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A raccoglier ciliegie/7

Eccoci dunque alla questione di fondo di tutta questa digressione sul caso Galileo: perché il Sant’Uffizio e papa Urbano VIII si attestarono su una lettura esclusivamente letterale dei pochi passi della Bibbia relativi a questioni astronomiche e costrinsero Galileo all’abiura, …Leggi tutto

Eccoci dunque alla questione di fondo di tutta questa digressione sul caso Galileo: perché il Sant’Uffizio e papa Urbano VIII si attestarono su una lettura esclusivamente letterale dei pochi passi della Bibbia relativi a questioni astronomiche e costrinsero Galileo all’abiura, ribadendo quella condanna del copernicanesimo che così gravemente finì per influenzare i rapporti tra Chiesa e scienza, tra Chiesa e modernità?

Spero di aver chiarito a sufficienza, negli ultimi post, come questa soluzione non fosse teologicamente ed esegeticamente – anche per quell’epoca – l’unica percorribile: le pratiche di leggere i testi sacri in chiave allegorica e con attenzione al contesto storico in cui essi furono composti erano già nel Seicento ben presenti entro la prassi esegetica, rispettivamente da più di un millennio e da qualche secolo, e diciassette anni prima del processo a Galileo il cardinale Bellarmino, che certo non passava per una colomba nella lotta all’eresia, aveva mostrato qualche significativa apertura che poteva far sperare in un’evoluzione più conciliante. Inoltre il caso Galileo non si presentava certo come un nuovo caso Giordano Bruno: se superficialmente i due processi avevano tratti in comune (tra i quali proprio il sostegno dato da entrambi gli accusati al copernicanesimo), la terribile condanna di Bruno era scaturita da un dissidio teologico radicale. Non voglio certo dire che tale dissidio giustificasse l’arsione, intendiamoci. Ma va rilevato che la rottura di Bruno con la Chiesa e col cristianesimo era ben più radicale di quella del cattolico Galileo, per il quale anzi non si può affatto parlare di volontà di rottura.

Nonostante tutto ciò, i giudici del Sant’Uffizio rimasero fermi a una lettura letterale dei testi biblici in questione e Galileo e il copernicanesimo furono condannati con l’avallo di Urbano VIII. Perché?

Gli storici hanno avanzato in merito numerose ipotesi, non necessariamente incompatibili l’una con l’altra.

C’è chi spiega l’irrigidimento del Magistero come conseguenza della rottura di una sorta di patto di fiducia tra il papa e Galileo, che discussero degli argomenti del Dialogo durante la sua gestazione: Galileo avrebbe dato alle stampe un libro molto diverso da quello che aveva “promesso” al papa, per nulla equidistante dalle due posizioni esaminate, ma fermamente e risolutamente favorevole all’eliocentrismo, col personaggio del copernicano Salviati, alter ego di Galileo stesso, trionfante su Simplicio, il tolemaico sprovveduto. Addirittura è stato ricostruito che, probabilmente, Urbano VIII si sia visto mettere in ridicolo proprio nella figura di Simplicio, in bocca al quale Galileo pone un argomento in difesa del geocentrismo che il papa stesso, nei loro colloqui, gli aveva suggerito. Insomma: Maffeo Barberini si sarebbe sentito tradito dall’astronomo pisano, che pure stimava, e avrebbe voluto vendicarsi chiedendo una punizione esemplare.

Ci sono poi alcuni storici che, più che altro con intenti apologetici, rimarcano il fatto che anche nel 1633, così come già nel 1616 con Bellarmino, il copernicanesimo fosse ben lungi dall’essere una dottrina scientifica dimostrata o anche solo condivisa come ipotesi di ricerca da quella che oggi chiameremmo “la comunità scientifica” e che, quindi, la difesa del geocentrismo rispecchiasse in un certo senso una ragionevole prudenza del Magistero, timoroso di abbandonare una cosmologia ormai solidamente conciliata con la religione cristiana per assecondare un percorso incerto e ancora oscuro.

Altri interpreti della vicenda propendono per spiegazioni più politiche e slegate dal rapporto personale tra il papa e Galileo o da questioni epistemologiche. Certamente la Chiesa non stava, in quel momento, vivendo uno dei periodi più fulgidi della sua storia: la Riforma, ormai, aveva messo profonde radici in gran parte dell’Europa settentrionale, trascinando con sé regni un tempo cattolicissimi; il progetto di Riforma cattolica aveva avuto grande successo, generando un grande rinnovamento spirituale del cattolicesimo, ma nella sua parte di Controriforma, ovvero di contrasto del protestantesimo e di riconquista delle masse luterane, calviniste, anglicane all’obbedienza di Roma era ormai, sostanzialmente, fallito; inoltre, dal piano teologico e religioso il conflitto si era spostato a quello politico: in quegli anni l’Europa era in fiamme, letteralmente, a causa della guerra dei Trent’anni; la cattolica Baviera e i territori dell’Impero degli Asburgo, rimasti fedeli a Roma, erano percorsi e saccheggiati dalle truppe luterane di Gustavo II Adolfo di Svezia e l’Imperatore chiedeva a gran voce il compattamento del fronte Madrid-Roma-Vienna contro l’aggressione, che paradossalmente aveva alle spalle la cattolica Francia. Lo stesso collegio cardinalizio era spaccato in due partiti: quello filofrancese e quello filoasburgico. Urbano VIII, asceso al soglio pontificio con fama di modernista e amico della Francia, avrebbe pertanto voluto ridefinire la sua immagine, per così dire, sacrificando il capro espiatorio Galileo. O forse, avrebbe voluto difendersi dall’accusa, che già circolava negli ambienti della Curia più legati alla Spagna, di essere un papa “filoprotestante”. Quale occasione migliore di un processo contro un “filosofo nuovo”, un astronomo copernicano, nonché un (troppo) libero esegeta del testo biblico come Galileo per raddrizzare il timone e la rotta di un pontificato giudicato da molti, a Roma e nelle cancellerie delle potenze cattoliche d’Europa, un po’ troppo disinvolto per non dire sul filo dell’eresia?

Infine: il contrasto tra Galileo e il Sant’Uffizio verteva su una questione di esegesi delle Sacre Scritture, ed è evidente come la questione dell’interpretazione delle Sacre Scritture fosse, all’epoca, un nervo scoperto. Uno dei punti nodali della riforma luterana (e poi calvinista) era proprio quello della rivendicazione della libera interpretazione della Sacra Scrittura, svincolata dalla Tradizione e dalla mediazione ecclesiastica. Se Galileo fosse vissuto e avesse fatto le sue scoperte un paio di secoli prima forse avrebbe avuto un’altra accoglienza (come in effetti ebbero, per fare un esempio, le tesi non meno borderline dal punto di vista della dottrina cattolica di filosofi come Marsilio Ficino o Niccolò Cusano, entrambi vissuti nel Quattrocento, entrambi sacerdoti ed entrambi celebrati, allora come oggi, come archetipo del filosofo cristiano).

Che conclusione trarre da tutto ciò? Per il mio discorso, che la più grave catastrofe esegetica che la Chiesa cattolica ricordi è stata causata proprio dall’incapacità, per una volta, di fare cherry picking, incapacità dettata da ragioni anche importanti e rilevanti, ma in qualche modo marginali rispetto a ciò che, nella preoccupazione del Magistero, dovrebbe essere centrale, ovvero l’annuncio della salvezza. E, di conseguenza, che il cherry picking faremmo meglio a chiamarlo “capacità di interpretare un testo fedelmente per quel che è” e a smettere di considerarlo un trucchetto retorico da quattro soldi.

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