo e già si vociferava di un imminente ingaggio da parte dell’NBA, i giornalisti e gli appassionati cominciarono a chiamarlo con un’espressione che lo definiva con un’esattezza ingombrante: The Chosen One, il Prescelto. Il predestinato. Era evidente a chiunque che quel ragazzo poco più che adolescente non avrebbe avuto davanti a sé altra strada possibile se non quella di diventare il più forte giocatore della sua epoca, segnandola come in passato pochi altri giocatori – i grandi miti della pallacanestro – hanno saputo fare. Gli unici parametri di confronto erano Michael Jordan, Magic Johnson, Wilt Chamberlain. Ciascuno di loro non era stato solo un giocatore forte, e nemmeno, banalmente, il giocatore più forte della propria epoca: erano, al pari di LeBron, talmente superiori – per questioni fisiche e tecniche – a ogni altro avversario o compagno, giocatori talmente avanti rispetto al proprio tempo da essere predestinati alla vittoria e, anzi, al dominio.

Tuttavia le cose per LeBron sono andate diversamente. Ingaggiato dalla squadra “di casa” (i Cleveland Cavaliers, squadra dell’Ohio, stato natale del Nostro), ha subito messo in mostra tutto il suo talento. Il Prescelto è riuscito a portare i Cavs ai playoff per 5 volte consecutive a partire dalla sua terza stagione NBA, dopo anni di vacche magre per la franchigia, raggiungendo la finalissima nel 2007 contro i San Antonio Spurs, ma non riuscendo mai a conquistare il titolo. Finché nel 2010, dopo un ulteriore fallimento nell’assalto all’anello NBA, LeBron James ha scelto di fare qualcosa di clamoroso: ha annunciato che, dalla stagione successiva, avrebbe abbandonato Cleveland per andare a giocare nella squadra dei Miami Heats.

La “scelta”, annunciata in mondovisione l’8 luglio 2010, non era solo un passaggio da una squadra all’altra, ma una vera e propria riscrittura della narrazione che LeBron aveva incarnato fino a quel momento, ed è proprio per questo motivo che non gli è stata perdonata: LeBron aveva scelto Miami perché nella squadra della Florida avrebbe giocato non con oscuri comprimari come aveva fatto fino ad allora a Cleveland, ma con un paio di altre stelle di prima grandezza, Dwyane Wade e Chris Bosh, capaci di completare un trio delle meraviglie che nessun altra squadra NBA sembrava in grado di poter contrastare. Per allestire un paragone con il calcio, è come se Maradona, a cavallo del 1990, avesse deciso di non essere più semplicemente il Dio Unico di Fuorigrotta, ma avesse abbandonato Napoli per il Milan di Berlusconi, andando a giocare con Gullit, Baresi, Donadoni e Van Basten e a vincere campionati e Coppe dei Campioni a profusione. Con l’aggravante che Maradona, diversamente da LeBron, un paio di scudetti con il Napoli li ha vinti ugualmente.

Insomma, LeBron, con la sua scelta, ha sconfessato l’idea calvinista della predestinazione irresistibile e si è reso corresponsabile del proprio destino. Con un atto clamoroso (che agli statunitensi è piaciuto pochissimo) ha reciso i fili che a detta di tutti lo legavano a un destino ineluttabile e ha esercitato paradigmaticamente il suo libero arbitrio, foriero di conseguente angoscia esistenziale quando, un anno più tardi, pure Miami si è dovuta arrendere in finale contro i Dallas Mavericks. Ma mentre il LeBron predestinato e perdente di Cleveland suscitava in tutti un misto di ammirazione e simpatia nonché la previsione che, prima o poi, il destino gli avrebbe portato il titolo a lungo inseguito, il LeBron di nuovo perdente dopo la scelta ha generato sfottò (il web, in particolare, ne è pieno), antipatia, vero e proprio odio e critiche, tra le quali quella emblematica di Michael Jordan, il quale ci tenne a far sapere, da über maschio alfa in un gioco di maschi alfa, che lui era troppo preoccupato a battere sul campo Larry Bird e Magic Johnson per pensare di poterci giocare assieme. Soprattutto, la combinazione tra la scelta e la nuova sconfitta in finale ha prodotto il grande dubbio: che LeBron non fosse, dopo tutto, quel giocatore definitivo, quel campione dominante per la sua epoca che tutti avevano vaticinato quando ancora era un adolescente. L’umiltà con cui aveva deciso di andare a giocare con compagni forti grazie all’apporto dei quali poter vincere il titolo cominciò a essere vista come un tradimento della sicumera che un Prescelto deve avere nei propri mezzi. Non riesce a essere determinante, si è cominciato a dire. Il suo apporto svanisce nell’ultima fase delle partite, quella decisiva. E anche, in una sintesi micidiale: non è un vincente.

C’è un grande romanzo che – tra i suoi infiniti temi, ma non in posizione secondaria – tratta la relazione ossessiva dell’uomo predestinato con il suo fato ineluttabile e inabissante. Ovviamente, è un romanzo americano: Moby Dick. Benché la voce narrante nonché l’unico sopravvissuto della catastrofe del Pequod sia il buon Ismaele, il vero protagonista è il capitano Achab, eroe calvinista se ce n’è uno nella letteratura mondiale. Il suo inseguimento della balena-Leviatano è irragionevole, cieco come la fede luterana, e trascina alla perdizione Achab stesso e tutto il suo equipaggio. LeBron aveva davanti a sé un dilemma: affondare con la sua ossessione o provare a trovare una zattera, un appiglio, come l’Ismaele del romanzo, che si salva aggrappandosi alla bara vuota del ramponiere Queequeg. Ha scelto di provare a salvarsi, a nuotare nel mare del naufragio, di rinunciare alla lotta corpo a corpo con la balena bianca. Ha scelto di essere Ismaele e non Achab, decidendo che sarebbe stato meglio vincere rinunciando alla propria unicità di Chosen One che sprofondare tragicamente per non rinunciare alla fede cieca in una predestinazione titanica, ma soffocante.

Pochi giorni fa, il 21 giugno 2012, LeBron James ha guidato i Miami Heats alla vittoria del titolo NBA con una serie di prestazioni mostruose nelle gare della finale: più di 30 punti di media e un’impressionante “tripla doppia” nella partita decisiva (26 punti, 11 rimbalzi, 13 assist).

A questo punto chi si occupa di narrazioni sportive (e teologiche) deve decidere che senso dare a quest’ultimo fatto. È il compiersi per vie misteriose deliberate ab aeterno dal Dio della pallacanestro del destino già scritto di LeBron (che quindi, finalmente, avrebbe mostrato – anzi, l’avrebbe mostrato la grazia divina in lui – di essere davvero il Prescelto) o è la salvezza derivante dalle opere, dalle scelte responsabili, il frutto di una fides quaerens intellectum? Come sempre in questi casi, non esiste un fatto che possa dirimere la questione. Eppure, come a questo punto dovrebbe essere evidente, la questione è tutt’altro che vana.

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